gioia on: a single man

4 febbraio 2010

A Single Man di Tom Ford con Colin Firth, Julianne Moore, Matthew Goode, Nicholas Hoult

Liberamente tratto dall’omonimo romanzo, scritto nel 1964 da Christopher Isherwood, A Single Man è un film algido e doloroso. Presentato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, l’esordio di Tom Ford, enfant prodige della moda (suo il merito di aver risollevato le sorti della maison Gucci), è stato salutato da critiche entusiaste e ovazioni da parte del pubblico in sala.

Il racconto si sviluppa intorno ai diversi momenti di una giornata di George Falconer, stimato professore universitario, inabissato nell’elaborazione della perdita del compagno, deceduto qualche mese prima in un incidente stradale. Flashback dei diciannove anni passati assieme suscitati da dettagli di pura quotidianità a cui s’intrecciano ricordi di gesti affettuosi e intimi, accompagnano il protagonista durante il suo lavoro, a casa, mentre si veste o si prepara per uscire, negli incontri fortuiti con un giovane sconosciuto e un suo studente, con l’amica del cuore, Charlotte, mentre ordina da bere nel locale in cui, anni prima, iniziò la storia d’amore con Jim, fino agli ultimi istanti della sua vita.

Per essere un’opera prima, A Single Man risulta assai convincente e la mano di Tom Ford altrettanto matura. Maniacale nei dettagli – probabilmente per deformazione professionale – curatissimo nella messa in scena, supportato da una fotografia eccezionale e da un’ottima colonna sonora, il film, per eccesso di formalismo, rischia però di raggelare in una sorta di distaccata ed estetizzante rappresentazione. In realtà la cifra stilistica alla quale, per sua stessa ammissione, il regista si ispira, è quella di Alfred Hitchkock e di Wong Kar-Wai, autori diversissimi (e inarrivabili), ma accomunati dall’ossessiva ricerca dell’immagine perfetta, che tutto contenga e tutto comunichi attraverso la composizione dell’inquadratura, l’impasto della luce, i movimenti di macchina.

Il dolore, composto in un’eleganza strenua, mai fiaccata da sussulti e umanissime emozioni, riluce, invece, lancinante, quasi stillando, dal viso e dallo sguardo di un Colin Firth (Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile e in odor di Oscar) davvero straordinario. L’attore inglese misura alla perfezione la dolcezza e la virilità del protagonista, l’incanto per la bellezza e la sofferenza muta che lo schianta. Il modo di sorridere, di osservare i suoi interlocutori, le commozioni che impercettibilmente piegano le labbra e gonfiano gli occhi, “fanno” letteralmente il personaggio. Accompagnato solo in alcune sequenze dalla sempre eccellente Julianne Moore, Firth regge da solo il film con una bravura e una presenza che lasciano, a tratti, senza fiato.

L’incapacità di tornare a vivere dopo la morte dell’amato, l’ininterrotta e fallimentare elaborazione del lutto, avvicinano A Single Man a Hiroshima mon amour (1959), capolavoro di Alain Resnais, in cui la reminescenza lacerante della precedente storia d’amore, finita tragicamente, impediva alla protagonista non solo di innamorarsi nuovamente, ma di trasformare in memoria – meno virulenta e più condivisibile degli intimi ricordi – il passato. Gli stessi temi ricorrono anche in Camere separate (1989), splendido romanzo di Pier Vittorio Tondelli, non a caso, grande estimatore di Isherwood: la visione del film ne richiama in effetti più di un passaggio, specie per quanto concerne una concezione dell’amore intesa, come ebbe a dire Oreste del Buono, quale “tensione, pericolo, scoperta di sé, meditazione sul mondo, rivelazione del futuro”. Il legame, dunque, non la relazione – veste mondana e superficiale che, d’altra parte, a causa dell’interdetto gravante sull’omosessualità nell’America dei primi anni ’60 in cui A Single Man è ambientato, non avrebbe mai potuto essere impunemente esibita – come motore dell’esistenza, vincolo vitale e cupo baratro, inizio e fine.

Film da vedere e su cui riflettere.

Gioia

Annunci

6 Risposte to “gioia on: a single man”

  1. windsong said

    Complimenti, hai espresso a parole ciò che io ho percepito guardando il film. Grazie.

  2. Gioia said

    Grazie a te, per esser passato di qui e aver letto e commentato la recensione.

  3. […] c’è una fila di una decina di persone che aspettano di poter fare il biglietto per vedere il film di Tom Ford. Io e G ci accodiamo e attendiamo. Molti devono fare la tes­sera dell’associazione culturale e […]

  4. Gioia said

    Bello trovarti qui! Comunque il film citato da enrico ghezzi nella sigla di Fuori orario – e anche da Tom Ford, come fai giustamente notare nel tuo bell’articolo – è il magnifico (davvero magnifico!) “L’atalante” (1934) di Jean Vigo.
    Ciao
    Gioia

  5. Giuli said

    avevo già deciso di andare a vederlo, e dopo avere letto la tua recensione, ne ero ancor più motivata. ho dovuto rimandare e rimandare a causa dei soliti impegni di vita… finalmente ieri sera, ce l’ho fatta. ne è davvero valsa la pena. 🙂 g.

  6. Gioia said

    Cara Giuli,
    son molto contenta ti sia piaciuto il film! Alcuni l’han trovato eccessivamente freddo, algido. Lo è, per carità e forse tende a esser manierista, però credo che la sua sincerità stia proprio nell’eleganza formale come urna, come altare da offrire al defunto. Nonostante alcune ingenuità – e bisogna considerare che si tratta di un’opera prima – io non ne ho trovato diminuito l’impatto. Ford da offrire non ha che l’eleganza algida e dunque mi è parso piuttosto coerente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: