dalle due alle quattro

23 gennaio 2010

Dovendo lavorare alle 15.00 il tempo solennemente programmato per fare la cosa era dalle 10.00 alle 14.30, ma usciamo di casa che le dieci son già rintoccate e per di più accompagnando Gioia in ufficio, facendo pausa al bar, le sclero. Volevo mangiasse una brioche, perché continua a dimagrire e benché la sera, in mia compagnia, sgranocchi un po’ di pane formaggio e affettati (dipenderà da quest’insistenza su latticini e insaccati, il bruciore che da un po’ m’attorciglia) difficilmente durante il giorno mette sotto i denti qualcosa. Quella lì, faccio io. Bah, fa lei. E’ vuota, faccio. Bah, fa. E’ mignon. Bah. Non ha nemmeno lo zucchero a velo. Non mangio mai la brioche al mattino, dice. Come sarebbe? Mi hai mai visto mangiare una brioche al mattino? E i bignè di Graziati, allora? Bah. Bah, cosa, se permetti? Non sono brioches. Come non sono brioches? I bignè non sono brioches, le brioches sono pesanti, piene di burro idrogenati e schifezze polinsature e io qui di bignè non ne vedo, non ci sono bignè in questo bar, vedi per caso bignè?, io non ne vedo, sono forse bignè quelli?, a me non pare, in questo bar non espongono bignè ma solo ed esclusivamente brioches (punto).

Butta giù il caffè come una vodka, d’un fiato, testa all’indietro, evitando la maniglietta, tenendo la tazzina a guisa di bicchierino. Scusa sai, ma i bigné al cioccolato, non lo sono? Sono cosa? Pesanti, faccio, masticando il primo morso di ciambella tagadà. Gioia porta le mani ai fianchi. Prendo un sorso di cappuccino. Mi sorride – sembra la Carrà travestita da Dart Fener. Non hanno burro, i bignè al cioccolato? Ne hanno meno, fa Gioia, indicandomi  il sottonaso. E poi li avrò mangiati due volte in tutto, di domenica, alle tre del pomeriggio. Cioè tu mi vuoi dire che i bignè … Non era colazione. Era pranzo. Colazione e pranzo insieme (indicando il cappuccino, cioè: spicciati). Non è solo per il burro, è che la brioche mi ingolfa a quest’ora e poi non capisco più niente. Ma se son le dieci e mezzo? Appunto. E’ presto ed è tardi. Eh? Oh, insomma. E’ presto e sono in ritardo. Me ne incarto una per il pranzo, se vuoi (ed è qui che schizzo). Ma incarti cosa, diocaro!? Ne incarto una per il pranzo. Non vuoi che pranzi? Ma incarti cosa, coooosa, che ti si vedono tutti gli ossicini toracici? Toraché? Toracicich… si, cicì & cocò, ma dai! Dai un cazzo, stai scomparendo, e poi fai l’ipocondriaca! Non fare scene per favore! Scene? Quali scene? Per favore! Non vuoi che beva la birra?, non vuoi che beva lo spritz?, non vuoi che beva il caffè corretto prima delle registrazioni?, la grappa alla fine del pranzo con i colleghi?, il vin brullè quando nevica?, e io allora voglio che tu faccia colazione!, e anche pranzo!, mi hai sentito?, quanto devo?, fa lei alla cameriera – e anche il cazzutissimo pranzo!, ehm, un caffè un cappuccio e una brioche – un pranzo!, hai sentito?, non una colazione camuffata, con la brioche nel sacchettino paramedico! – mi può cambiare cinquanta? – perché devi mangiare!, mi hai sentito?, devi mangiareeee!

