Daniel racconta a Costanza di come, mentre stava picchiando Leo, gli fosse venuto in mente il tagadà

25 febbraio 2010

Strano, le aveva raccontato. Strano cosa? Strano come anche nelle situazioni più pazzesche ci sia un pezzo di noi altrove, assente. L’ultima volta che aveva fatto a botte con qualcuno, le raccontò, risaliva alla pubertà, ai tempi del patronato e dell’organizzazione grest, quando con i due amici d’allora – l’Idraulico Agiato e il Chierichetto Trentenne – si era presentato a Don Pacchia persuaso di avere la vocazione. Ma non ricordava più il motivo preciso, le disse ingoiando i placebo antistress, e mentre colpiva Leonardo e la sua mente ricostruiva i motivi di quell’antica scazzottata si domandava se Leo, incredibilmente leggero rispetto alle aspettative, avesse mai fatto a botte in vita sua.

Stai muto, con me, vero? Non hai il coraggio, con me! Con Barbara hai il coraggio. Con la ragazzina che ha fatto la tesi hai il coraggio. Con loro si hai il coraggio, gli disse, ma con me stai muto, vero? Non le meni, le mani, con me. Nemmeno ci provi, eh! Tu…, farfugliò Leo. Cosa? Tu non… Cosa dici? Non… capisci. Cosa? Cosa non capisco? Tu non capisci un… cazzo! E’ stato in quel momento, disse a Costanza, che ho visto il tagadà. Cosa? Il tagadà. Te lo ricordi? Ricordi, Costanza, il tagadà? Daniel, io… dissentì Costanza, portando una mano alla fronte. La giostra sussultava e le persone scaraventate dai sussulti verso il centro oscillante della pedana si lasciavano scivolare da una parte all’altra cozzando. I ragazzi ovviamente ne approfittavano, le ragazze ovviamente urlavano, mentre Leo, in disparte, seppure anche lui sulla giostra, sentiva un gran colpo alla testa, un colpo violento e pieno, dissimile dagli urti prodotti dagli scossoni del tagadà e strano perché lui era appunto rimasto in disparte, aggrappato alla ringhiera sul bordo della pedana seduto in mezzo alle catene e ai foulard colorati che indossava il sabato sera, sul rosso sedile anulare in cui ci si appostava prima che il giro di giostra iniziasse. E mentre inevitabilmente mi domandavo come ci si vestisse il sabato sera in quei primi anni ottanta sapendo di dover affrontare una giostra come il tagadà, e la mia curiosità investiva d’un tratto, come un improvviso fascio di luce le tipe, le tanto commiserate tipe dei primi anni ottanta, con i capelli cotonati le spalline troppo larghe le gonne troppo aperte i jeans troppo corti, per tacer dei calzini bianchi, e pensavo: povere derelitte tipe dei primi anni ottanta – mela verde e borotalco – non potevo non domandarmi che ragazze potessero essere, che cosa Leo ci trovasse, cosa pensasse Leo di tipe che, come tutte le tipe, passavano ore a sistemarsi davanti agli specchi dei bagni e delle camerette rosa per poi scaraventarsi sulle tacche tonde e gommose della pedana del tagadà, lui vestito come un punk di provincia pieno di strappi già un po’ fasulli e di borchie di latta con i capelli invischiati di sapone e dentifricio, un punk in jeans foulard legati dappertutto perché la pelle nera era troppo costosa e la fintapelle tirava poco, un punk sul tagadà, pensavo, fasullo già allora, disperato a quell’età, un punk sul tagadà, mi dicevo, non era altrettanto assurdo? Probabilmente per questo, nella visione, Leo si era tenuto ai margini, ragionando, mentre cadeva nella bolgia al centro della pedana, su come quella che aveva ricevuto e a causa della quale stava cadendo, non potesse essere stata una botta fortuita, ma una sberla, una grossa sberla a dita aperte, violenta, benché il suono in quel frastuono di canzoni, di urla, di risa e di botte, fosse ridotto quasi a quello di un bacio, e Leo aveva immediatamente pensato fosse stato qualcuno della sua compagnia, perché c’erano le compagnie allora, e anche Leo, che pure, come tutti i suo compari, odiava le compagnie in quanto domini di fighettame motorazzi e sputtanamento, faceva parte di una compagnia che si trovava nel parco sotto casa, perché sotto casa, c’erano i parchi, pensavo, ed era allora, all’apparizione del parco sotto casa che vedevo il Panzone sul Bravo azzurro metallizzato molleggiante, l’immancabile Panzone anni ottanta, che non ci andava mai per il sottile ed era invidioso (…)

Fu allora che Daniel schioccò la sua sberla – stella marina – e Costanza, zitta e attonita fino a quel momento, le mani sotto il mento, dovette urlare il suo nome. Dimmi adesso cosa succede!, imprecava Daniel. Dimmelo!, diceva, alzando per il bavero la testolina di Leo, mentre Luca gli attanagliava il dorso. Anche quella, aveva detto a Costanza, incastrando la porta bianca del bagno nello stipite scrostato, gli era sembrata d’un tratto minuscola e secca – come la corteccia di un frutto cavo; come nel breve volgere di qualche minuto, Daniel si fosse ingigantito o come, più semplicemente, quella noce rimbombante, scarmigliata e fradicia, gli avesse rivelato la reale consistenza della figura di Leo.

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