heman in saletta

7 aprile 2010

In sala prove – mentre Willi apparecchiava il necessario per registrare la voce del sottoscritto sugli ultimi pezzi della collezione di garage oldies but goldies contenuta nel cd allegato alla prima tiratura di Dreams’n’drumscon Heman Zed, autore del romanzo (Il maestrale), batterista dei Loungers (cioè noi) e antichissimo amico, ci eravamo messi un po’ a chiacchierare.

Non tanto di libri che stavamo leggendo ci avevano colpito e ci sarebbe piaciuto emulare, altri che invece ci avevano lasciato indifferenti, storie che ci sarebbe piaciuto scrivere, fantasticherie inenarrabili o complicate tematiche che ci sarebbero state a cuore ma non pareva esserci verso di dirimere; di tutto questo si finiva in effetti per non parlare mai, nonostante Heman avesse già pubblicato due romanzi, l’editore avesse acquistato seduta stante tutto ciò che fino a quel momento aveva scritto e, in procinto di dare alle stampe il terzo romanzo – dovrò pur trovare il tempo di continuare il quarto, diceva – stesse redigendo la sua porzione di un testo a quattro mani con lo scrittore romagnolo Gianluca Morozzi; per tacer di Laura Liberale, moglie di Heman e bassista della band la quale, oltre che romanziera – Tanatoparty, il suo esordio narrativo è uscito lo scorso autunno per Meridianozero – si destreggia fra poesia e indologia, con fior di pubblicazioni in ambedue i campi. C’era da dire che nei due ultimi anni il mio tempo libero si era assai ridotto e che la sala prove di Willi non costituiva il luogo migliore per fare filò, ma supponevo ci fosse qualcos’altro in questa reciproca e pressoché biennale astensione; da un lato una forma di delicatezza nei miei riguardi, dall’altro comprensibili necessità di canalizzazione delle energie non legate tanto a differenze nei gusti, nelle scelte di lettura, nelle personali inclinazioni ma, piuttosto, al faticoso consolidamento di una professione pienamente proiettata nel mondo. Da cui – come nel caso di quell’ultima, nervosa sessione di prove – una maggior propensione per chiacchierate intorno al lavoro del cosiddetto scrittore, inteso come esercizio che allo scrivere fa da preambolo, seguito e contorno, vale a dire relazioni azioni iniziative routines dalle quali ci si possa ragionevolmente aspettare la famigerata pagnotta; con l’ahimè comprensibile corollario che non guadagnando attraverso quella stessa attività e non potendo quindi mettere in comune esperienze ed esempi, ben presto gli argomenti con me si esaurivano. Avevo avuto anch’io, del resto, un’opportunità; ma più che non averla saputa sfruttare, non avevo voluto. Per evitare – con la scusa di evitare – che la scrittura, anche sotto forma di “indotto”, si trasformasse nella prima fonte di reddito e da essa venisse a dipendere il mio sostentamento. Al di là del suo minuscolo gettito, l’essere riuscito a produrre un romanzo non aveva in alcun modo garantito l’acquisizione delle competenze necessarie, per esempio, all’insegnamento della scrittura creativa, alla redazione di un articolo, alla correzione professionale di un dattiloscritto, alla pratica del mestiere di copywriter, etc. D’altro lato ero convinto che la sovrapposizione dei grandi campi della necessità e della libertà avrebbe in breve tempo messo seriamente a repentaglio anche l’autenticità dell’espressione artistica. Probabilmente sbagliavo – anzi, di certo; ma più che per timori e idiosincrasie inerenti a simili rischi, per una visione troppo rozzamente oppositiva, diciamo pure manichea, della relazione fra i due (inestricabili) campi; sottovalutando, per altro, come la costruzione d’opportunità d’impiego possa schiudere, con il tempo, spazi di libertà che gli abissi personali e, nel mio caso, psicotici di un operare completamente incondizionato, non di rado fagocitano. Si sarebbe trattato anzitutto di studiare, mi ero detto; intrufolarmi presso qualche associazione culturale a insegnar qualcosa, quindi curare relazioni, rispondere a messaggi e lettere, spedire curricula, fare colloqui, allestire e aggiornare un sito internet, dotarmi di un agente. Propormi intervenire, presentarmi, promuovermi. Insomma, prendere ogni cosa sul serio e soprattutto farmi prendere maledettamente sul serio – come tutto, dalle condizioni di salute alla desertificazione affettiva, in buona parte a causa della scrittura (e proprio quando, diabolicamente, la scrittura mi piantava in asso), non lo fosse già stato abbastanza. Avevo quarant’anni. Facevo due lavori. Non arrivavo a fine mese. Mi disgregavo. Non scrivevo. Diosanto, pensavo: ancora più sul serio? A quella stessa età Heman aveva invece deciso di sbarazzarsi delle attività commerciali che l’avevano fino ad allora occupato per misurarsi con un progetto di vita che se oggi lo impegna nella paziente, meticolosa costruzione di un pubblico (questo, in sostanza, l’oggetto della conversazione), doveva presentare inizialmente contorni differenti e, quantomeno sul piano professionale, assai meno definiti. La scrittura costituiva già certamente una passione vitale, non priva di valenze salvifiche, ma d’improbabile praticabilità anche solo in termini di effettiva pubblicazione; e sebbene, constatandone l’ottimismo, non mi fosse mai passato per la testa potesse esservisi tuffato senza precauzioni, sposarsi metter su casa e diventare padre, abbandonando un’attività collaudata per poter scrivere storie, non sembrava esattamente cosa da tutti, né di tutti i giorni. Sta