penultima casa: penultime seghe

26 aprile 2010

I tramonti erano freschi, le aurore dolciastre. Daniel era in ferie, sicché avevo la casa tutta per me. Questa solitudine domestica, pensavo, non sapevo più cosa fosse, ma mi rendevo conto di averne un disperato bisogno. Potevo tenere aperte porte e finestre, lasciar correre l’aria e farmi tutte le seghe del mondo. Era bello girare nudi per casa. Sentirsi leggeri come un fantasma. Farsi la doccia o cagare lasciando aperta la porta. Disporre del divanetto e del televisore. Ascoltare distintamente il sonoro dei filmini porno. Era bello e sentivo di averne bisogno, ma sapevo che, alla fine, quando Daniel avrebbe traslocato, non ce l’avrei fatta. La solitudine era un lusso che non potevo permettermi.

L’anno prima mi avevano lasciato a casa dal lavoro, ma avevo trovato un temporaneo rimpiazzo come facchino in una ditta di audiovisivi. Ero in parola con Elly, la ex di Corrado, un collega amante del vino con cui avevo legato. Fu lui, quando si seppe che mi avrebbero scaricato, a dirmi che alla Master Service, d’estate, avevano bisogno di mano d’opera. Così andai a trovare Elly e le spiegai per sommi capi la situazione. Sapeva già tutto, ma volle ascoltarmi. A un certo momento annuì e m’interruppe. Fino a domenica non c’era molto da fare, disse, ma dal lunedì successivo si sarebbe partiti di brutto. Tu tieni acceso il telefonino. È indispensabile.

Poi l’estate passò e iniziai con la disoccupazione. Elly di tanto in tanto mi chiamava per dei lavori. Gli amici scrittori erano riusciti a portare a termine il loro progetto di libro. Avevo fatto qualche colloquio, girato per agenzie. Non ne era uscito niente. Il tempo stringeva. Aspettavo la fabbrica, il magazzino.

Proprio nel corso della mia ultima mensilità saltò fuori qualcosa. Avevo già fatto un colloquio, lì. Insieme a Daniel. Avevano scelto lui, essendo più giovane. Lo vedevo uscire di casa con regolarità. Tornare tardi, la notte. Lo vedevo cupo, depresso – nessuna voglia di chiacchierare. Era strano, insomma. Ma non mi ero accorto di niente e non avendo grandi cose da raccontargli, gli lasciavo l’iniziativa. Lui taceva. Un bel giorno mi prese da parte e mi disse che se ne andava. In quei mesi, mi raccontò, aveva cercato casa. E adesso che disponeva di un’entrata sicura (non si sarebbe affatto rivelata tale), intendeva accendere un mutuo. Di cosa si tratta?, gli domandai. Ma Leo…, tentennò. Veramente non l’hai capito? No, dissi. Oh, signore! Ma non mi vedi uscire e rientrare sempre alla stessa ora? Si, ma pensavo che tu… Che io, cooosa? Gesù, feci. Non lo so. Pensavo avessi una relazione. Eh? Si, qualcosa del genere. Un po’ stancante. Controversa. Segreta. Ma non ti sei accorto del mio umore, da qualche mese a questa parte? Certo, feci. E pensavi si trattasse di una relazione del cazzo! Ehm, scusami, Daniel. Ma lascia stare le scuse! Non è tempo. Te lo garantisco. Piuttosto, l’hai capito si o no, dove sto lavorando? No, dissi. Daniel crollò le spalle. Dissentì, e stendendosi sul divanetto rosso del salottino inghiottì le tre dita di gin che si era versato. Ah, Leo, Leo, fece. Ricordi, più o meno a natale, quando siamo andati a fare quel colloquio? Si. Ecco. Ecco cosa? Cristo, Leo! Mi hanno preso! Hanno scelto me! Per questo non ti ho detto niente! Mi dispiaceva! Mi sentivo persino in colpa! In ogni modo, non era di questo che volevo parlarti. Lo faresti un altro colloquio? Certo. Bene. Quando? Domani.

Il part-time era un’inferno. Il capo, uno psicopatico. Ma era un lavoro in regola. Aspettavo la fabbrica. Il magazzino.

Prima di iniziare il trasloco Daniel prese qualche giorno di ferie e io ebbi l’impressione, come fosse la prima volta, di comprendere la natura del luogo in cui avevo vissuto. Bevevo e mi masturbavo, scaricando da internet filmati piuttosto lunghi. Ci voleva anche più di mezz’ora per portare a termine i download sicché, in quelle pause, osservavo a lungo le stanze, il bagno, la cucina. A torso nudo, mi sporgevo dalle finestre ad annusare. Scendevo in ciabatte, andavo sul retro o in fondo al parcheggio, a sedermi un po’ fra l’erbaccia. Come sarebbe stato se avessi potuto mantenermi da solo? Che fine avrei fatto senza Daniel? Tornavo di sopra. Ogni tanto guardavo la barretta sul monitor. Segnava la percentuale di clip scaricata. Al crescere della percentuale, calava il mio interesse. Dalla terrazza della stanza di Daniel osservavo il tramonto. Arrossava gli spigoli dell’ex macello. Sembrava un sipario. Sull’ultima vita.

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