il teorema del devastatore

11 febbraio 2010

La settimana scorsa mi è stato recapitato un romanzo che avevo letto, in dattiloscritto, fra il marzo e l’aprile del 2005. L’autore, già vincitore di alcuni concorsi letterari e autore di Dal vuoto assoluto – un falso Brett Easton Ellis, pubblicato nel 1996 da Stampa Alternativa, era stato consigliato dal responsabile per la narrativa italiana della Mondadori, che pur ne aveva riconosciuto il valore, di provare a bussare alle porte di editori più piccoli e intraprendenti, come quello che un paio d’anni prima, non senza rischi, aveva avuto il coraggio di dare alle stampe il sottoscritto (Sironi). Attraverso mia sorella che, probabilmente, mi faceva ancora un po’ di pubblicità, l’autore aveva saputo di me e della mia amicizia con Giulio Mozzi sicché, ottenuti numero e recapito, dopo una breve e incasinata telefonata – ero al lavoro, credo – spedì una lettera di presentazione che iniziava così: salve, anzitutto mi scuso per l’invadenza. Mi chiamo Lorenzo Moneta, ho trentacinque anni, vivo e scrivo a Roma. Se un giorno diventassi famoso (sic!!), detesterei telefonate come quella di oggi e e-mail come questa, ma le chiedo di portare pazienza… è una cosa a cui tengo veramente tanto.

Il punto è questo. Ho scritto un romanzo che vorrei sottoporre all’attenzione sua e a quella di Giulio Mozzi. La mia amica Lara – amica di sua sorella – mi ha consigliato di rivolgermi a lei, non tanto per una squallida questione di raccomandazione quanto per “passare un primo filtro”….

Lessi il romanzo con interesse e ne parlai con Giulio che mi propose di scrivere una noterella di presentazione in seguito alla quale avrebbe dato in lettura il testo ai colleghi, ma Il Teorema del devastatore, questo il titolo del romanzo, dovette aspettare il suo tempo. Oggi quel tempo è venuto e il Teorema del devastatore, di Lorenzo Moneta è finalmente ordinabile nelle migliori librerie, o presso l’editore Giraldi. Rispetto a quella che lessi, l’edizione è arricchita da disegni, elementi grafici, e mi pare anche da una più marcata organizzazione formale del testo. Sembra molto bello anche proprio a vedersi. Per me tuttavia è doppiamente emozionante perché quelle note disperse nella bufera degli anni – richiamate addirittura in copertina, sotto titolo e nome dell’autore – hanno ora l’onore di abitarvi, come postfazione. Le ho ritrovate stanotte, dopo due ore di martellante smanettamento. Le pubblico con affetto, convinzione e anche un senso un po’ confuso di gratitudine.

***

Teorema del devastatore: come e perché mi è piaciuto (ach!)

Questo libro mi è piaciuto come una specie di giallo. Anzi di noir. Un noir dei sentimenti. Non so se sia un noir, in realtà. Lo è un po’ nella prima sezione, che poi è forse la più debole, in cui viene a ricostruirsi il nesso fra le due voci narranti, differite, lo si capisce, nel tempo, e appartenenti allo stesso personaggio-protagonista-narratore: Romeo.

E’ al tempo stesso un libro di viaggi, quindi di avventure (c’è una scena strepitosa di tragico windsurf notturno, a pagina 22). Si scorrazza parecchio e ci si droga a più non posso. Grecia, Spagna, Francia, Germania, Italia. Sballoni e sballinate varie, fra queste una no-globalina tedesca, simpaticissima. E è anche un libro di formazione (abortita): l’ultimo scorcio di una formazione.

La struttura del libro è particolare, articolata. Si vuole dimostrare un teorema, il teorema del devastatore, appunto. Le sezioni sono tre: ipotesi, che porta il nome del devastato, il protagonista-narratore Romeo. Tesi, che porta il nome del devastatore di Romeo: Sveva. Dimostrazione – un epilogo – che porta il nome di Camila. Camila è un’amicizia del tutto occasionale di Romeo. Romeo è il devastatore inconsapevole di Camila. Il teorema mostra che ognuno di noi è l’inconsapevole devastatore della felicità di un altro e che la normalità (specie di mezza morte, di semi addormentamento) è l’universo degli ex devastati.

All’interno di queste tre sezioni, ci sono molte sottosezioni, con titoli e cifre stilistiche ricorrenti. “Snapshots”, per esempio, in cui l’autore apre le scene inquadrandole come “interno giorno”, “esterno notte” e così via. Ci sono stralci di diario di Sveva. Frammenti in corsivo. Le sottosezioni sono nella più parte glossate con stralci presi da un testo – un trattato o un saggio – intitolato: Teorema del devastatore. Insomma di roba ce ne è abbastanza. Il tutto è eterogeneo, ma si tiene. C’è ordine e non ci si incasina.

