penultima casa: passeggiatina con foto fra ricordi recenti

22 aprile 2010

La principale location della mia penultuma vita, durata circa otto anni e terminata fra la primavera e l’autunno del 2007, fu una smilza palazzina degli anni cinquanta, dalle persiane in legno verde e le mura di un giallo paglierino – o, come diceva Danilo, il mio apprendista al cinemino in cui lavoravamo: color manicomio. Era l’ultima casa sul lato sinistro di una stradina cieca che si dipartiva dalla circonvallazione penetrando in un quartiere, adiacente alle fortificazioni veneziane delimitanti il centro storico, che conservava ancora molto della sua fisionomia originaria.

In precedenza stavo al primo piano di un palazzo prospiciente una delle vie più trafficate e multietniche della città. La sera, come secondo lavoro, facevo il musicista in birreria e capitava molto spesso collassassi non appena il delirio stradale, intensissimo già dalle prime luci dell’alba, riprendeva vigore. Benché uno dei sogni più ricorrenti fosse quello di dormire in un parcheggio per letti a rotelle (di ogni dimensione: utilitario, berlino, ammiraglio, suv e via discorrendo) con tanto di barra e pedaggio all’ingresso, credevo di essermici abituato, ma ciò di cui ebbi immediatamente a sorprendermi, dopo che mi fui trasferito al 41 di via Ermenegildo Cacogli, fu il silenzio cinguettante di cui a questo mondo, e non soltanto il mattino, si potesse ancora godere. Passeggiando nei dintorni avevo assistito nel corso degli anni ai progressi del processo di riqualificazione urbanistica dell’area e più volte, anche facendo qualche domanda ai residenti di lungo e lunghissimo corso – seduti in cortile a prendere il fresco nelle sere d’estate – mi era successo di fantasticare intorno a quanto differente potesse essere l’atmosfera quando tutti gli opifici che ancora potevo vedere vivevano la stagione della loro piena maturità produttiva. Il viluppo di viuzze che innervavano l’area, fino all’inizio degli anni ’70, era infatti costellato di fabbriche la cui destinazione d’uso aveva iniziato a cambiare soltanto vent’anni più tardi. Disseminati in uno stretto fazzoletto di terra fra la circonvallazione e i binari della linea Padova-Bologna, gli stabilimenti erano attorniati da abitazioni che nella loro tozza, ma non sgraziata semplicità ospitavano quasi sempre una sola famiglia. Per gli standard odierni, sia in termini di superfici abitative che di numerosità media dei nuclei famigliari, non si trattava affatto di alloggi scomodi o indecorosi tuttavia, pensavo, gli spazi fra le abitazioni come quelli fra le abitazioni e le fabbriche erano  sacrificati fin quasi al soffocamento, e osservando le ciminiere, le tettoie triangolari, gl’inceneritori (una villula affacciata sul parcheggio che chiudeva la via, ne inglobava uno, perfettamente restaurato!) indulgevo a immaginazioni sulla qualità non proprio cristallina dell’aria e sull’alacrità, il nervosismo e la trafficata baraonda che dovevano caratterizzare, un tempo, la zona. Non era un quartiere povero, ma non si trattava certo di un sobborgo residenziale. Gli impiegati, i piccoli professionisti e gli operai che lo popolavano avevano sgobbato di brutto – c’era da giurarci – anche nei giorni di festa, ben decisi a emanciparsi e, al tempo stesso, a piantare vigorose radici.

