piatto, sputo (bis)

29 gennaio 2010

Eppure in quella frase, a parte l’invidia, della quale mia sorella che l’aveva incontrato in tram – ce l’ha proprio a morte con Saviano! – ovvimente sorrideva, percepivo molto più che estemporanei accessi di esasperazione dovuti al reiterato parallelo – ah, come Saviano, allora! – che immaginavo Angelo dovesse sorbirsi ogniqualvolta facesse cenno al contenuto del suo romanzo.

Nelle sue parole, che gettavano sulla persona di Saviano il più naturale e domestico fra i marchi d’infamia, avocando contemporaneamente al mio coinquilino la presunta superiorità morale dell’uomo che non rinnega o peggio, pentendosi, tradisce, io sentivo invece, e piuttosto mordace, l’odore di fumo e carni bruciate del suo inferno ad hoc. Che senso poteva avere l’insistenza sulla padovanità “profonda” della ragazza – dalla quale, per altro, il giorno in cui venne a prendere visione della stanza si era fatto scortare – in relazione alle affermazioni circa la sua alterità di nascita, d’indole, insomma sul suo essere fatto diversamente da tutto ciò che serrava la sua infanzia e, a suo dire, ammorba chiunque viva al di sotto di Ancona? Perché questo bisogno di garanzia – bisogno che,  dal canto mio, ho ben conosciuto – se non per il fatto che, magari oscuramente, le spire di ciò da cui si proviene, malgrado la lotta e le azioni – come l’essersene andato, abbandonando figlia e genitori – continuano a stritolare obnubilare tendere trappole in cui immancabilmente si cade? Quella frase, pensavo, era l’orrido distillato del mondo di provenienza di Angelo. Un mondo che ti inchiodava dalla nascita a una soggezione che, a sentir lui, soltanto l’eccezionalità di un carattere, quasi un difetto di fabbricazione, poteva scongiurare. Saviano conosce bene ciò di cui parla, immaginavo dicesse. Lo conosce fin troppo bene. Per il semplice fatto di essere nato nella camorra, cresciuto nella camorra, aver mangiato e bevuto camorra, di essere quel che è non per qualità sue, ma grazie alla camorra, e infine, soprattutto, per avere amato e desiderato e avere sperato di essere ricambiato nel suo amore e nel suo desiderio dalla camorra. Non è altro Saviano dalla camorra, immaginavo dicesse e, mentre guidavo sulla tangenziale, immedesimandomi in Angelo, mi spingevo più in là: non poteva, Saviano, essere altro dalla camorra per il semplice fatto di essere nato in quei luoghi, poiché a quei luoghi si appartiene come proprietà sempre e in ogni momento rivendicabile. Quei luoghi erano dentro di lui, pensavo, e quindi erano ovunque, nelle pieghe della sua mente e dei suoi sentimenti, come l’eros – erano l’eros: estirparli significava in qualche modo castrarsi. Non l’eroismo, o non soltanto, dunque, era necessario, per neutralizzarli. Ma la santità! E a monte, pensavo, il pentimento, l’espiazione, la redenzione; tutte cose che, per il poco che avevo compreso, Angelo considerava alla stregua di barzellette (quale santità, tuttavia? – nella misura in cui proprio sedimenti di sacro informavano la vita riversa per strada, il parlare che è cantare cinguettare cicalare immancabilmente insieme, l’arte collettiva del cavarsela; nella differenza gordiana che istruisce il legame sociale “al di sotto di Ancona”). Non si può capire, aveva detto, bevendo il caffè. Intendendo: se non si è nati e cresciuti in quei luoghi. E’ vero, mi ero detto; non si può. Per questo: santità – e non sacertà. Quella di coloro che sono chiamati a tagliare. Ricordando come il senso di sufficienza inizialmente provato nella lettura di Gomorra – uff!, un altro libro su mafia e simili – fosse stato sgombrato proprio dalla disperata capacità del suo autore di mettermi di fronte a quel “non si può capire”; un’incapacità che era al tempo stesso un’incomprensibilità, un’irriducibilità, un’ottusità, una resistenza non semplicemente imputabile alla mia estraneità, ma alla materia stessa di una scrittura che nulla di nuovo presentava se non l’inesauribilità dello scandalo.

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