gioia on: shutter island

10 aprile 2010

Shutter Island di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Emily Mortimer, Elias Koteas, Ted Levine

Shutter Island è una straordinaria indagine sulla mente umana, un labirinto in cui il protagonista si muove con disperata determinazione.

Nel 1954 i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule giungono a Shutter Island per investigare sulla scomparsa di Rachel Solando, infanticida ricoverata presso l’istituto di igiene mentale Ashecliffe. La donna, che a detta del direttore dell’istituto, il dottor Cawley, sembra “evaporata”, appare negli incubi di Daniels, popolati, sempre più di frequente, dagli agghiaccianti ricordi di Dachau, dagli orrori del conflitto mondiale e dalla presenza dell’adorata moglie, morta in un incendio.

Martin Scorsese, come sempre, usa il genere per parlare d’altro, anche quando gira un film su commissione. La soggettiva che mostra per la prima volta Shutter Island, raggiunta dai due agenti per mezzo di un battello, evoca immediatamente una delle versioni più tarde de L’isola dei morti di Böcklin (ne dipinse cinque). Un monito e un suggerimento – per lo spettatore – rafforzato dalle parole che chiudono la pellicola, chiosando l’imminente lobotomia: “È meglio vivere da mostro o morire da persona per bene?”. Sotteso a un intreccio mirabilmente costruito, in cui Il corridoio della paura di Samuel Fuller si combina a Il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene, Fritz Lang a Jacques Tourneur, il vero soggetto del film, il cui tema portante verte sulla potenza del senso di colpa che eterna tragicamente i legami amorosi, sembra essere, piuttosto, il cinema.

Ancora una volta il regista italo-americano ritorna alla sua magnifica ossessione: come riuscire a essere un artista libero e coerente in un’industria controllata dalle major. Non è certo un problema nuovo. La precarietà degli equilibri tra produzione e direzione dell’opera attraversa fin dagli albori, con toni ed esiti differenti, tutta la storia della settima arte: Frank Capra e John Ford, Erich von Stroheim e Orson Welles, Jean-Luc Godard e Federico Fellini, sono soltanto alcuni fra i registi di prima grandezza ad averne subìto problematicità e asprezze. Nel cinema di Scorsese la dialettica tra regista e produttore, tra creazione e marketing, assume irrimediabilmente i connotati di una tragica lotta. Ne va della vita.

Non sorprende, quindi, la sua venerazione per Scarpette rosse di Michael Powell e Emeric Pressburger – di cui ha curato personalmente il restauro – capolavoro visionario che riassume splendidamente l’assunto per cui di arte e per l’arte si può morire; né stupisce la passione cinefila, che lo spinge a analizzare in modo maniacale ogni sequenza, ogni dettaglio, indipendentemente si tratti di una pietra miliare o di un b-movie. Caratteristica, quest’ultima, che lo accomuna a Quentin Tarantino, sia pure con un fondamentale distinguo: Scorsese è moderno, Tarantino è postmoderno. Nonostante violenza e vendetta siano tematiche centrali per entrambi e benché larga parte della rispettiva produzione alimenti un’inesausta riflessione metacinematografica, fra la levità e l’ironia elette da Tarantino a peculiare cifra stilistica e gli elementi di ordine tragico e mitologico propri del regista newyorkese, si schiude un abisso. I sentimenti che scuotono i protagonisti di Toro scatenato, Casinò, Taxi Driver sono assoluti prepsicologici in grado di chiamare in causa e mettere primordialmente in gioco interi mondi, investendo il piano stesso della realtà (così come accade nell’ultimo film, probabilmente uno dei migliori della stagione); e il regista, nel suo percorso, condivide con i personaggi che mette in scena il medesimo destino: la meta da raggiungere è il limite estremo in cui si colloca il senso stesso del loro essere. Sottratti al proprio fine, scompaiono.

Realizzato con stile e maestria mozzafiato, forte di una sceneggiatura priva di sbavature e dell’eccellente montaggio – al solito – di Thelma Schoonmaker, Shutter Island si avvale di un ottimo cast, in cui spicca un Leonardo DiCaprio in costante crescita. Una doverosa menzione va inoltre alle stupende scenografie che, richiamando, a seconda, Vertigo di Alfred Hitchcock o Il processo di Orson Welles, riescono a porsi come personaggio e fantasma: l’irriducibilità della psiche.

Assolutamente da non perdere.

Gioia

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