gioia on: Nine

28 gennaio 2010

Nine di Rob Marshall con Daniel Day-Lewis, Marion Cotillard, Penélope Cruz, Nicole Kidman, Judi Dench, Sophia Loren, Kate Hudson, Stacy Ferguson

Adattamento cinematografico dell’omonimo musical, da anni in replica a Broadway, Nine è liberamente – e pericolosamente – ispirato a 8 ½ (1963) di Federico Fellini, capolavoro tra i capolavori, probabilmente il film più importante della storia del cinema – la contesa per il gradino più alto del podio è con Quarto potere (Citizen Kane, 1941) di Orson Welles.

Difficile evitare i confronti, anche perché l’intreccio segue in maniera piuttosto pedissequa la pellicola dell’autore riminese: in procinto di girare un nuovo film, Guido, regista affermato, deve affrontare una profonda crisi esistenziale che si ripercuote sul suo lavoro e sulla sua vita privata. Ma se in 8 ½ il canovaccio offriva lo spunto per indagare l’insicurezza e la debolezza dell’uomo, riflettere sulla creazione artistica come atto vitale, sull’imperfezione come stato costante dell’essere umano, sui legami come vincolo soffocante e, al contempo, risorsa insostituibile, sulla condizione della società italiana, influenzata dalla Chiesa, da certa intellighenzia borghese, dal provincialismo dei nuovi arricchiti, in Nine il canovaccio è il film.

Anche evitando infelici paragoni di ordine stilistico – per indicare l’immaginario e la poetica di Fellini è stato addirittura coniato l’aggettivo felliniano – il musical di Rob Marshall si rivela deludente sia per l’assoluta mancanza di coerenza formale che, invece, era il punto di forza di Chicago (2002), sia per la scarsissima qualità di musiche e coreografie. Una cartolina posticcia e completamente snaturata dell’Italia anni Sessanta, affollata da macchiettistiche figure il cui unico scopo sembra riassumersi nel renderla simpatica agli occhi del più banale e massificato dei turisti, quello che in Piazza San Marco si farebbe fotografare coi piccioni in mano e a Roma comprerebbe la statuina del Colosseo con la neve. La sceneggiatura è firmata da Anthony Minghella (recentemente scomparso e a cui il film è dedicato) che, da Il paziente inglese a Il talento di Mister Ripley, ha sempre confezionato Italie popolate da seduttori e pizze margherite, solleoni e mandolini al chiaro di luna. La frase “Menti per l’Italia” che la costumista e confidente di Guido sussurra al protagonista e che farebbe trasalire chiunque avesse a mente la storia di questo paese (almeno degli ultimi quindici – vent’anni) è, in definitiva, la chiave del film. E non va letta come un omaggio a Fellini, famoso bugiardo, o al suo alter ego, altrettanto menzognero, ma come modus vivendi di un popolo narcotizzato che da anni vive sospeso in una sorta di bolla asfittica. Reazionario e mediocre, Nine assomiglia a una prolissa réclame, il cui sfarzo e i cui luoghi comuni appaiono in tutto analoghi a quelli dei deprecati programmi televisivi che, da Ginger e Fred (1985) in poi, Fellini non smise mai di attaccare. La boriosa superficialità con cui il film è stato girato non gode nemmeno della leggerezza dovuta alla totale assenza di profondità. Nine è cupo, privo di guizzi e vitalità e della grazia delicata e spontanea di Fellini – che portò Pasolini a dichiarare “Egli danza” – non conserva la più pallida traccia. Lo stesso cast, composto da attori e attrici pieni di talento, ma che si prendono terribilmente sul serio, scompare di fronte alla levità innata di Mastroianni. Mal diretti e a disagio in personaggi creati su misura per gli interpreti di 8 ½, alla cui riuscita con le loro caratteristiche e le loro differenti umanità avevano largamente contribuito, i protagonisti di Nine sono scialbi, poco incisivi e, se non goffi, piatti.

L’unico pregio del film è di far scoprire alle giovani generazioni un capolavoro che oggi, a molti, risulta sconosciuto.

Gioia

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