Ada cercò subito di familiarizzare. Per valutare le condizioni degli altri appartamenti, vedere che tipo di persone li abitasse, come si regolassero con il padrone e che affitti gli corrispondessero. Prendemmo un caffè al piano terra, da Osvaldo – sgradito, sebbene non tanto quanto Lisetta, alle zitellastre. Ci disse di avere, con il vecchio, accordi particolari (Ada rabbrividì: in che senso, accordi?, in che senso, particolari?) e, abbassando la voce, soprattutto la sua solenne garanzia che mai, assolutamente, al venir meno degli anziani, avrebbe dato alloggio a extracomunitari (perché proprio a lui, una simile garanzia?, chi era, cosa sapeva, costui?). Tutto sommato, commentò Osvaldo, il padrone era un tipo onesto. E facendo frusciare il pollice sui restanti polpastrelli  – fit-fit – domandò se sapessimo cosa significasse, in termini di guadagno, affittare a quei disgraziati. Tanto, disse, di lavori, non ne vuole più fare…

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I tramonti erano freschi, le aurore dolciastre. Daniel era in ferie, sicché avevo la casa tutta per me. Questa solitudine domestica, pensavo, non sapevo più cosa fosse, ma mi rendevo conto di averne un disperato bisogno. Potevo tenere aperte porte e finestre, lasciar correre l’aria e farmi tutte le seghe del mondo. Era bello girare nudi per casa. Sentirsi leggeri come un fantasma. Farsi la doccia o cagare lasciando aperta la porta. Disporre del divanetto e del televisore. Ascoltare distintamente il sonoro dei filmini porno. Era bello e sentivo di averne bisogno, ma sapevo che, alla fine, quando Daniel avrebbe traslocato, non ce l’avrei fatta. La solitudine era un lusso che non potevo permettermi.

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Quando andammo a vivere al 41 di via Ermenegildo Cacogli Ada e io, trentenni, eravamo gli inquilini più giovani e a occhio anche quelli più abbienti. Io avevo un lavoretto in un centro commerciale, suonavo nei locali e scrivevo a più non posso. Ada invece dipingeva il fine settimana e sgobbava dodici ore cadadì per ottocentomila lire al mese come grafica pubblicitaria (nella foto: Guerra, 1998, olio su tela, ispirato se non erro al conflitto balcanico). La metamorfosi edilizia aveva già avuto inizio, ma molte delle casette in pigiama che oggi sonnecchiano in queste stradine non erano ancora state ristrutturate. Lo stesso dicasi per i capannoni industriali di cui la zona era tutta tempestata. Già allora, però, le due scrostate palazzine color manicomio, a fanalino della strada, si distinguevano.

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La principale location della mia penultuma vita, durata circa otto anni e terminata fra la primavera e l’autunno del 2007, fu una smilza palazzina degli anni cinquanta, dalle persiane in legno verde e le mura di un giallo paglierino – o, come diceva Danilo, il mio apprendista al cinemino in cui lavoravamo: color manicomio. Era l’ultima casa sul lato sinistro di una stradina cieca che si dipartiva dalla circonvallazione penetrando in un quartiere, adiacente alle fortificazioni veneziane delimitanti il centro storico, che conservava ancora molto della sua fisionomia originaria.

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«A me piace fumare, bere e ordinare al ristorante».

gioia on: shutter island

10 aprile 2010

Shutter Island di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Emily Mortimer, Elias Koteas, Ted Levine

Shutter Island è una straordinaria indagine sulla mente umana, un labirinto in cui il protagonista si muove con disperata determinazione.

Nel 1954 i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule giungono a Shutter Island per investigare sulla scomparsa di Rachel Solando, infanticida ricoverata presso l’istituto di igiene mentale Ashecliffe. La donna, che a detta del direttore dell’istituto, il dottor Cawley, sembra “evaporata”, appare negli incubi di Daniels, popolati, sempre più di frequente, dagli agghiaccianti ricordi di Dachau, dagli orrori del conflitto mondiale e dalla presenza dell’adorata moglie, morta in un incendio.

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heman in saletta

7 aprile 2010

In sala prove – mentre Willi apparecchiava il necessario per registrare la voce del sottoscritto sugli ultimi pezzi della collezione di garage oldies but goldies contenuta nel cd allegato alla prima tiratura di Dreams’n’drumscon Heman Zed, autore del romanzo (Il maestrale), batterista dei Loungers (cioè noi) e antichissimo amico, ci eravamo messi un po’ a chiacchierare.

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femminillo

4 aprile 2010

Terza superiore, luce di latte, finestre giganti, metallico autunno inoltrato.

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