(fiume)

13 febbraio 2010

Lunedì, mentre torniamo dalla visione pomeridiana di Avatar con mamma zio e sorella – ai quali avevo promesso che avrei pagato il biglietto – recandoci dalle parti di Mario, il mio maestro, per mangiare una pizza, Gioia telefona alla collega con cui spartisce un ciclo di presentazioni filmiche per prendere in merito accordi precisi. La collega, sconvolta, si scusa per non avere risposto al messaggio ricevuto da Gioia nel pomeriggio, ma sicura di averlo visto e conservato, promette di leggerlo al primo momento di respiro e mente libera: suo padre, spiega, sofferente di una forma di Parkinson non grave ma necessitante cure, uscito di casa la sera di sabato per la consueta passeggiata del dopocena, non ha più fatto ritorno e da quel momento è disperatamente cercato da famigliari e amici (anche attraverso Facebook), dalla redazione di Chi l’ha visto (immediatamente allertata), nonché da polizia e carabinieri, specie negli appezzamenti circostanti Montegrotto, località in cui abita.

La cena con il maestro, piacevolissima, seguita da una staffa in una birreria non troppo fuori mano per essere lunedì, è stata per me foriera di accensioni e conseguenti progetti di correzione, riassumibili nell’abbandono di letture e riflessioni stagionali e nell’intrapresa immediata di Guerra e Pace di Lev Tolstoj, della Ricerca di Marcel Proust (abbandonata a suo tempo), e di 2666 di Roberto Bolaño, letto dal maestro quasi due anni orsono e rimastogli enormemente impresso; letto da me, su suo prestito e consiglio, ma piuttosto inspiegabilmente mollato – poiché mi piaceva e mi faceva venir voglia di scrivere allo stesso modo – circa a metà: puntualmente incalzato da altre inaggirabili novità, presumo; quindi bellamente dimenticato. Rileggere Tolstoj, ha detto Mario, è stata una tale esperienza – una specie di estasi – che mi sono domandato se alla letteratura di oggi non manchino proprio l’intenzione, la disposizione e gli ingredienti che fanno del libro di Tolstoj, al di là del suo essere un capolavoro fatto e finito, ciò che esso è, ma che potrebbe essere, con altri testi, anche se il risultato non fosse stato altrettanto inarrivabile: letteratura dispiegata al suo massimo potenziale estetico, conoscitivo, pedagogico, in una tensione di totalizzante ed esaustivo specchiamento con il mondo, non tuttavia semplicemente illustrato come grandioso, magnifico, minuziosissimo affresco, ma anche spiegato ossia in qualche modo svitato, aperto, mostrato e per così dire rimesso in funzione secondo tutte le sue stratificatissime partizioni, e con i riti, le routine, gli automatismi, le necessità di ognuna di esse, capillarmente, come si trattasse di gigantesco chapliniano ingranaggio, meccanico e vivo al tempo stesso. C’è qualcuno che faccia con il mondo, gli ambienti, le classi sociali qualcosa del genere? Che riesca a porsi nella posizione in cui pone il suo occhio Tolstoj (onde l’ek-stasis, appunto, esperita-partecipata)? Gioia e io non siamo riusciti ad articolare  più che qualche blanda considerazione sociologica, sul rimescolamento delle classi sociali, sulla loro relativa opacità, su una democratizzazione plebea dei costumi e degli usi, sulla sostanziale contaminazione dei registri linguistici a fronte dell’ormai secolare proliferazione (sempre sia ancora tale) di linguaggi specialistici e settoriali. Allora c’erano i re e le regine, devo aver detto, i principi i nobili gli ufficiali i borghesi i piccoloborghesi i contadini e dio sa quant’altro, tutto ben separato, riconoscibile, compartimentato e via discorrendo; ma hai sentito, oggi, come parla il re? Cos’ha nella testa, che posti frequenta (il casinò di Campione D’Italia), di cosa si occupa (criptoprostituzione, malversazione, corruzione etc.) e cosa gli esce di bocca? C’è differenza fra come parlano il re, il fotografo Corona, i miei colleghi di lavoro (e me)? Ricordi le intercettazioni del re, riguardanti la giornalista Giuliana Sgrena? No, ha detto lui. Come parlava? Eh, così!, ho detto: e ho provato a farne l’imitazione. Martedì sera, con queste cose ancora nella testa, vengo a sapere da Gioia che il corpo del padre della sua collega è stato rinvenuto durante il pomeriggio, senza vita, nei pressi del canale navigabile di Battaglia Terme, grosso modo a una decina di chilometri da Montegrotto. E che sebbene l’autopsia non sia stata ancora praticata, tutto  lasci supporre non si sia trattato di suicidio, ma di un incidente occorso all’uomo, scivolato o avventuratosi presso l’acqua, probabilmente nottetempo, nel tentativo di risalire l’erta dell’argine. Nel corso della giornata, pensando al possibile percorso del padre della collega di Gioia, deambulante al gelo, nella campagna, di notte, in stato di smarrimento, e all’impegno delle forze dell’ordine nello scandaglio – più che di stazioni rimesse luoghi pubblici strade locali – dei fondi fumanti che fanno di Montegrotto e della vicinissima Abano (con i loro alberghi e la loro ordinata, verde, rarefatta atmosfera) mete storiche del turismo termale, mi era tornato in mente quanto apparisse incubosamente irriconoscibile, quest’estate, il percorso che dal Passo del Coyote – dove con Gioia e Mario eravamo stati a cena – ci aveva ricondotto alla periferia di Padova incrociando, Battaglia e i Colli Euganei alle spalle, i territori contermini di Montegrotto e Abano. La strada nuovissima, bene asfaltata e variamente attrezzata con piste ciclabili in verde, camminamenti in azzurro, dossi di attraversamento rialzati a scacchi bianchi e rossi era cadenzata da rotonde indistinguibili l’una dall’altra per diametro, corona d’asfalto quadrettato arancione, aiuole fiorite e un arboscello nel centro; morbidamente curvilinea, in leggera discesa, essa era di tanto in tanto avvicinata da modesti, discreti raggruppamenti abitativi di recentissima edificazione i cui parcheggi, che s’intravedevano ai lati, erano quasi immancabilmente vuoti. Dove siamo?, ci chiedevamo scendendo a valle. Sei sicuro che questa sia la strada più breve? Né Gioia, né il maestro, nè io eravamo in grado di orientarci, ma ciò che in quella ventina di minuti d’automobile più ci aveva inquietato e che mi era appunto tornato in mente nel corso del pomeriggio, concerneva gli appezzamenti di terreno circostanti: perfettamente sgombri e, per una volta, non assediati dai soliti cubici, grigi prefabbricati industriali, apparivano tutti serrati dietro reti metalliche nuove di zecca, simili a quelle che talora recingono i campi sportivi. Gioia mi aveva fatto notare come non ci fossero fossi, presumibilmente tombinati, né alberi, di fianco alla strada. E come il nastro d’asfalto sul quale planavamo costituisse l’intercapedine recintata fra terreni suddivisi, senz’altre strade o sentieri o fossati, nel medesimo modo al loro interno. Ho pensato che anch’io, nella confusione, avrei cercato il fiume. E qualora l’avessi trovato, l’avrei benedetto.

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