porzus partigiani democrazia

8 febbraio 2010

Alla luce di questo episodio (l’eccidio di Porzus, che si commemorerà il 10 febbraio, ndr.) c’è da chiedersi quale contributo reale diede la lotta partigiana in Italia per il ritorno della democrazia. Così scrive Dino Messina, storico al soldo del Corsera in data 4 febbraio, commentando un’intervista a Elena Aga Rossi, autrice con Victor Zalavsky di Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Il mulino, 2007) apparsa lo stesso giorno sulle colonne di Avvenire. Ora, non faccio certo lo storico e non so quale sia lo stato dell’arte presso i più smaliziati addetti ai lavori; so però che aria tiri da qualche tempo nell’Italia del settantaquattrenne Uomo Nuovo, e in particolare nell’alleato Nordest legaiolo in cui vivo. Sarò moralista; ma benché debba confessare oltre a una dose di ignoranza anche certa parzialità di giudizio, trovo che la questione, così come posta da Messina, detti un falso problema e, facendo velatamente il gioco della Rimozione butti, per così dire, con l’acqua anche il bambino.

Provo a spiegarmi. Io francamente non saprei dire, alla luce di quanto avvenne a Porzus come in altre, altrettanto agghiaccianti circostanze, quale possa essere stato il reale contributo della lotta partigiana alla democrazia. E’ indubbiamente plausibile ipotizzare che il grosso dei comunisti cioè il grosso dei partigiani cioè la maggior parte dei combattenti non abbia deciso, dopo il settembre ’43 e l’istituzione della RSI, di dare la vita esattamente per la democrazia (e la patria). Ci può stare: erano comunisti, ed erano altri tempi. Mi domando tuttavia in quali termini la democrazia, con la lotta partigiana, c’entri; e, d’altro lato, se il sacrificio dei comunisti che la egemonizzarono – poiché questo parrebbe, per lo meno in astratto, il problema: la fondazione di una democrazia inevitabilmente malata da parte di una forza per definizione antidemocratica – possa integralmente e in tutta serenità imputarsi all’instaurazione in Italia del totalitarismo. Certo è che quel sacrificio a qualcuno ha fatto comodo. E che i comunisti, nei decenni successivi, possano averlo rivendicato anche ai fini di una sofferta riverginazione democratica, non svaluta in alcun modo il fatto che tutte le forze istituzionali della prima repubblica (a esclusione, ovviamente, dei fascisti) abbiano tratto legittimazione da quella lotta. Sicuro: falsificandone parzialmente la natura conflittuale in favore di una “mitologia fusionale” allora forse necessaria, oggi invece meno urgente, se non addirittura ingombrante; che, tuttavia, testimonianze come quella di Porzus, hanno messo in discussione almeno dalla metà degli anni ’90. E’ proprio il mito fondativo dell’unità dei suoi fautori, l’oggetto della critica di Elena Aga Rossi alla guerra di liberazione: Porzus, dove un commando comunista fece strage di una brigata partigiana non comunista, ne offrirebbe appunto atroce confutazione. Mi è stato d’altronde  insegnato come in seno alla resistenza – fenomeno più ampio e longevo della lotta partigiana – il dibattimento sulla forma politico-istituzionale da conferire alla nazione una volta annientato il regime fascista, apparisse quanto mai disomogeneo, considerata per esempio la presenza, attiva sia fuori che dentro le formazioni combattenti, oltre che di comunisti cattolici socialisti azionisti, di cospicui sostenitori della causa monarchica. Val la pena ricordare il favore a essa accordato, sebbene sulla falsariga del modello anglosassone, dal maggior romanziere della lotta partigiana in Italia, Beppe Fenoglio. E come, alla decisione inerente la questione democratica, per svariati mesi e con un referendum dagli esiti ben poco scontati, si sia intrecciata quella repubblicana. Mi rendo conto che queste ultime possano oggi apparire mere questioni teorico-ideologiche. Ma se così fosse, potrebbe affermarsi che soltanto i comunisti, per questioni di tal fatta, sarebbero stati disposti a tradire i loro alleati democratici? Stalin era un alleato o non lo era? Non venne, la brigata Osoppo, massacrata a Porzus proprio per sospetti di intelligenza con il nemico di tutti, cioè il fascista? Soprattutto: sarebbe stata possibile senza quell’originario lascito in sangue una fondazione nazionale, sia pure, in seguito, mitologicamente gonfiata? Non serpeggerà, per caso – reale o meno il