penultima casa: con ada da osvaldo

28 aprile 2010

Ada cercò subito di familiarizzare. Per valutare le condizioni degli altri appartamenti, vedere che tipo di persone li abitasse, come si regolassero con il padrone e che affitti gli corrispondessero. Prendemmo un caffè al piano terra, da Osvaldo – sgradito, sebbene non tanto quanto Lisetta, alle zitellastre. Ci disse di avere, con il vecchio, accordi particolari (Ada rabbrividì: in che senso, accordi?, in che senso, particolari?) e, abbassando la voce, soprattutto la sua solenne garanzia che mai, assolutamente, al venir meno degli anziani, avrebbe dato alloggio a extracomunitari (perché proprio a lui, una simile garanzia?, chi era, cosa sapeva, costui?). Tutto sommato, commentò Osvaldo, il padrone era un tipo onesto. E facendo frusciare il pollice sui restanti polpastrelli  – fit-fit – domandò se sapessimo cosa significasse, in termini di guadagno, affittare a quei disgraziati. Tanto, disse, di lavori, non ne vuole più fare…

Io non sapevo cosa significasse. Né lo immaginavo. Via Anelli – divenuta, anni dopo,  tristemente famosa per il muro alzato a separare gli stabili del ghetto dalle abitazioni retrostanti – presentava certo più di una metastasi, ma nonostante nel corso dell’inverno vi avessimo visitato un bilocale (avrei rimesso piede in quel carcinoma un’unica volta, molti anni dopo, e assai fugacemente), non ci eravamo resi esattamente conto della già tragica situazione abitativa, né della sua dimensione/genesi mostruosamente anarcoeconomica. Saremmo subentrati a una studentessa che Ada aveva conosciuto a lezione da Mayumi, un’amica giapponese cantante lirica che ci aveva molto rassicurati circa il “vicinato”, ma lasciammo perdere tutto perché troppo angusto e soprattutto troppo costoso. Non ci parve più caro degli incalcolabili loculi per studenti su cui l’intera città, dalla notte dei tempi, lucrava; ma di fatto, quei loculi, non erano alla nostra portata. Costasse un po’ meno, dissi, sai che deposito di storie. Ada trasalì. Era troppo piccolo. Non eravamo morosi. Voleva finalmente una stanza per sé. Far colazione in una cucina dove non ci fosse qualcuno, il mattino, che ci ronfava. Dovetti rassicurarla. Come capì che il pericolo era scampato, tuttavia, si infervorò. Era pur sempre una pittrice. E quello era forse il luogo più ricco di esperienze, miracoli, sapienza e mistero della città. Una riserva di vita, un microcosmo pieno di natalità. Le mamme africane con i bimbi sulla schiena. La voce salmodiante del muezzin. Gli anziani raccolti a conversare intorno al fuoco. Il barbiere che faceva i capelli in cortile. La visione di qualche studente con i dreadlocks, aperto allo scambio culturale. E i bambini che correvano ovunque, vivacissimi, di ogni colore. Temi meravigliosi, disse. C’era addirittura qualcosa di sacro, prossimo alla grazia, nell’incurante, affollata, ostinatamente vitale comunità del ghetto.

Ero d’accordo: grande Via Anelli!, addio via Anelli! (Che culo, a ripensarci).

Sul finire di quella stessa primavera sarebbero esplosi i primi autentici tumulti, ma quando Osvaldo, nella penombra del suo affollato appartamentino, ci domandò se comprendessimo il significato fit-fit del dare alloggio a extracomunitari non mi sovvennero antenne paraboliche, montagne di detriti, immondizia, stendini appesi all’esterno di balconi dai vetri infranti e le tapparelle bucherellate. Tranquilli, disse, vedendoci interdetti. Non sono razzista. Datemi retta. Il vecchio è stanco, ma è onesto, e finché c’è lui questa è una botte di ferro. Con quelle teste di cazzo dei figli, invece, chissà. Li avete visti? Bé, li vedrete. Girano in BMW. Decapottabile. Stanno contrattando il terreno qui dietro, con le baracche. Non vedono l’ora, ve lo dico io. Un fottio di soldi, e tutti a ramengo in quattro quattrotto.

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