cortile vs batteria

2 febbraio 2010

Dalla scrivania nell’abitacolo in plexiglas al fondo del magazzino, Faccia di pietra ci chiamò. Era secca, abbronzata e muscolosa, con labbra sottili, zigomi pronunciati e occhi di un verde vetroso, duri come sassi e fatti apposta, o così a me pareva, per quel che stava facendo: contare soldi e comandare. Non per Danilo, però. Ho mangiato un pollo di casa, mi aveva detto qualche giorno prima aprendo, sotto la pioggerella, la portiera del furgone. Faccia di pietra ci aveva appena dato le consegne per la giornata – o meglio: le aveva date a lui, visto che con me, dalla volta che mi aveva scoperto nel cesso del suo magazzino, non parlava più. Di te mi fido, gli aveva detto, infatti – schiudendo un ghigno vibrante, di ringhiera, che – mi avrebbe in seguito confessato – l’aveva fatto avvampare. Tirate le cinghie e messo in moto il furgone, Danilo, in effetti, stava ancora mordendosi le labbra, quando, ammirato, le mani infilate sotto il sedere, sospirò: da non crederci. Gli passai la canna. Lui annuì, sfilò una mano e aggiunse: non sembrava nemmeno pollo. Non aveva il colore del pollo. Ma altrochè se era pollo… Eh, un signor pollo, dissi. Danilo deglutì. Canna fra i denti, sguardo fisso all’ingresso del magazzino, estrasse la pezza da sotto il cruscotto e la passò sul parabrezza. Che donna, sussurrò. Scossi la testa. Lui sfilò l’altra mano, ingranò e partimmo.

