piatto, sputo

27 gennaio 2010

Saviano sputa nel piatto in cui ha mangiato. Così Angelo, il nuovo coinquilino, prendendo un caffè con mamma Cirri e Loredana, venute a darmi un mano con la riorganizzazione del garage e a fare le pulizie in camera. Non è la prima volta che sento questa frase. Che la sento qui e non alla televisione, voglio dire, da allegri bambini morti alcune centinaia di chilometri fa, fra Casal di Principe e qualche altro infernale girone partenopeo.

La prima volta è accaduto in treno – doveva essere l’inizio del 2007; due uomini sulla cinquantina in giacca spiegazzata e cravatta allentata, traspirazione postprandiale, pallore professionale molto più pubblico che privato. La seconda volta in un bar del centro storico, appartato ma nient’affatto popolare, direttamente dal mio occasionale interlocutore: un vecchio autonomo ultracinquantenne, che conosco dagli anni in cui bazzicavo bar di vecchi e studenti e tipi dei centri sociali. Questa è la terza volta. Dopo aver presentato Angelo, entrato in cucina mentre stavo appunto offrendo il caffè ai miei tre intrepidi commandos, per entrare un po’ in conversazione ho domandato come si sentisse, avendomi raccontato qualche giorno prima di essere prossimo alla pubblicazione di un romanzo per un editore, certo Aletti, che aveva mostrato interesse anche per altri suoi brevi componimenti – aforismi, aveva affermato Angelo, arcuando le labbra in un sogghigno cupamente interrogativo dal significato oscillante, avevo immaginato, fra il fatto che lui non li considerasse tali oppure che mai di aforismi in precedenza avesse sentito parlare. Beh, faccio, sarai nel pieno dei lavori! Angelo annuisce, dice che sta appunto correggendo gli aforismi e che l’uscita del romanzo – centocinquanta pagine sgorgate rabbiosamente, praticamente di getto e già da tempo consegnate – è imminente. Un po’ particolare, però, come romanzo, aggiunge. Ah si?, fa mia mamma. Un po’ duro, diciamo. Io vengo da uno dei peggiori quartieri di Taranto. Taranto vecchia, sai – sospira, rivolto a me. Il porto… Lì tutto quanto è in mano (sospensione). Se sei uno che non (sospensione). Mia madre mi diceva sempre: se non te ne vai (sospensione). Sarà una cosa un po’ alla Saviano, allora, faccio. Nooo, dice, ravviando i riccioli. No? No, niente a che fare. Per carità, bravo. Gli è andata bene. Buon per lui. Saviano se l’è fatta e girata, e giustamente adesso va in giro, parla, parla, parla. Ma quello è, e quello rimane… Uno che sputa nel piatto in cui ha mangiato. Io no. Niente a che fare. E infatti, sono dovuto (sospensione). Mia mamma lo fissa. Anche Cirri. Loredana lava la sua tazzina. Io prendo un biscotto. Angelo invece sorride. Poi spazza con una manata le cosce e butta giù d’un fiato il caffè. Eh, riprende. Io qui, per esempio, non ho mai avuto problemi con il lavoro. Mi è bastato spedire un curriculum, fare un colloquio, rispondere a qualche sciocchezza. Via, fatto. E’ così che mi piace. Non si può capire se non (sospensione). Ma io sono fatto così. La mia ragazza è padovana. Padovana profonda. Di Albignasego, dice, continuando a guardarmi.

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