penultima casa: 2006, conti sfocati di mezza estate

2 maggio 2010

Non sto morendo di fame. Ho un tetto sopra la testa. Ho dei vestiti addosso. Se mi lavo, mi pettino, metto una camicia pulita e un paio di jeans, non sarò all’ultima moda, ma passabile, dignitoso. Le donne naturalmente mi individuano all’istante. Sfiga in arrivo. A leggere i rendiconti delle statistiche si tende sempre a fare un po’ di confusione. La soglia di povertà è stabilita, in Italia, in relazione a redditi inferiori a 800 euro mensili – la linea gotica. Finora, mediamente, ne ho guadagnati un po’ meno. A tratti molti meno. Eppure non sempre l’ho percepito. In questo periodo per esempio sono relativamente sereno. Faccio un lavoro relativamente faticoso, relativamente ben pagato, in mezzo a persone relativamente più giovani di me. Ci sono tre moldavi che lavorano tutto il giorno e mettono via soldi. Ci sono i ragazzi che fanno l’università o l’hanno appena finita e che se la sono pagata lavorando, e adesso sono alle prese con il diventare, se non qualcuno, almeno qualche cosa. Ho amici che mi chiamano, mi domandano come sto, se voglio bere qualcosa – sono abbastanza inserito. Ho pubblicato un romanzo e questo, nonostante a volte mi paia grottesco (e benché la partita con la scrittura e la vita e la morte e il mondo sia tutt’altro che chiusa), in verità mi ha aiutato. Ci sono tante monete. Tante partite.

Mario la settimana scorsa mi ha invitato a prendere un caffè. Mi ha parlato di un libro che vorrebbe fare anche con il mio contributo. Ci sarebbe un editore. Ci sarebbe qualche soldo. Si tratterebbe di fare un viaggio. Un viaggio? Si. E dove? Nella povertà. Ha detto che ha in mente le persone che incontra quando prende il treno, all’alba, per Milano. Mi ha raccontato di papà mal sbarbati, in giacca cravatta e valigetta, che telefonano a casa alle 7.30 per dare la sveglia alla moglie e ai figli. Si sono tirati su che era notte, hanno fatto piano, vestendosi al buio, lavandosi in cucina, ripulendo il lavello con un filo d’acqua, attentamente, mentre la moka buttava. Parlano sottovoce. La testa inclinata sulla spalla. Il campione fatica a svegliarsi, ultimamente. La piccola non fa che tossire, speriamo sfebbri. Hanno baciato l’innocenza delle creature, respirato i loro tiepidi odori animali, sono stati attenti a non pungere o a trasmettere il freddo. Hanno chiuso la porta con delicatezza. Sono scesi alla fermata dell’autobus, per la stazione, per il treno, per Milano, dove resteranno fino a venerdì. Dal lunedì al venerdì. Sono poveri, dice Mario. Vanno a lavorare lontano con la valigetta dei vestiti, le giacche da ufficio, i fermacravatte storti. Non contano niente. Tutte le risorse impegnate.  Nessun residuo. Allo stremo. Della loro vita, non possono spostare alcunché. Nessun movimento. Gabbia d’acciaio. Salta tutto. In relazione a cosa lo percepisco, che sono povero? Mi è capitato di chiederlo, l’anno scorso, ai colleghi. Di interrogarli sul problema della percezione. Tu, secondo te, sei povero? Nessuno ha ribaltato i ruoli, magari indispettito, domandando a sua volta: e tu? Avevo sempre l’impressione che il semplice fatto di porre la domanda mi identificasse.  Gli sguardi in risposta erano di due tipi, ma prevaleva quello diceva: ma no, dai! Da un lato la povertà, tradizionalmente intesa, da coloro che sono annoverati fra i poveri, non è riconosciuta. Però poi vai leggere le indagini. E trovi che l’inflazione e il costo crescente della vita vengono avvertiti in modo più forte di come sono in realtà. Si percepisce il pericolo. La direzione. La destinazione. La povertà è la paura. E la paura non sta né in alto, né in basso. Sta in mezzo. Mi sono chiesto se sia sempre stato così. L’economia nell’ottocento era chiamata: triste scienza. Riteneva sé stessa la più oggettiva fra le scienze umane. La meno relativa. Quella con più matematica dentro. E l’espressione “il conto della serva”, definiva da un lato una certa micragnosità, dall’altro concretezza e piedi per terra. La paura, dicevo, sta in mezzo. Ma è il mezzo che forse non sta più dove dovrebbe. Cioè in mezzo. Quand’è che mi sento povero? Quando, prendo atto del mio stato? Vorrei potermi permettere di abitare da solo, per esempio, ma è impensabile. Qualche viaggio, ma niente. Un mezzo di trasporto decente, anche per correre a casa di mia mamma che è anziana, se ci fosse bisogno (a piedi ci metto quasi un’ora): ma niente. Avere soldi per invitare un amico a mangiare o bere qualcosa: di solito non pago io, e alla lunga un po’ scoccia – non si è sempre di umore buono: ma come?, ti cerco, ti invito, ti offro, e fai il muso? – e si ha l’impressione che se ci si lascia andare o si da per scontata la cosa, alla fine gli amici possano arrabbiarsi. Conoscere donne. I rapporti con l’altro sesso. Mi sono messo in testa di fare una dieta e ho constatato che me la posso permettere soltanto a patto di sacrifici ingentissimi: eliminare la pasta, per esempio, che è l’economia fatta cibo, è dura. Ora, questo è abbastanza comico: sono un povero che lamenta di non potersi permettere una dieta decente. I poveri grassi di Ciprì e Maresco. Dovrei nutrirmi di carne e pesce. Mangio pollo tacchino e scatolette di tonno. Il resto, ciao. La casa in cui vivo. Sono abbastanza fortunato, specie se penso che sono a piedi. Abito vicino al centro e finora i lavori che ho fatto erano a non più di un’ora. Ma l’impianto elettrico è fuori norma, ci sono perdite d’acqua, e negli ultimi due anni non ci siamo potuti permettere di fare revisionare la caldaia. Quest’anno la bolletta è stata altissima e dobbiamo assolutamente farlo. Guarda caso, proprio quest’anno, che sono disoccupato. Ho questo lavoro, in nero, per l’estate. Non mi lamento.  Sono sereno. In questi giorni sto andando su e giù per farmi dare il sussidio. Speriamo bene, passata la bella stagione.

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