dopocena (uno)

5 marzo 2010

La cortina sognante, al lavoro, si propaga al dopocena quando, portando in bagno il truogolo di plastica per una sommaria sciacquata, mi arriva la telefonata del bassista del gruppo con cui suonavo. Non lo sento dal matrimonio di un amico comune, del quale un paio d’anni or sono mi aveva informato e per il quale – dopo avergli procurato un lavoro presso un’azienda del suo settore – aveva fatto da testimone; ma è da ben prima di quella data che non ci chiacchiero, e averci davvero qualcosa a spartire saranno almeno tre lustri: quanto dista l’epoca dello scioglimento del gruppo. Al matrimonio di Gian, impelagato com’era fra scartoffie e convenevoli, non avevamo potuto che scambiare un saluto. E dopo la cerimonia , bevuto in fretta l’aperitivo (prevedibili farragini dal funzionario comunale + caldo assassino), non essendo invitato al pranzo nuziale, me ne ero andato.

L’incontro precedente risaliva a un altro paio d’anni prima, davanti al posto in cui lavoravo: una stradina buia e appartata, ottima per pensare, prendere aria e comprare fumo. Mi aveva chiesto cosa stessi facendo. Gli avevo risposto che lavoravo. Qui? Proprio qui. Mi aveva domandato se scrivessi ancora. Avevo sospirato – nooo?, temo di no… al che si era messo a ridere, roco, scrollando le spalle. Facevo bene a lavorare, cantilenò cingendo una spalla alla donna che l’accompagnava. Avevo un’età, non era più tempo di correre dietro a cazzate. Ma poi… quant’era che avevo venduto? Oh, poco, se è per quello. Niente, in pratica. Rise nuovamente – se è così, allora! Dopodiché mi dette una pacca e si congedò con il suggerimento di pensare alle cose serie, quelle vere. Questa è mia moglie! Lo sai che sono sposato, no? Certo, gli dissi. So tutto. Non stetti a ricordargli che lo sapevo da lui. Mi aveva infatti telefonato prima del gran giorno, nottetempo, dallo sgabuzzino dell’appartamento di un conoscente in cui s’era appartato (questo dettaglio mi era rimasto molto impresso) nel corso di una rimpatriata. Con una fotomodella, mi informò. Non ce ne era alcun bisogno: me ne aveva già ampiamente accennato mia madre, che l’aveva saputo dalla madre del cugino del cognato della fidanzata del fratello della mia morosa dell’adolescenza (che stava a Roma, faceva teatro, era molto felice, aveva molto successo e, salvo le foto sul quotidiano quando la sua compagnia faceva tappa in città, non vedevo da vent’anni). Principe, conte, duca e barone – ovviamente di destra, sebbene cresciuto dal secondo marito di sua mamma, funzionario confindustriale legato ad ambienti di centrosinistra – stava facendo carriera, mi disse, come direttore del personale presso non so quale prestigiosa azienda. So tutto, so tutto, ripetei. Sua moglie, effettivamente vistosa benché non volgare, allungò una mano affusolata e bianca come la pancia di un pesce. Piacere, sussurrai. Lei lasciò tintinnare un sorriso. Dammi retta!, chiuse Nando, già di tre quarti. Un’ultima risata echeggiò sotto i portici. Pensai fossero stati a una cena lautamente innaffiata.

(cont)

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4 Risposte to “dopocena (uno)”

  1. claudi said

    era il diavolo travestito da nulla

  2. mbrt0 said

    Ciao Claudio, che piacere trovarti qui. Scrivo dal lavoro, notte fonda, dopo serata tremenda. Come stai?
    In effetti l’amico è un po’ un demonietto. E di nichilismo, da come lo ricordo, almeno, ne ha abbastanza, addosso. Avrei dovuto postare la seconda parte, oggi, che contiene in sostanza la telefonata che mi è arrivata al lavoro e di cui non ho capito praticamente un fico secco, cioè quasi niente, cioè una sola cosa… ossia un suo “successo”… ma non ce l’ho fatta… Un abbraccio

  3. Marco said

    Quando leggo questi pezzi che scrivi non dico che mi fai sentire a casa ma certamente mi fa sentire in Italia. Forse e’ per questo che li salto un po’… 🙂