E riecco il petardo allo stomaco. Cosa mi è saltato in mente? Le do ragione, alla fine. Ma vedo che sta male e mentre, lungo il ponticello, va rimpicciolendosi a passo semincrociato, sono dispiaciutissimo. Guardo l’orologio: c’è traffico, penso, e devo fare la spesa per la pepsi che abbiamo bevuto stanotte a mia sorella e i contenitori per metterci il cibo avanzato e l’igienica Budget in confezione da trenta e i preservativi X-pand (in trepperdue) e poi un paio d’altre cose assai più importanti, ne sono certo, ma che ricordo soltanto a tragica intermittenza, quasi per apparizione mistica, ossia: appena ripartito dal luogo di lavoro di Gioia, allo svincolo maledetto del Bassanello, quindi cercando parcheggio nell’obitoriale obliquità sotterranea dell’Ipercity giusto per rendermi conto – staccando gli occhi dalla vetrina della Mondadori in seguito a una claque di miccette in visibilio all’esofago – che sono irrimediabilmente svanite da qualsivoglia orizzonte menemonico. Addio, penso, alla prossima; tanto più che son già almeno le undici e mezzo allorché fra le corsie biancheggianti prende inequivocabile consistenza la sagoma nostalgico/eighties/Papà responsabili (corrente centrista del PD), di Arto, il mio compagno di banco alle superiori. Non ci voleva. Cerco di nascondermi dietro un transpallet abbandonato, ma mi ha bell’e scoperto e poiché mi ha scorto praticamente accasciare – avrà pensato a un malore – sta accorrendo. Ehi!, ehi, tutto bene?, dice Arto. Oh, si. Hai una faccia! Tutto bene, davvero. Solo un attimo di sconforto (stavo scrivendo un sms di scuse a Gioia, mi si era cancellato il messaggio e, sbattendo contro la pila dei libri dell’omonimo reparto, avevo fatto un gesto di disperazione). E’ il centro commerciale, dico. Mi ci smarrisco, mi vengono i nervi. Per cercare una cosa dimentico le altre che devo acquistare e così finisco per perdere un sacco di tempo. Son sempre di corsa, faccio. Non riesco mai a combinare niente. Sono sempre in ritardo. Eh, ti capisco. Sta acquistando il regalo per il compleanno della bambina. Un passeggino giocattolo rosa, dice, aggiungendo subito: e tu?, stai ancora insieme a quella ragazza? Si, certo. Va tutto bene, vero? Si, ripeto. Convivete, allora! No, non ancora. Ah, no? Fra quattro cinque anni, pensiamo. Figli niente? Al momento no, ma fra quattro cinque anni, pensiamo… uno. Ti prende male, eh? No, faccio. Eh-eh-eh… No, davvero, per niente. Eh-eh-eh… Mi batte una mano sulla spalla. Vieni qui, abbracciami! Tutto si risolve, mi dice. Vedrai, basta volerlo! E poi mi racconta che è bello, dà un sacco di energia avere figli. Il tempo per le proprie cose, conservare i propri spazi, lo si trova. Forse anche più di prima. Non scherzo mica, sai. Io vado in bici, per esempio. Faccio escursioni. Anche sui colli. Il tempo è soltanto un’idea. Il tempo c’è, esiste. Lo organizzi in modo diverso, tutto lì. E’ questione di testa. Soppesa un attimo e portando al mento sbarbato due lunghe, metafisiche dita, con contrastata solennità, conferma: il tempo esiste, ed è tutto nella testa. (Ho lasciato Gioia che erano le undici. Per arrivare qui ci ho messo venti minuti. Per scrivere un sms di scuse plausibili ci ho messo dieci minuti. Vetrina della mondadori: cinque minuti. Telefonata della mamma: due minuti. Gioia non mi ha risposto, quindi  secondo messaggio: sette minuti. Che ore saranno?). Vedi mai gli altri?, dice Arto. La vecchia compagnia. No. Di rado. Quasi mai. Arto mi dice di aver visto Trevis. E’ scoppiatissimo! Ha i capelli lunghi! Gesticola! Si fa un sacco di problemi! Dice un sacco di cazzate! Ride e cade in para!, ride e cade in para! Continuamente! Di minuto in minuto! Immagino, gli faccio, sorridendo (Daniel mi ha detto che ci ha mezzo provato con sua cugina di diciassette anni, a capodanno. Al momento dei saluti ha fatto finta di sbagliarsi e invece che sulle guance le ha tirato un bacio in bocca. Un trucco, mi fa Daniel sghignazzando, che si usa alle medie! Come sia venuto a sapere della sua festa, non saprei. Certo che quando Daniel fa qualcosa, stai pur certo che Trevis si infila. Dev’essere Hank a tenere i contatti). Sai, ha queste donne, della nostra età. Non poche, conoscendolo. Ma dice che sono tutte storie che non decollano, non vanno da nessuna parte. Del resto, con quello che gli è capitato. Il suicidio di lei. Il bambino. Per quanto tempo sia passato. Che parta già disilluso? Embè. C’è anche da dire che le donne della nostra età non sono facili. Anch’io fra i trenta e i quaranta ho avuto delle storie con tipe della nostra età. Ma a quarant’anni ne hanno le palle piene. Non so se mi spiego. Noi siamo quello che siamo. E loro arrivano ai quaranta che sono stracche, non hanno più voglia, se mai l’hanno avuta. Quelle di ventotto, trenta. Comunque sotto i trentacinque. E’ sui trentacinque, che cambiano. Io, per esempio, è andata così. Aveva sui ventisette. Mi tollerava. Ci rideva sopra. E’ adesso, che mi fa il culo. Vedo spesso Loris. Gli faccio una perizia di parte, contro i vicini, che gli hanno spaccato un muro di casa. Così una o due volte la settimana ci si vede, si beve un bicchiere. Ne ha due, lui (sorride e fa la vì di vittoria con l’indice e il medio: non so se capisco. Dev’essere almeno mezzogiorno). Lo so, gli dico. L’ho visto una sera, sull’argine, quest’estate, allo spritz. Ah. E’ tranquillo, adesso. Sta bene. Ma quando è nato il piccolo, ha cominciato ad avere crisi di panico. Ha dovuto farsi ricoverare. Depressione post parto, faccio (sarebbe una battuta, ma vabbè, del resto ormai come minimo è mezzogiorno). E’ che un figlio, insomma, si tien botta. Con due invece diventa dura. Sia come stanchezza che come esborsi. Una volta c’erano i nonni. Altri famigliari. Adesso bisogna cavarsela da soli. Se anche lei lavora, tu capisci. Ma è meglio, se lei lavora. Anche Loris, lo dice. A parte i soldi. E’ meglio se stanno fuori. Sai com’è. Diventerebbe un incubo. Si litiga su sciocchezze. Tipo, il posto delle cose. A me non importa niente se una pezza sta dieci centimetri più in qua o in là. Non è che me lo dica. Ma è un po’ come se lei, facendo ordine, mettesse le mani sul mio tavolo da lavoro e spostasse le cose. Sai cosa ti dico? In realtà se ritrovassi il portapenne al posto del fermacarte, non me ne importerebbe gran ché. Era per fare un esempio. Non sono queste le cose che mi fanno girare i coglioni. A ben pensarci, non so cosa mi faccia girare i coglioni. Non ne ho idea. Per me è più facile perché lei, in un certo senso, è più prevedibile. Io credo di sapere abbastanza bene cosa le fa girare i coglioni. Sicché mi regolo. Ti sembrerà strano, ma aiuta avere ben chiare certe cose. Anche Loris la pensa così. E’ come se la scrivania fosse tutta la casa. Che vuoi farci? L’altra sera, stava facendosi la doccia e le ho dato una pacchetta sul sedere. Non mi toccare!, ha urlato. Ci sono un po’ rimasto: era un po’ di tempo che giravo a vuoto, ma quando è successo, ho proprio realizzato, a tutto tondo: bingo! Ma cosa?, faccio. Che il suo corpo fa parte della scrivania. Eh? Quel che ti ho detto. Era un po’ che questo pensiero mi girava per la testa, ma come dire?, non l’avevo mai “visto”. Non che lei faccia sempre così. Mi ha preso di sorpresa, infatti, l’altra sera; avrei anche potuto risentirmi. Sta di fatto che la sorpresa deve aver prodotto la visione del pensiero, la visualizzazione della scrivania. Che poi sarebbe l’appartamento, faccio. Esatto. Cioè tu hai pensato che tua moglie è un pezzo d’appartamento, faccio. Arto: più precisamente ho realizzato che mia moglie è una componente costitutiva dell’ordine regnante nell’appartamento. Sai, altre volte pur lamentandosi mi sorrideva, cacciandomi con una battuta, impedendomi di comprenderne chiaramente il motivo. L’altra sera invece ho pensato: non è questo. il posto. per farlo. E improvvisamente, come ti dicevo: ho visto. Ho visto. Proprio come quando sto seduto al tavolo di lavoro e arrovellandomi intorno ai dettagli di un progetto d’un tratto ho la visione, la soluzione. Ma sì, mi son detto: è come quando s’incazza perché appoggio lo straccio per asciugare le stoviglie sulla spalliera di una seggiola. Ma sì, mi son detto. E’ così. Così! E d’un tratto mi sono sentito sollevato. Alleggerito. Direi di più. Appagato. Capiscimi: quando arrivano i bambini, loro cambiano di brutto. Insieme al corpo, voglio dire, cambiano anche il carattere, la personalità. Sono momenti delicatissimi. Si concentrano completamente su quello e tu rimani lì, un po’ in disparte, a guardare questi due alieni che si intendono fra loro con infrasuoni e segni indecifrabili, appelli olfattivi e allarmi telepatici, senza ben sapere che pesci pigliare. Poi le cose un po’ si assestano, ma nulla torna esattamente com’era prima. L’amore, per esempio. Lo si fa una volta la settimana, se va bene. Ma tanto bene. Capisci? E in ogni modo, lei non è più lei. Di conseguenza anche tu non sei più tu. L’unico a essere sé stesso è il piccolo. L’entità. L’identità. Lui siamo noi (è mezzogiorno e venti, penso, se non peggio), laddove noi, presi per noi stessi, separatamente, non siamo più noi stessi. Per questo mi sono sentito fin quasi appagato l’altra sera. Tornava. Voglio dire: era da lei, lei proprio. Come per lo straccio sulla spalliera. C’era coerenza, nella mutazione! Spesso penso anche che una consistente differenza d’età sia indispensabile. Se si hanno figli, intendo. Adesso non voglio dire che… (pistola con pollice indice, a dire: cilecca). Ma ci sarei rimasto peggio, avessi avuto una decina d’anni in meno…

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