penultima casa: primi giorni

4 maggio 2010

La primavera correva. Mentre cessavo le mie visite al vicinato, Ada sembrava collezionarne. Disse che era per il nostro bene. Anche dal punto di vista del controllo delle chiacchiere. Hai visto le sorelle, no? Hai notato che prima di chiederci se fossimo sposati continuavano a guardarci le mani. Le fedi? Altro che. Ma le sorelle non abitano più in questo palazzo! Che ci frega? Abitano qui di fronte, a mezzo metro di distanza. E comunque, al momento, sono ancora le capobanda. Le vecchiette del primo piano fanno tutte riferimento a loro. Riferimento? Quando c’è bisogno. Per la spesa, per esempio. Per fare una puntura. E le vecchie in cambio sono tutt’occhi e tutt’orecchie. Stai pur certo che siamo al centro dei loro pettegolezzi. E cosa possono fare, scusa? Magari niente. Ma sai com’è. Ti prendono male, si mettono in testa delle cose brutte. Possono mettere la pulce nell’orecchio al padrone. Dire per esempio che la situazione è poco chiara. Poco cosa? Dai, hai capito. Queste ti mandano la narcotici in casa! La buoncostume, vorrai dire. Quello che vuoi. Hai visto come parlavano di Lisetta? Hai visto che razza di vipere?

Gli argomenti della conversazione mi sembravano un po’ forzosi e scrollai le spalle. Guarda che non sto dicendo che devi metterti a fare la commedia, disse. Ma la commedia con te mi diverte. E’ l’unica cosa che mi diverte, in tutto ciò. Potremmo metterci degli anelli finti. Farci vedere ogni tanto a braccetto. Ada sorrise. E poi con Silvano, come facciamo?, disse. E’ un amico. Tuo fratello. Il tuo amante. E perché non il tuo, scusa? Che sfiga, cazzo! No, dai. Seriamente. Non sto dicendo che devi cambiare il tuo modo di vivere. E’ che qui non ci vuole molto. Ecco qual’era il punto, pensai. Il mio modo di vivere. E te pareva. Ada disse che le zitelle avrebbero visto Silvano. Avrebbero monitorato i suoi arrivi e le sue partenze. Avrebbero incaricato le anziane della palazzina di origliare i discorsi. Si sente tutto, fece. Questi muri sono di cartapesta. E poi tieni presente il nostro aspetto. E l’aspetto di Silvano. E i nostri orari. Specialmente i tuoi. Sai, anche Silvano, l’ha detto. Lui ha una certa esperienza, in proposito. E anch’io, se è per questo. Ciò, in ogni modo, non significa che tu debba, o insomma, che tu, cioè… Annuendo, aspettando venisse al dunque, finii per distrarmi. Vedere Ada felice insieme a Silvano, che mi pareva la persona più serena del mondo, tendeva del resto a deprimermi. Mi faceva sentire solo. E anche un po’ stronzo. Ada era stata molto brava con il trasloco. Organizzata, rapida, presente a sé stessa, sorridente. Il contrario di me. Sei giù di corda? Non sei contento? No, le avevo risposto, è solo che certe cose non mi entusiasmano. Ada aveva appoggiato lo scatolone sulla ringhiera del pianerottolo e guardandomi negli occhi aveva detto: sono felice che tu abbia la possibilità di fare amicizia con Silvano. Sono felice di farti conoscere questa persona che amo e che ammiro. Sono felice che tu provi simpatia per Silvano, e che l’altra sera abbiate così lungamente conversato. Ero persino gelosa! Avevo sorriso. E riprendendo a lavorare avevo pensato che Ada parlandomi in questo modo intendesse dimostrarmi affetto e stima. Ma perché, allora, nei diari, tanta rogna, nei suoi confronti? Ma dio! Dio! Un difetto, Ada. Per favore! Un vizio! Un torto! Uno sgarro! Una follia! Una manìa! Un paradosso! Una cazzo di contraddizione! Un brufolo! E quanto a te: pessimo! Tutt’un complesso, una recriminazione, una soggezione,  un sospetto! Non fai altro che annotare difetti altrui per sentirti superiore! Quest’atroce bisogno di sentirti all’altezza! E poi provi affetto solo quando gli altri sono deboli! Così non ti senti inferiore! E quando ti viene manifestato affetto, cominci a vergognarti! Ti pare di non meritarlo! Tu, essere inferiore, sempre a caccia di difetti altrui: non saresti mai capace di tanta larghezza d’animo, non è vero?, e splaff! nella merda, nel crogiolo d’inferiorità! Leo! Sveglia! Animo! Puoi essere una persona sufficientemente civile, per riuscire a stare fra persone civili! E smettila di volere essere degno. Smettila di volere! Che ogni volta vuoi essere degno di ciò che ti viene donato per accorgerti che non è sempre così, o non soltanto, e allora fai il finimondo! Deficiente! Perché sai, Leo, io in fondo ci sono cresciuta in una palazzina di questo tipo… stava dicendo Ada quando le imprecazioni di una signora della palazzina di fronte, mi richiamarono dal trip. La sua voce e la sua tosse sarebbero diventate parte permanente del mio sistema di orientamento in quel microcosmo sonoro. Il rumore del treno sui binari – a un centinaio di metri. Ogni tanto un fischio di locomotiva. Lo stereo a palla dell’auto di uno dei ragazzini. I gracchi di una cornacchia col nido sul tetto. La voce registrata e metallica dell’arrotino. E poi, la signora. L’avrei sentita tossire e starnutire e talora, dal nostro edificio, avrei sentito una delle anziane del primo o del secondo piano urlarle un salute!, a gola spiegata. Dopo cena qualora mi fossi affacciato alla finestra della cucina a fumare una cicca l’avrei trovata a chiacchierare con suo padre in terrazza, i piedi appoggiati ai ferri della ringhiera con i panni stesi a asciugare. Certo, non così popolare, riprese Ada, affacciandosi con circospezione. E ti fate i cassi tui!, le urlò la donna. Ada spalancò la bocca. Io mi avvicinai, per guardare. La donna era tiratissima in volto, pallida e sudata. I capelli, tinti d’un rosso psoriasi erano corti e scarmigliati a patacche. Dalla terrazza di fianco alla sua uscì un signore dall’accento meridionale. La voce era soffocata e ventrale, piena di uno scandalo che non c’era bestemmia potesse esprimere meglio del suono che faceva. Adesso basta!, le urlò. Basta, diocane! Qui c’è gente che deve lavorare! Scaturirono cinque minuti di canizza, finché il più piccolo e cicciotto dei due figli della signora – quello che l’aveva fatta arrabbiare – riuscì a placarla, trascinandola con tutta la forza che aveva dentro l’appartamento. Spingendola le diceva: è colpa mia, mamma, è colpa mia.

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