Sebbene si tratti di un libro di sentimenti, il tipo di relazione che il testo ha instaurato con me non è intima o intimista. Non c’è, mi pare, un lavoro particolare sulle atmosfere. Non si è sedotti, ma incuriositi. E si sottolineano anche parecchie frasi. C’è uno scandalo: non vivere, vegeta! e a monte, il misterioso rovello esistenziale che lo genera. Un mistero il rispetto del quale nega l’esperienza. Che è, presumo, la possibilità di un trascendimento del proprio limite. Credo abbia a che fare con la disperata – perché data nient’affatto come ovvia – impossibilità di amare in modo assoluto; con la paura della felicità come automatico sinonimo di perdita; con il desiderio di fallimento e di dolore in quanto uniche certezze e protezioni contro il rischio di essere nuovamente toccati, anzi, infetti (dolore conservato quasi artificialmente). Nei libri che trattano l’intimità, ho pensato, si lavora sulle atmosfere anche perché si sa che la cosa non è dicibile in modo diretto. Riferibile, o come dire?, comunicabile. Ma che ne si può fare oggetto di trasmissione mediante la suggestione, l’evocazione, la riproduzione dell’ambiente in cui la cosa ha dato segno di sè. Insomma in modo obliquo. In questo libro, al contrario, si cerca il modo diretto. E’ un libro che parla della sparizione dell’intimità, se non proprio del suo assassinio. “Aiuto! La mia ragazza non vuole essere mia! Il mio amico non vuole essere mio! Il mondo sta cancellando i pronomi possessivi dalla grammatica!”, dice a un certo momento il protagonista. Detto così suona comico. Ma non suona comico, nella sua sede. Suona vero.

Una cosa che mi ha colpito è il modo di agire del virus. Il virus di cui il devastatore è portatore si manifesta nel devastato prima che si sia reso conto dell’esistenza del devastatore. Il devastato, infetto dal virus, produce un’immagine fantastica del devastatore: nella fattispecie un fumetto. L’immagine fumettistica del devastatore infetta l’amico del devastato, che prende a dare vita al devastatore-fumetto, cioè a scriverne le avventure. Il devastato riconosce il devastatore-corpo quando l’immagine-fumetto del devastatore è già viva e vegeta: manca soltanto il nome. Insomma, curioso. L’amico del devastato, portatore sano del virus, si appropria dell’immagine-fumetto del devastatore, cambia vita, fa soldi, mette al lavoro la malattia. E scopa il devastatore. Il devastato si perde. Non può fare altro che devastarsi.

Poi mi è piaciuta anche la lingua. Potremmo dire che il calderone è quello del minimalismo. Brett Ellis, Mc Inerney. Si sente Tondelli nelle sezioni di viaggio. Ma non c’è tondellismo (per me la maniera tondelliana è fastidiosissima!). E’ un tondelli fatto proprio. Personalizzato. Elettrificato. Si percepisce, a mio giudizio, la profonda implicazione dell’autore in ciò che racconta e illustra. Come dicevo: suona vero. Usa la lingua in maniera abbastanza spiccia, pratica, essenziale – ma non inelegante o sciatta. Senza trasformarla in una lama, in uno strumento chirurgico. In fondo non è la lingua, il forgiare uno strumento, ciò che gli sta più a cuore. Diciamo: non è soltanto quello (deve averci lavorato parecchio, in realtà, ma, come dire?, continuamente incalzato da altre istanze). La distanza conquistata nei confronti della materia è quella sufficiente, che consente il tentativo di parlarne. Non c’è chirurgia. C’è generosità. Personalmente ho trovato alcune cose che mi riguardano. Sul piano della scrittura e sul piano esistenziale. Attraverso le quali credo di essere passato, che sento ancora in me e intorno a me e che anche mi fanno imparanoiare. C’è qualcosa che mette un po’ in guardia, qui dentro. Per dire, che ho sottolineato. Anche se non ero sempre d’accordo e a volte mi identificavo più con il devastatore che con il devastato.

(aprile 2005)

 

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9 Risposte to “il teorema del devastatore”

  1. monica said

    pensavo di leggere di un romanzo scritto da te, pensavo “ha trovato il modo, chiamarsi Lorenzo Moneta”, (e insieme pensavo “bene, bravo, sono contenta” e “potevo aspettarmelo, è il modo del blog – ma non importa cosa potevo aspettarmi io, importa che è successo e sono contenta”, poi c’è il calderone del minimalismo e penso “ma, forse, no”

    ciao,
    monica

  2. monica said

    be’, dimentico pezzi, spesso, per esempio una parentesi, o forse, la tralascio

    😉

  3. Be’, eccomi. Non potevo farne a meno: rinnovi l’idea di persona gentile che conoscevo. Sinceramente non pensavo che ne parlassi qui, e mi ha fatto un gran piacere.
    Spero di riuscire a venire presto dalle parti di Padova a fare una presentazione. A casa ho un cucciolo d’uomo di 5 mesi che mi sta dolcemente trattenendo da viaggi d’ogni tipo, ma non dispero. Crescerà, e verrà con me.
    un abbraccio!

  4. Giuli said

    felice di avere contribuito 🙂

  5. mbrt0 said

    Ciao Monica, grazie per essere passata. Non mi hai più scritto il famoso sogno!

  6. mbrt0 said

    Ciao Lorenzo. Parlarne qui era il minimo, veramente.
    Un abbraccio anche a te, e un bacio al piccolo. A presto!

  7. monica said

    come ha scritto una volta Marco Candida, sono i lettori a dover ringraziare chi offre loro godimento –
    (per il sogno aspettavo un cenno, e un indirizzo – non avendolo, faccio una cosa pubblica: mi dici uno o due libri, o quanti ne vuoi, di autori tedeschi che ti son piaciuti?)

  8. monica said

    nessuno?
    😦

  9. mbrt0 said

    Ciao Monica, eccomi qui. Allora, la mail è: umbertocasadei@libero.it. Gli autori tedeschi sono Uwe Johnson e Benno Von Arcimboldi. Ciao.

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