di fatto, rimuniginavo, che mentre andavo perdendo le convinzioni che avevano ispirato le mie scelte più importanti, Heman le aveva trovate, ridefinendo attraverso esse la griglia di vincoli e libertà a basamento della sua nuova esistenza. Anche per questo mi sarebbe piaciuto domandare cose più precise – me ne rendevo conto: morbose – non meno intorno all’organizzazione materiale della stessa che alla transizione intercorsa fra l’Heman Zed conosciuto a diciassette anni, bassista di una punk-rock band rivale e invidiata (capitanati da Willi, erano assai più bravi di noi: il nostro batterista ci piantò per suonare con loro e noi ci sciogliemmo), e quello ritrovato qualche anno fa, verso i quaranta. L’incontro con Laura, che aveva già pubblicato una prima raccolta di poesie, era certamente stato determinante; altrettanto, se non più, la nascita e l’educazione di Sari. Fu qualche tempo dopo quella svolta che Heman – a una pubblica lettura finita in una zuffa, con tanto di articolo, il giorno dopo, sul quotidiano locale – ricomparve nella mia vita, ma ci vollero un paio d’anni prima che la salute mi permettesse, sia pure a larga cadenza, una frequentazione continuativa; in queste più serene condizioni i motivi per i quali avrei sbrigliato la mia curiosità sarebbero stati gli stessi a trattenermi dal farlo; e a maggior ragione, frammisti com’erano a smarrimento, disaffezione, risentimento, frustrazione, allorché un editore dette segno di sé e, insieme a una concreta opportunità di carriera, prese a delinearsi il progetto musicale intorno al quale si sarebbe sviluppata la nostra attuale frequentazione. Quell’ultima sera in sala prove, mentre Willi tentava di porre rimedio a certi problemi audio, Heman, stanco e un po’ sconsolato, aveva raccontato alcune vicissitudini – roba da esaurimento – alle quali negli ultimi tempi si era trovato a far fronte: dalle tortuosità dell’interessamento della tv per la realizzazione di un film tratto da La cortina di marzapane, il suo romanzo d’esordio, ai poco edificanti andirivieni connessi alla realizzazione, la stampa e la diffusione del cd al quale stavamo lavorando. Era la prima volta, avrei pensato più tardi, che nelle sue parole percepivo un’incrinatura: la sproporzione fra impegno e realizzazione, fatica e compenso, sogno e cosa reale vi faceva sottotraccia capolino, insieme a un’ombra di solitudine suscitata forse dal mio senso di colpa, ma che le incerte modalità della pubblicazione del romanzo stavano confermando. Quanto alla mia coda di paglia: mi presentavo a molti mesi di distanza dall’ultima prova senza avere memorizzato i testi, con problemi di pronuncia tali da rendere necessaria la costante presenza  di Heman (che aveva vissuto a Londra), con linee di canto frutto di mutilazioni e sgrammaticature riportate all’originale giusto in occasione della registrazione e rese oltremodo insidiose non solo dal loro insufficiente collaudo ma dalla gran mole di lavoro svolta in sede di arrangiamento. Nonostante la sessione di registrazione fosse durata molto più a lungo del previsto, i risultanti non erano eccezionali e Willi che, di volta in volta, aveva assistito al riproporsi delle medesime problematiche, avrebbe dovuto sbattersi parecchio per limare le imperfezioni della mia voce. Heman allora si sfogò con una ramanzina che mi fece un po’ male, ma se non altro mi consentì di far mente locale intorno a ciò che quelle registrazioni costituivano, cioè lavoro e, di converso, all’importanza che, umanamente, proprio per le incertezze che all’ultimo avevano investito il nostro progetto, assumevano. Hai fatto il possibile, disse Gioia più tardi. Lui non aveva tutti i torti, ma non te la devi prendere. Per Heman questo è lavoro. Denaro speso. Rischio. Ma come lui gioca la sua partita, sul suo campo da gioco, tu devi giocare la tua, sul tuo; sai meglio di me del resto quante siano le contabilità, le diverse monete, le divise correnti in un’esistenza. Poi, sorridendo, disse che in realtà me la ero cavata benone e le canzoni non le sembravano affatto malriuscite – guarda che sono seria, scemino! – e ci mettemmo a parlar d’altro. Quella notte, però, facevo fatica a dormire. Pensavo a tante cose del passato recente e meno recente. Pensavo a quando Heman mi disse che questo gruppo rappresentava anche un modo per riacciuffare il passato, riannodare una storia (e un’amicizia: con Willi) dalla cui interruzione era scaturito un percorso che a un certo punto gli si era mostrato come un’interminabile diversione. Negli stessi termini pensavo alla pubblica lettura di cinque anni prima allorché, a zuffa ormai terminata, la sua testa emerse dalle frasche della siepe che stavo innaffiando; pensavo cioè al nostro incontro, dopo quasi vent’anni, come all’incrocio fra due traiettorie orientate in senso opposto: verso un passato (i suoi testi ne offrono ampia conferma), in cui Heman avrebbe trovato il seme di un futuro sensato e bello, e verso un futuro che, anche attraverso quel marginale pezzetto di passato, mi sarebbe apparso meno vuoto e disperato di allora. Cantare nel gruppo messo insieme da Heman, dapprima per divertimento, quindi con la prospettiva di realizzare questo piccolo cd era stato infatti per me curativo; questa moneta aveva risarcito il mio impegno e con la stessa, pensavo, avrei dovuto ringraziarlo. Così scendevo dal letto facevo una moka e iniziavo a scrivere questo.

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