Siamo andati a prenderlo sui colli, con mia sorella. Claudia? Già. E tu vai con tua sorella sui colli a comprare polli? Non proprio, tossicchiò. C’è questo suo amico che fa il veterinario. Che poi in realtà è un amico del suo moroso. L’avvocato? M-mh. E insomma? Niente. Il veterinario va a ferrare i cavalli di questo tipo pazzesco che sta sui colli con le bestie. In gamba, veramente. Sai com’è. Mia sorella è un po’ in para. Per l’avvocato? M-mh. Mi dice che ha voglia di parlare, mi chiede di fare un giro in macchina con lei e a un bel momento svolta per una specie di sterrato e in dieci minuti ci troviamo lì che fumiamo un po’ d’erba con il tipo del pollo. Stavamo facendo un giro, passavamo di qua, questo è il mio fratellino e via discorrendo. Il tipo del pollo è tranquillo, ascolta, consiglia, capisce la situazione. E a un certo momento dice che ci regala un pollo. Così? Che ne so. Cioè, si. Stavamo parlando di natura. Ah, faccio, indicandogli con la bronza della canna la spia della benzina. E cioè?, riprendo. Mah, stiamo parlando della natura e il tipo del pollo tira fuori questa storia del pollo. Scompare cinque minuti. Ci dice di stare lì, tranquilli, all’ombra. Io vedo che mia sorella è rilassata, così mi rilasso anch’io. Siamo lì che beviamo una birra e ci godiamo l’erba ed ecco il tipo del pollo che torna con questo pollo in mano. Gli spezza il collo, si mette a spennarlo. Ci ripete che ce lo regala, ma che se ci piace la prossima volta glielo compriamo. Sai, mi fa mia sorella, tornando: il tipo vive così. Vende un po’ di tutto. Tutto naturale. Fa il vino. Il formaggio. Tiene le bestie. Ogni tanto ammazza un maiale, fa i salami. Insomma, ce ne veniamo via dopo un’oretta con trenta euro di erba fotonica e questo pollo gigantesco dentro a un pacchetto di carta di giornale. Un giorno, se capita, ci andiamo. Magari con tua sorella, faccio, aprendo la portiera. Lascia perdere mia sorella. Mamma mia! Te lo dico veramente. Senza cattiveria. Non c’entrano i soldi, dice scartocciando un ventino per fare benza. Spengo il mozzicone. Stavo scherzando, faccio. No, dice lui. Sul serio. Guarda, magari mi sbaglio, voglio dire. Non è che ti conosca da tutto questo tempo. Però un’idea su lei ce l’ho. E una mezza idea ce la ho anche su te. E secondo me, mia sorella, così com’è adesso almeno… non fa per te. Dicevo per dire, faccio, togliendo la pompa dall’imboccatura del serbatoio. E poi lo sai che sono a dieta. Niente figa per un po’. Sbagli a buttarti giù. Lasciamo stare, Dani. Dimmi del pollo, piuttosto. Beh, te l’ho detto, sbuffa  salendo sulla predella. Voi siete lì che bevete e fumate, faccio, e il tipo del pollo arriva con questo pollo e lo ammazza e lo spenna. Così. Sotto i vostri occhi. Certo!, fa Danilo. Lo ha anche sbudellato! Ha tirato via le frattaglie, le ha messe sul tavolo, in un foglio di giornale. Ha chiuso il foglio di giornale, si è pulito le mani sui calzoni e poi si è fatto un altro tiro e un altro sorso. E tua sorella? Niente. Niente? Sorrideva. Era rilassata. E tu? Niente. Guardavo. Non sembrava nemmeno pollo. Sembrava… non so. Cioè. Mia madre è grandiosa ai fornelli. Veramente. Specie con il pollo. Ma quel pollo era davvero strepitoso. Non era tutta farina del suo sacco. Del sacco di mia mamma, intendo. La carne era marrone. E dura. E non aveva il sapore del pollo. Non aveva quel sapore. E per staccarla dall’osso, dovevi strapparla. Faceva stock!, come le piume, quando l’amico di mia sorella strappava le piume. Sentivi: stok!, strrrookk!, str-to-ttt-tok! Dovevi sentire cos’era. E le mani. Non ti dico le mani. Non restava un filo di unto. Il pollo del supermercato non è pollo. Non è pollo, cazzo. Il pollo è un’altra cosa. Uhm… Continuo a non capire, gli dico. Sarà la sconvoltùra. Ma che cosa? La signora. La signora chi? Faccia di pietra! Faccia di pietra? Sarò tuonato, ma non capisco cosa c’entri, tutto questo, con Faccia di pietra. Ma non c’è niente da capire. Faccia di pietra è come quel pollo. Le chiappe di Faccia di pietra sono come le chiappe di quel pollo. I polli non hanno chiappe, Danilo. Come no. I veri polli hanno chiappe, controchiappe e sovrachiappe. E allora? E allora donne come Faccia di pietra ne fanno una ogni diecimila. Non è batteria, te lo dico io. Faccia di pietra è roba da cortile. Cortile, Leo, cortile. Altro che batteria. Uhm… Te l’ho raccontato di quando FdP non voleva che cagassi nel cesso del magazzino? Danilo annuisce.  Secondo te? Mah, è una femmina. Una femmina sola in mezzo a un fottio di maschi. Li deve tenere tutti in riga. E ogni momento dimostrare che nessun maschio farebbe meglio di lei. Per forza sclera. Come minimo!

Quando, usciti i moldavi, attraversammo il magazzino, Danilo indossò gli occhiali da sole, abbozzò un sorriso e, spingendomi avanti, entrando nell’abitacolo, lasciò che salutassi. Buongiorno, dissi. Faccia di pietra non rispose che con un cenno. Significava: sedetevi e non rompete il cazzo. Aveva seni piccoli, lucidi e marroni, in parziale esposizione, costellati d’efelidi brillanti. Continuando a leggere cifre, spostò in avanti, sul piano ingombro della scrivania, le bustepaga. Erano le ultime due. Allora?, sbottò. Significava: ancora in mezzo alle palle? Danilo afferrò le buste e le infilò nella tasca interna del giaccone. Grazie, disse. A lunedì, dissi io.  Lei tracciò una riga sul foglio e, annuendo, fece un gesto con la mano: fuori dai coglioni. Arrivederci, disse Danilo. Seh, fece la donna. Guardai Danilo, mentre si alzava, calare sugli occhi le lenti. Non ci avrebbe mai sopportati, pensai. Era una femmina da cortile in un cubo di plexiglas pieno di polli da batteria.

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