Pur non essendomi mai spostato dalla mia città, io le radici non sapevo nemmeno dove stessero di casa e non mi ero mai sbattuto gran che per ficcarle da qualche parte. Non potevo dire la stessa cosa invece in termini di emancipazione. Se all’età di 40 anni suonati ero un single, nullatenente e disoccupato lo dovevo al desiderio impellente di fare della mia vita ciò che volevo, capire in cosa consistesse e provare a realizzarlo. Un risultato degli accomodamenti a cui quest’ansia mi aveva condotto risiedeva nella precisione con cui il mio reddito, negli ultimi anni, era venuto collocandosi sulla cosiddetta linea gotica. Gli 800 euro mensili mediamente guadagnati fino alla scadenza dell’ultimo contratto di lavoro costituivano infatti la cifra sotto la quale, stando a ricerche di vari enti di stato, si sarebbe dispiegata l’aspra contrada della povertà. La regione Veneto era, tuttavia, di manica larga, e collocava la linea attorno ai 920 euro. In verità le cose non stavano esattamente così. I redditi considerati dagli studi statistici ai quali avevo dato un’occhiata facevano infatti riferimento a nuclei famigliari, cioè a un minimo di due persone. Questo, pensavo, significava che il reddito individuale di povertà era ben più basso di quello da me percepito negli ultimi tre o quattro anni, aggirandosi attorno a una somma oscillante fra i 400 e i 500 euro medi mensili. Malgrado in ogni studio da me spulciato le voci “solitudine” e “isolamento” avessero notevole rilievo e la maggioranza delle persone con cui avevo convissuto desiderassero, senza riuscirvi, essere single, non esisteva un solo ente in grado di considerare come unità d’indagine il singolo individuo e, conseguentemente, di spingersi ad affermare: se hai 550 euro al mese non sei povero, ma un semplice soggetto a rischio. Quanto a me, pensavo, avevo vissuto circa un anno e mezzo contando su una cifra che si aggirava attorno alle 700.000 lire mensili e in effetti si era trattato del più cupo e crudele periodo di cui avessi memoria. E’ pur vero, pensavo, che ho sempre avuto mia madre alle spalle e che quel reddito, proveniente da un lavoro come cassiere in un supermercato con contratto a tempo indeterminato, se non altro era stabile. Della povertà avevo però ben annusato l’odore e avevo capito come fra il sentirsi una merda, il ritenere di esserlo e il diventarlo effettivamente, i passi potessero essere non solo brevi, ma anche irreversibili. Si trattava, pensavo, di un grumo di sensazioni che non si dimenticano facilmente, ma che come molte delle cose che ledono l’integrità di una persona non sono semplicissime a illustrarsi. Io, per lo meno, non ne ero capace: sapevo soltanto di esserne fuori ma che in un attimo, finito il sussidio, ci sarei ripiombrato. E addio uccellini.

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2 Risposte to “penultima casa: passeggiatina con foto fra ricordi recenti”

  1. monica said

    che strano, da due anni io guadagno circa 650 euro (con un contratto indeterminato poco affidabile perché dipende dagli appalti annuali) al mese e so che devo stare attenta e molte cose non posso farle, ma mai mi sono sentita povera o una merda. una mia collega (nelle mie stesse condizioni di stipendio) ogni tanto lo dice: siamo noi i poveri di cui parlano i tg, sotto la soglia, bla bla. E io penso, ma come, abbiamo un posto dove stare, mangiamo, è questo essere poveri?
    Poi, però, sono sempre senza forze e, allora, penso adesso, forse sono al terzo passo, diventata una merda effettivamente

    • mbrt0 said

      Ciao Monica, grazie per il commento; non so tu, io a un certo momento, non lo so… ripeto, non è facile a illustrarsi e sono certo che adesso sparo una cazzata. Ma, tipo, così: c’è un errore-demerito o più di un errore-demerito che, guardandomi intorno, devo avere fatto. L’errore-demerito non è facilmente identificabile, si lega ad altri magari non errori-demeriti contaminandoli, pervertendoli reatroattivamente, inizia a sembrarmi molto più che un errore-demerito, comincio a sentirlo come parte integrante, integrata. Siccome sento, e sento di avere ragione (sentire è una specie di sì!, succede!, succede a me!) o quantomeno delle ragioni, la parte che, più che sentire pensa, lotta per il torto, per dar torto al sentire. Soprattutto in relazione a giudizi e comportamenti di persone importanti e/o necessarie, insomma nodi della rete del mondo. Per darmi torto ci vuole forza. Quando la forza viene meno, accetto di essere l’errore-demerito, e accetto il torto, e lo accetto a un certo momento proprio come dimensione, e così dai pensieri e dal sentire rischio di passare alle vie di fatto…

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