gioia on: va dove ti porta il clito

28 febbraio 2010

A metà febbraio Daniele Luttazzi ha portato a Padova Va’ dove ti porta il clito, monologo scritto una quindicina d’anni fa, aggiornato e riveduto, parodia del (quasi) omonimo best seller per zitelle di Susanna Tamaro, che, a suo tempo, querelò Luttazzi per plagio, perdendo la causa. Alcuni quotidiani locali, pubblicando la notizia dello spettacolo, hanno ritoccato il titolo, sostituendo con tre puntini le lettere centrali della parola clito. Bizzarro. Non è proprio attorno a quel particolare anatomico – e a ciò che vi è vicino – che gira il mondo?

A scandalizzarsi della penosa condizione in cui versano le capacità discernitive di buona parte di questo paese, pornografico e reazionario, si rischia di passar per stolti. Cosa vuoi scandalizzarti, ormai? O peggio. Perché ti scandalizzi? Ma la merda, cosparsa di zucchero a velo, non diventa una torta al cioccolato, rimane merda. E ci si domanda come la patina laida e persistente che copre la porcheria accumulatasi a dismisura, come la sporcizia sotto i tappeti, possa accecare lo sguardo e cambiare di segno a qualsiasi abiezione.

L’utilizzatore finale Berlusconi Silvio va risaputamene a puttane. O meglio. Frequenta escort – termine apparentemente meno ripugnante, tanto per non turbare gli animi e le menti candide. E proprio nell’apparenza si pone il discrimine. Come dargli torto? Le ragazze che si concedono al vecchio satiro, identiche alle bellezze standard che popolano come tappezzeria le monotone ore catodiche, non sono la disarticolata incarnazione di un desiderio stimolante i bassi ventri più o meno attempati che, per mancanza di mezzi o avvenenza, appassiscono in un sudario d’immaginazioni, invidiando al premier il privilegio della realtà?

L’utilizzatore finale, del resto, non si sporca le mani col denaro, non va in battuta per i marciapiedi di periferia. Intrattiene le fanciulle – eleganti e dal maquillage leggero – col suo savoir faire, la sua erudizione, le sue spiritosaggini. Praticamente le seduce. I soldi, i regali, altro non sono che delicate attenzioni di un signore distinto e di classe.

Lo slittamento di significato che questa messa in scena comporta è aberrante. Il camuffamento, per altro piuttosto raffazzonato, sortisce esiti insperati per qualsiasi comune mortale. Ma l’highlander Berlusconi Silvio è, secondo Scapagnini, tecnicamente immortale. Il corpo del capo, così come quello dei manichini che popolano il più lugubre museo delle cere, è senza odore, senza sapore, dalla consistenza plastificata di un farsesco rigor mortis.

Il quotidiano spettacolo che da anni ammorba una platea in catalessi, annientata dal tedio di una replica a oltranza, ha conseguito il suo scopo: il berlusconismo come modus vivendi; l’assoggettamento di un popolo che osanna la dirittura morale di una beghina e poi ne sposa la nemesi. Deve essere un’illusone ottica quella per cui l’Italia continua a pensarsi bagnata da chiare, fresche e dolci acque, mentre sta affondando in una vasca biologica. Gli occhi aperti/chiusi, ciechi nel loro guardare, per spalancarsi e vedere quello che costantemente avvertono a un palmo di naso occorrono di un corpo riportato alla sua dimensione rebelaisiana che, come l’inconscio di deleuziana memoria, caga, fotte, piscia e che solo allora si rivela come carnaio di segni.

Ad accollarsi l’onere di un simile smascheramento talvolta è l’arte – un film come Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini è, in questo senso, emblematico – più spesso la satira. Da tempo, tra i pochi – forse l’unico –  a fare satira in Italia, è Daniele Luttazzi.

Senza mai perdere l’aplomb, Luttazzi inanella battute folgoranti, producendo continui corto circuiti nello spettatore, costantemente spiazzato dalla perseverante demolizione di idoli. Sfondando il comune senso del pudore e infrangendo il tabù condiviso per cui alcuni argomenti – la morte, in primis – non debbano essere trattati in chiave ironica, il comico romagnolo restituisce la problematicità irrisolta del reale. I monologhi di ordine scatologico e sessuale, spesso indigesti a un pubblico più vasto, schiudono all’intelligenza dell’autore, supportato da una base culturale tutt’altro che trascurabile, gli immensi deserti di libertà del perbenismo dilagante.

Il mastodontico eufemismo all’interno del quale la nazione si è atrofizzata, ribalta di continuo la valenza delle azioni, tradendone il senso e svuotando del significato precipuo parole e discorsi.

La narcosi a cui il paese si è volontariamente sottoposto, lo rende colpevolmente cieco di fronte alla violenza perpetrata ogni giorno dall’attuale governo alla Costituzione. E quanto più è scellerata la sua condotta e tanto più la maggioranza della popolazione – trasversale, che non si identifica in un unico colore politico – ammutolisce e ipocritamente volge lo sguardo alla posticcia riverginazione di una rispettabilità perduta nella bancarotta etica e morale dell’italico stivale addobbato di luoghi comuni. A tali condizioni l’opposizione frontale della nuda cosa risulta inaccettabile. La sua ortogonalità va aggirata attraverso l’allusione. Lo scempio del corpo femminile, feticizzato in ogni sua parte, è un velato richiamo al sesso – e alla morte – essendo la reificazione dello stesso a schermarlo, rendendolo non solo tollerabile, ma addirittura desiderabile. Lo sciacallaggio del dolore, attraverso il quale la morte viene esibita con morbosità oscena, pacifica le coscienze, ripulite dal pianto pavloviano, e le innalza all’estasi dell’onanistica celebrazione della propria profonda umanità. Quello stesso corpo, contraffatto e distorto, nella più totale astrazione, viene normato da Chiesa e Stato e, nel loro infaticabile maneggio, a perdersi è il residuo del reale. Residuo necessario, invece, per la satira, che lo impugna come testa d’ariete per smantellare l’impalcatura che sorregge la facciata di una struttura da tempo pericolante.

In tempi nefasti come quelli che stiamo vivendo, la portata anarcoide e dissacrante della satira, viene costantemente depotenziata, attraverso lo sfottò, l’imitazione salace, la battuta bonaria – che altro non fanno se non rafforzare ulteriormente il Potere – oppure repressa attraverso la censura.

Siamo giunti al paradosso di non indignarci più per l’atto deprecabile e vergognoso, ma per la parola che lo individua. Il tanto vituperato Luttazzi, autore acutissimo e raffinato, dà scandalo proprio perché chiama le cose col loro nome – “La satira è un punto di vista e un po’ di memoria” – denunciando l’abominevole menzogna alla quale la società si è conformata. Ma come diceva mia nonna, quando il saggio mostra la luna, lo sciocco guarda il dito.

Gioia.

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