femminillo

4 aprile 2010

Terza superiore, luce di latte, finestre giganti, metallico autunno inoltrato.

C’è stata ginnastica, quindi è sabato; siamo sudati. Le due ultime ore abbiamo lezione di disegno tecnico in un’aula tutt’altro che angusta del piano di sopra – la scuola, un prefabbricato a due piani, oggi sembra una miniaturizzazione statunitense small town high school, tanto Van Sant e tanto horror da quattro soldi: stupenda, secondo me, nel suo genere – ma dominata (l’aula) dalla dimensione della profondità. Contiene molte file orizzontali di banchi attaccati e ci si può sedere dove si vuole – anche in fondo, lontani dalla cattedra, nella scuraglia. Solo i tre o quattro gatti sempre in prima fila, dio li benedica, seguono le litanie del barbudo che, mormorando, grattugia gessetti uno via l’altro sulla lavagna a parete. Tuttavia, benché abbia fama di burbero rompicoglioni, Minozzi in verità è mediamente una pacchia: si incazza soltanto qualora il casino passi la soglia di un piovoso brusio da mensa serale; quel che fa gli piace assai poco, di quel poco più il disegno che la storia dell’arte; ma se ne ammala con dignità, non boccia e lascia svaccare (avrà come molti il suo bravo secondo lavoro). Per l’assonometria, che anche mia mamma insegna, non ho né talento né interesse, ma le verifiche sono lontane così mi sistemo in fondo, posizione centrale, involontariamente vicino a Elena che, delle tre o quattro compagne bocciate, è la più bella. Naturalmente fra noi non c’è storia, semmai abisso: sono vergine, e un anno in meno conta tantissimo. Ma il tipo di grazia che ne anima il volto è poco adatto alla foia e per inoltrarmi nei boschi del sonno da un po’ preferisco le guide di raistereonotte. Dall’inizio dell’anno godo però di un’inedita, anche se intermittente, dimestichezza e questa mattina, di buon umore per ragioni che immagino preconiugali, si direbbe in vena di giochi. Da dove si trova, una fila avanti, in disparte, mira e rimira; quando me ne accorgo sorride e, di tre quarti, lentamente solfeggia: pru-gna. E’ dall’inizio dell’anno che fa così. Da quando gliel’ho domandato (l’avevo visto fare in un film), il primo giorno di scuola. Dì prugna, le ho detto. Prugna? Oh, si, ti prego: pru-gna! Perché proprio prugna? Lascia stare il perché, tu dillo! Va bene, va bene: prugna! Ma no, non così. E come, allora? Piano. Lentamente. Socchiudendo un po’ gli occhi. Guarda: pru-gna. Cioè, pensa a Marilyn, alla faccia serigrafata di Marilyn: pru-gna. Ah! Okay. Pru-gna. Stupenda!, faccio, torcendomi tutto. Lei scoppia a ridere si guarda intorno e afferrandomi per il bavero ripete: mprugnah!, mmpprruugnaaah!, mmmprrrruuugnaaaahh! Quella mattina, dopo avermi detto prugna e dopo che io, contorcendomi, le ho ripetuto prugna come manco il cantante dei roxymusic, decide ch’è tempo di provare a truccarmi. Prende le sue robe, si alza e viene di gran carriera a rintanarsi da me. Ma sai che saresti bellissima?, dice. Davvero? Secondo me sì. Guarda, dice, alzandomi i capelli sulla nuca e facendo scattare un cofanetto d’ombretti con un piccolo specchio. Sembri una ragazza. L’altra compagna di un anno più vecchia si mette a ridere. È vero, dice. Non si sa cosa sia successo durante l’estate. Qualsiasi cosa sia, sei diventata proprio carina. E così, durante le due ore di disegno tecnico, vuotati astucci e borsette, promettendo di portare per il lunedì seguente trucchi in maggior copia, si mettono al lavoro. Mio padre non ci fece troppo caso. Non quel giorno. Non immaginava quel che di lì a qualche settimana si sarebbe scatenato. Gli dissi che erano state le mie compagne più grandi. Gli raccontai che mi avevano detto che sarei stato perfetto, come amica – l’amica più divertente del mondo. Lui fece un sorriso triste, pacatamente sconcertato. Vatti a pulire, però, adesso. Dai che andiamo a tavola. Le ragazze non mi truccarono più, dopo quel sabato. L’avrebbero anche rifatto, a giudicare dalle risatine gli stupori e le occhiate che si scambiavano, ma non si presentò l’occasione. Presi in compenso a farlo da me.

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Una Risposta to “femminillo”

  1. Gioia said

    Le immagini parlano da sole:

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