contributo alla democrazia di quel lascito – la voglia di negare gli esiti fondativi del secondo conflitto mondiale? Di affermare: eravamo italiani prima, lo siamo stati dopo, lo siam sempre stati, lo saremo sempre? E non fa un po’ schifo, ‘sta roba? Toccherà a Garibaldi e Mazzini all’apparizione del prossimo Uomo Nuovo di settantaquattro anni? Gli studi archivistici moscoviti di Elena Aga Rossi provano che Togliatti e Stalin ipotizzarono una cessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia in cambio di un congruo aiuto da parte di Tito all’attuazione della rivoluzione bolscevica in Italia. Carta canta: son cose che bisognerebbe ficcarsi bene in testa, una volta per tutte. Ma ci sono anche altre cose che nella testa dovrebbero rimaner salde e che invece una certa oscillazione di comodo (il comodo dell’Uomo Nuovo, naturalmente) fra il piano ideologico-astratto e quello dei fatti storici, tende sempre più spesso ad allentare. Faccio un esempio. La cosiddetta conventio ad excludendum nei confronti del partito comunista, intesa come norma non scritta ma nei fatti perfettamente vigente – norma quindi di quella che si usa chiamare costituzione reale – presenta una parvenza di simmetria con la norma scritta ma nei fatti nient’affatto applicata che condanna la ricostituzione del partito fascista. La norma taciuta, che escludeva i comunisti dal governo della nazione, non venne scritta per ragioni del tutto ovvie: essi – ancorché totalitaristi – contribuirono nei fatti alla sconfitta del fascismo e parteciparono alla redazione della costituzione. La norma scritta che vietava la rifondazione del partito fascista venne redatta per ragioni che oggi appaiono ovvie  (la sconfitta) e simmetriche  (totalitarismo) esclusivamente in astratto e solo qualora si tenga a discrimine, a bussola ed esito già da sempre ipotecato di tutta la resistenza, la democrazia. Nel caso della ricostituzione del partito fascista a essere trasgredita fu una norma scritta della costituzione formale: il partito fascista fu ricostituito. Nel caso dei comunisti la norma non venne scritta, dunque non vi fu alcuna trasgressione, semmai una forma d’omissione e tradimento. Come la mettiamo? Tutto questo per dire che un conto è ridimensionare un mito fondativo d’unità nazionale, un altro è processare le intenzioni di tutte le persone (comunisti e non) che ne resero possibile l’elaborazione, sulla scorta di una coerenza fra fede e prassi politica sistematicamente smentita dagli eventi, dall’eterogenesi dei fini, dalla realtà vivente. Non è la democrazia, il punto. E nemmeno il totalitarismo. Il punto è la svalutazione della lotta, la destituzione dei padri, l’apprezzamento del Nuovo, la man bassa sulla costituzione. Di fatto, determinanti o meno in relazione alla vittoria (si leggano i commenti al post di Dino Messina: i partigiani, pochi e male equipaggiati, non sarebbero stati numericamente decisivi per la vittoria sul nazifascismo in Italia), egemonizzati o meno da una forza antidemocratica, esponenti dell’intero l’arco costituente ritennero necessario immolarsi contro il comune nemico. Che era fascista. E che era comune anche – e direi soprattutto – perché mescolato nel sangue. Fascista poteva essere infatti il padre, la madre, il fratello, la sorella, e persino – data la forsennata coscrizione salotina – il figlio. Ecco perché non lasciar fare ai soli alleati il  “lavoro”. Non si trattava di dare una mano. Né in prima istanza di affermare i valori della democrazia. Si trattava di cosa fossero diventati, agli occhi di queste persone, il fratello il cognato il collega il compagno di studi il fidanzato fascista; e di cosa queste persone sarebbero state disposte a diventare nei loro confronti. Altro che alleati. Altro che numericamente determinanti. Altro che mito unitario. Altro che liberazione dallo straniero. Altro che confini nazionali. Altro che democrazia! Questo era determinante. Al di là di ogni polemica in materia di revisionismo, al di là di tragedie come quelle di Porzus (o di tutto l’orripilante affaire Trieste – città morta, per Togliatti), bisognerebbe aver saldo anzitutto il fatto che per la totalità della resistenza – combattente politica d’opinione – il reale discrimine, autentico taglio nella carne e nel sangue, fu soltanto e tragicamente, l’antifascismo.

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