penultima casa: ricordi di prime impressioni

24 aprile 2010

Quando andammo a vivere al 41 di via Ermenegildo Cacogli Ada e io, trentenni, eravamo gli inquilini più giovani e a occhio anche quelli più abbienti. Io avevo un lavoretto in un centro commerciale, suonavo nei locali e scrivevo a più non posso. Ada invece dipingeva il fine settimana e sgobbava dodici ore cadadì per ottocentomila lire al mese come grafica pubblicitaria (nella foto: Guerra, 1998, olio su tela, ispirato se non erro al conflitto balcanico). La metamorfosi edilizia aveva già avuto inizio, ma molte delle casette in pigiama che oggi sonnecchiano in queste stradine non erano ancora state ristrutturate. Lo stesso dicasi per i capannoni industriali di cui la zona era tutta tempestata. Già allora, però, le due scrostate palazzine color manicomio, a fanalino della strada, si distinguevano.

La cosa che più mi rimase impressa, la piovosa mattina in cui presi visione dell’appartamento, fu l’odore che si sentiva per le scale. Una mescolanza di disinfettante, verdura cotta e fiori appassiti, con sentori di madido e non arieggiato che avrei annusato, imparando il mestiere, in certi vecchi monosala, oppure in casa, rovesciando nella lavatrice canestri collettivi di biancheria fossile. Nonostante la descrizione le avesse fatto storcere il naso, quando tornammo per la conferma Ada convenne che non era poi così schifoso. Era quel che era, disse: odore di persone anziane. Vi rinvenì tracce d’erba medica, malva, violaciocca, camomilla e, sospirando, ammise che a conti fatti, dopo due mesi di inutili ricerche, quei 60 pericolanti metri quadri costituivano il meglio che le nostre finanze potessero permetterci. Niente paura. Nessun problema. Lo sporco si pulisce, i buchi si tappano e gli anziani sono di compagnia. Basta così, abbiamo capito!, disse al tizio dell’agenzia. Prego? Ma sì, la smetta. Lo prendiamo!

Le uniche persone non anziane residenti nello stabile erano in effetti Osvaldo, che condivideva le due stanze più bagno al piano terra con la bionda che gli dette una bimba, lo piantò e lui non riaprì mai più le tapparelle (qui sotto, la porta del suo  appartamentino), e l’enigmatico figlio della riservata signora con la trombosi al primo piano, l’esistenza della quale censimmo dopo qualche mese e del cui decesso, in concomitanza con la venuta di Daniel, ci saremmo drammaticamente accorti (anche grazie alla preoccupata curiosità di quest’ultimo) soltanto a distanza di diversi giorni. Sul nostro pianerottolo, al secondo piano, c’erano le dimore di due signore, la prima delle quali avrei avuto il piacere di incontrare fino alla fine della mia permanenza, poiché dimenticando quale fosse la sua porta, rimaneva per le scale (spalle alla parete, mentre fuori rabbuiava), nel timore di disturbare i “nuovi” e farsi compatire dai “vecchi”; la seconda invece – di nome Lisetta – che, salvo l’intrufolarsi e il curiosare in casa nostra, si occupava di una decina di gatti randagi, soltanto per i primi due o tre anni, al termine dei quali fra strepiti e lotte con gli infermieri, venne strappata agli amati felini. Malgrado la primissima conversazione con il vicinato avesse avuto a oggetto la notizia di un branco di cani affamati imperversanti per le strade circonvicine, la mania per i gatti aveva reso Lisetta talmente invisa ai condòmini non solo da toglierle il diritto di parola – proprio tu, parli! – ma da guadagnarle, sia pur simbolicamente, la responsabilità dell’accaduto – è gente come te, quella! Dei cani si raccontava infatti che, mollati da padroni sconsiderati e attirati in quartiere dall’immondizia – abbandonata dai netturbini all’incuria – avessero assaltato una coppia di anziani azzannando i loro sacchetti della spesa. È una vergogna!, diceva la vecchietta dai capelli azzurri. Questa zona è sempre stata lasciata andare. Come non ci stessero cristiani, qui. Ah!, incalzava la vecchietta con i polpacci come rotoli di kebab. Per farsi ascoltare bisogna sempre fare il diavolo a quattro! A quell’assemblea intercondominiale si aggiunsero le sorelle che abitavano l’appartamento prima di noi. Si erano stabilite nel più signorile fabbricato di là della strada (nella foto a fianco) e, come ci dissero, erano ansiose di fare la nostra conoscenza. Qualcuno aveva infatti saputo che a subentrare sarebbe stata una giovane coppia, e la cosa aveva suscitato il loro entusiasmo. Sposini? Finalmente! Una vera novità! Ada si fece tetra: non avevo visto?, non mi ero accorto?, ma come! Non che si pavoneggiassero, disse (due di loro, del resto, sembravano quasi completamente suonate), tuttavia non facevano nulla per contenere un’aria saputa e, come dire?, finalmente dispensata; né del resto si sarebbero astenute dal ficcare il naso, accampando inverosimili scuse, oltre che per le stanze della loro vecchia abitazione, fra scatole e scatoloni nostri, ancora per metà imballati. Quella che più parlava, maestra di scuola elementare in pensione sul cui reddito, mi spiegò Ada, gravava per larga parte il mantenimento delle due sorelle, era anche la più giovane e agguerrita. Che stronze!, concluse. Teniamole alla larga. Di tutto cuore!, dissi.

Era infatti accaduto, quel giorno stesso, che sistemando sul pavimento della cucina grossi teli di nylon per tinteggiare, le tre zitellacce, portate dal vento, fossero entrate (la porta era aperta per lasciar passare l’aria) e prima ancora di salutare, vedendola insieme a noi, avessero preso a insultare Lisetta. Ecco dov’eri! Figurarsi! Vattene a casa invece di spettegolare!, vattene, prima di attaccare agli altri la  jeja! Ada e io, rammutoliti, assistemmo impotenti a un alterco che rischiò di trascendere in rissa e costrinse alla fuga la loro ex dirimpettaia. E’ una gattàra, raccontarono. State molto attenti. È sporca. Ladra. Falsa. Putàna. Opportunista. Inaffidabile. Ci raccomandarono di non darle confidenza, altrimenti si sarebbe attaccata come una zecca. Quindi, con sguardi dilucolanti di pruriginosa comprensione, dopo averci nuovamente domandato se fossimo sposati – avevano capito benissimo che non era così – passarono a metterci in guardia contro il padrone di casa. Lo descrissero come uno spietato lestofante cui stava a cuore soltanto una cosa: che i vecchi finalmente crepassero, per buttare giù tutto e ricostruire. Non aveva mai voluto fare lavori, perché significava soltanto regalare ai vecchi qualche giorno di vita. E a dimostrazione presero a enumerare le magagne dell’appartamento. In effetti l’impianto elettrico era completamente fuori regola. C’erano perdite, macchie di muffa e infiltrazioni d’ogni genere. Le finestre, dai vetri sottilissimi, tenevano incredibilmente poco. Molte delle persiane erano da sostituire. Il soffitto della cucina era malinconicamente vulnerabile  (i catini colorati!, la marcetta cadenzata delle gocce!). Il bagno si ingorgava e rigurgitava a ogni piè sospinto.

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