domparapapà (uno)

18 marzo 2010

No, no, pensateci bene, ha detto Daniel, lisciando i baffi sbiancati da un sorso di birra. Fateci caso, dice, ghignando. E’ più sottile di così… Si stava parlando di Antonio, vecchio collega comune da lui per caso incontrato dopo un sacco di tempo quando, inevitabilmente, è uscita una battuta su don Paolo Spoladore – Padre rock per il sempre oleoso Mattino di Padova, a causa del seguitissimo gruppo di rock liturgico del quale è ispiratore compositore arrangiatore cantante e chitarrista; nei casini in queste settimane a causa di una paternità malriposta e a gran voce rivendicata da certa Pimpy, sintomatica cinquantenne, non paga degli esborsi dal sant’uomo largiti in alternativa al riconoscimento del frutto, di ormai sette ♪♪fatidiche♪♪ primavere.

Cinque o sei inverni fa quando appunto eravamo colleghi al cinemino di vicolo Santamaria – Antonio cassiere, il sottoscritto proiezionista, Daniel in amministrazione – avevo raccolto il suo invito alle affollate messe di Dompa (contrazione di Don Paolo) alla chiesa di San Lazzaro, e partecipato a due o tre buffissime cene notturne sprovviste di cibo (“sarete mica venuti per mangiare?”) da Antonio definite occasioni. Qui avevo fatto amicizia con due o tre persone che, oltre alle messe, seguivano i corsi di Dompa aspettando il proprio piccolo grande incontro ravvicinato – chi per la fine della primavera chi per l’inizio dell’estate (era gennaio): quant’era lunga la lista d’attesa per la confessione. Parlavano di risvegli, di senso della comunità, di vangelo, naturalmente; e di un’energia delle origini, qualcosa di primitivo e nutriente, che centellinavano durante la settimana e dicevano di ricaricare, come una batteria, domenicalmente. Non stavo a disagio con loro; avevo tempo, mi trattavano bene e ne ero un po’ incuriosito; non facevano del loro comune interesse una mania e mostravano una disposizione nei miei riguardi che, fuori com’ero, in un certo senso mi lusingava. Mi pareva stessero cercando, con riserbo, persone con cui parlare di ciò che li preoccupava (eravamo tutti enormemente preoccupati) e, almeno nel porre le questioni, sembravano tolleranti e, entro certi limiti, franchi; avevo insomma l’impressione che Antonio con i suoi buffi cenacoli a ora assurda tentasse esperimenti di umano assemblaggio sui generis, alternativo all’orrore musicale ascoltato in mezzo a tutti quei fricchettoni da patronato, sandali safi & sofferenza, stravaccati lungo le pareti della chiesa, dove con gran fatica avevamo trovato un posticino. Dei gruppi di preghiera organizzati in diverse parrocchie dell’entroterra da Dompa, mi aveva parlato anche Costanza, la ragazza di Daniel. Non che li ritenesse demenziali o in odor di empietà; ma una sua amica, che vi aveva partecipato, si era sentita poco bene e Costanza, ragazza con scarsissima propensione a lasciarsi andare, nutriva forti perplessità per tecniche d’immersione nel Mistero che sembravano fare dello smarrimento di sé, se non proprio della possessione (benché lei non avesse usato questo termine), il loro punto di forza. Non voglio dire che sia sbagliato, mi disse. Sono cose che si fanno in gruppo, tutti insieme, su delle stuoie, nella penombra. Non succede niente di male, voglio dire. Lui ti fa sdraiare, chiudere gli occhi, respirare profondamente. Ti invita a percepire il flusso del sangue in ogni parte del corpo, a regolare il ritmo del respiro, ad accompagnare il rilassamento di ogni sua fibra. Alla luce fioca delle candele, parlando lentamente, con voce pacata, ti aiuta a visualizzare emozioni attraverso differenti colori e gradazioni di luce e ad associarvi zone di ricezione stoccaggio e, per così dire, custodia di ricordi e immaginazioni. Ti domanda poi di scendere lungo una sorta di scala, con delle pause, delle ricognizioni panoramiche, come si trattasse di memorizzare il percorso, bere un po’ d’acqua e rifiatare, prima di riprendere la discesa verso luoghi lontani, più intimi, sempre più sconosciuti; fino a quello in cui potrebbe avvenire il qualcosa per cui tutto questo vien fatto. Ma non ogni sensibilità era adatta a una simile missione, disse Costanza. Ci volevano più preparazione e consapevolezza: l’amica era rimasta infatti molto choccata. Al punto, disse, da indurre i genitori a intraprendere qualche tipo di azione.

(cont-)

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