  4. mbrt0 said

    Ciao Marco, piacere di vederti qui, grazie per il commento e scusa lo sproloquio un po’ inconcludente che segue (testimonia forse un piccolo fallimento scrittòrio). Hai ragione. Sembrerà strano ma faccio anche un po’ fatica a scrivere queste scenette. Mi viene da fare lo scemo. Ci sarebbe da piangere, penso. Tra l’altro in relazione a quest’ultimo post, proprio i discorsi sul “carattere” dell’Italia – dagli articoli di un paio di settimane or sono di Della Loggia in poi – avevo in mente; perché nell’Italia Dellaloggesca ci vivo, ci sono cresciuto, mi ci sono avvelenato e mi ci avveleno. Sono italiano voglio dire anch’io, non dico mica. Ci son dentro fino al collo… Non capisco se sono io a essere mescolato, cioè a essere abitato da un’irrimediabile ambiguità, alla quale non so non cedere e che mi fa vedere perverse le cose anche quando magari non lo sono, oppure se è geneticamente ambiguo tutto, anche quello che potrebbe tranquillamente non esserlo e della cui ambiguità si farebbe perfettamente senza e meglio. C’è questo mio vecchio amico. Non ci si vede mai. Questo vecchio amico con cui da tantissimo tempo non ho più nulla a che fare mi telefona per dirmi in sostanza che nel suo lavoro sta avendo successo (rappresenterà la categoria alla quale appartiene l’azienda di cui è dirigente a Roma in sede di contratto collettivo) e si trova a un passo dal fare ingresso in un giro politicamente prestigioso e di segno ideologicamente opposto a quello che quando ci frequentavamo ne connotava la fede (è il caso mi pare nel suo caso di dire, benché fosse una persona ragionevole e dalle opinioni nient’affatto estreme). Prima di venire al dunque, prima cioè di mettermi al corrente del successo e della sua cooptazione, in un modo che così di punto in bianco mi risulta quantomai sbrindellato e sconnesso – l’impressione di un veicolo che stia correndo sul greto riarso di un fiume – di musica e di sbronze e di locali di “amici” in cui si può fare qualche bella suonata. Io sono sempre io, dice; non sono mutato, sono quello di sempre, quello che hai conosciuto e che era tuo amico e con cui hai condiviso la cosa forse più bella che avevamo, cioè il fatto di comporre e di suonare la musica (questo tipo di discorsi, personalmente, mi inquieta sempre un casino: non solo per non aver dato alcun seguito “fuori dalla cameretta” alla musica: c’era la carriera da avvocato, c’erano le proprietà da curare, c’erano in genere le cose serie; ma proprio per questa sorta di intimismo resistenziale: posso aver fatto di tutto, averle prese e verle date, ma mi sono corazzato e in fondo il gheriglio del mio cuore è rimasto candido e immutato come l’antica cameretta). In qualche modo mi fa sapere che potrebbe essermi utile e che gli capita di pensare a me: sono intelligente e il mondo è pieno di mediocri, è proprio un peccato (non la pensava così, anni fa, ma vabbè) dovrei farmi coraggio, insistere; continua a ripetere, per altro, di essere arrivato dove sta per arrivare facendo tutto da sé (bravo: perché non dovrei far così anch’io?), senza sfruttare in alcun modo famiglia e appoggi vari, facendosi forza, accorgendosi della mediocrità dilagante, razionalizzando;lui da parte sua, sapendo che sono intelligente perché mi conosce da sempre, magari può darmi una mano, farmi incontrare un grande scrittore e, in seguito, un buon editore… Ora, mi rendo conto che così dicendo faccio male, getto una luce un po’ troppo secca, parziale, sulla faccenda. Dovrei raccontare altre cose. Il tipo di relazione che c’era. Si era in effetti piuttosto legati. Per altro un membro del gruppo è attualmente in prigione per avere rapinato una dozzina di banche con il taglierino: aveva finito i soldi e rinunciare alla vita fatta negli ultimi anni, una vita estremamente dispendiosa, lo gettava nella disperazione. Dovrei accennare alle differenti scelte fatte, come si dice, dopo aver terminato i cosiddetti studi, qualcosa sugli ambienti – non perfettamente omogenei di provenienza, il cui residuo sentivamo e subivamo, chi più chi meno, sempre, benché l’affetto fosse più forte. Mi viene da domandarmi però se veramente non dica niente, non parli, o quantomeno non alluda a distanza di anni l’irreversibilità delle scelte, anche perdenti, anche “assurde”, compiute. Come non si trattasse di tragitti dai quali poi risulti piuttosto impervio recedere (ponti crollati alle spalle, etc.), come si trattasse di “essere sfigati”, o di spintarelle. Pensieri come: parlavamo probabilmente una stessa lingua, poi abbiam preso strade differenti, adesso parliamo lingue differenti sia in questo momento a causa delle differenti strade intraprese fra noi, che da quella che parlavamo allora (una foto che ho postato anche qui nel blog mi ha fatto anche pensare così: in quella foto ho un’espressione che mi inquieta: cazzo, coincidevo con quell’espressione, parlavo come quell’espressione? Un conoscente, l’altro giorno, scherzando, mi fa: sembravi Fioravanti! Oh, cazzo, no!, gli ho detto, per carità, no!). Ne esce, parlando, una selva foniatrica in cui di chiaro c’è una cosa soltanto…

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