penultima casa: notti smemorate

9 maggio 2010

Intorno alle prime notti al 41 di via Ermenegildo Cacogli non ricordo né annoto niente. Non mi stupisce né, a ben pensarci, potrebbe essere diversamente. C’è il trasloco, il lavoro al supermercato, il lavoro con la musica. Per suonare, inoltre, bevo moltissimo. Quando torno, a notte fonda, sono in coma.

Molto spesso salto intere nottate a piè pari. Quindi ho un gran cumulo di arretrati. Appena sveglio, devo andarmene. C’è poi il lavoro su me stesso. Sulla relazione. Un lavoro allucinante. Un lavoro che avrei dovuto svolgere molto prima. Che le persone, immagino – più o meno bene, più o meno approfonditamente, più o meno a lungo – iniziano a svolgere dieci se non quindici anni prima. Ma che io avevo cominciato consapevolmente a svolgere soltanto intorno ai ventotto ventinove anni, finita l’università, andato via di casa, messomi insieme con Barbara e soprattutto fatta amicizia con Mario, il mio maestro di scrittura. C’è un massacrante lavoro di monitoraggio che credo di poter fare attraverso la scrittura, ma che, più ci provo, meno mi pare la scrittura consenta di fare. Che faccio, forse, per la scrittura. Per imparare a scrivere. E per qualcos’altro. Che è, per me, allora, la scrittura. Che non è, per me, allora, soltanto: sapere come. Cosa, dunque? Mistero. Occhi sulla graticola, il libro d’esordio di Tiziano Scarpa. Il protagonista e voce narrante di quel libro scriveva di scrivere al e per il: “me stesso futuro”. Io non pensavo così. Il mio “me stesso futuro” – cioè io, adesso – era inconcepibile, completamente fuori portata (oggi invece, benché non sia stata una mia scelta, pago un mutuo trentennale: eh, se si cambia). Cosa pensavo? Cosa facevo? Soprattutto, a chi scrivevo? Mistero.

Ecco, in ogni modo, appena rimaneggiato, un campioncino relazionale, un moncherino di quei primi giorni al 41 di via Cacogli – diario di primavera, 1998:

… ieri sera al Mithos credo di avere mandato in paranoia Fausto, al quale, a quanto pare, piace la Piera. Gli ho detto che alla Piera attizza Marvis e benché in realtà, di sottobanco, speravo che almeno un po’ di fastidio lui lo sentisse, non pensavo gli prendesse così male. Periodo di merda. Dovevo capirlo. Durante il viaggio al Mithos, mi ripeteva: mi piacerebbe che ci vedessimo, che non perdessimo i contatti. Frasi in cui sentivo che la sua solitudine non è soltanto legata alla fine della storia con Ada, di cui parla per altro assai poco (sono ormai un paio di mesi), ma alla scelta di vita cui tenta di dare concretezza, o meglio, alla lunga e laboriosa serie di decisioni che ad essa dovrebbero dare concretezza. Sentivo solitudine. Pura e semplice. Interiore. Puoi essere stato con venti persone durante tutto l’arco della giornata, ed eccoti solo, ultimo rimasto, ultimo compagno di te, di fronte alla boccia, solo. Piera: la tenerezza delle donne è davvero un insostituibile balsamo. Non c’è bisogno di amarle, o che amino te. Non c’è bisogno di grandi passioni, tagli sui polsi, patti per l’eternità. Un po’ di compagnia. Ubriacarsi un po’. Parlare. E dopo aver scopato, parlare ancora, sdraiati, fumando, caldi, fino a mattina. Marvis domandava se Piera slumasse. Jiji, in precedenza, mi aveva detto: cazzo se sluma! Se ne era accorto, del resto, lo stesso Fausto. Sono stato sadico. Senza mi fosse stato domandato, in presenza di Fausto, alla domanda di Marvis, ho risposto: eccome! In verità non volevo colpire Fausto. O non soltanto. Oppure si. Massì. Perché? Mi fa una enorme e penosa meraviglia pensare che Marvis possa piacere a persone simili a me. Dunque: se a Piera piace Marvis, significa che Piera non è per Fausto. Così come non è per me. A me Piera sta sul cazzo perché uno come me – questione tipologica – non le andrà mai. Di fatto, però, io, Piera non la conosco. So solo che è figa. E che scantòna sempre. Ecco quindi il solito frustrato che vorrebbe essere il più figo di tutti e odia tutti coloro che in un modo o nell’altro dimostrano di avere natura  impressioni opinioni contrarie. E poi odio qualsiasi situazione in cui Marvis mi sia superiore. Perché ritengo di essere superiore a lui. Ma per banali questioni economiche, sono costretto a subirlo. Lui è il capitale, io il lavoro. Lui l’imprenditore, io lo stipendiato. Lui l’impresario, io il guitto. Lui non sa suonare, io si. E’ perché lui non sa suonare, che comanda. Pazzesco, ma vero. Suonare, per lui, non è un problema. Ci sono le basi preregistrate. Saper suonare conta un cazzo. Non dal punto di vista di Marvis. Non dal punto di vista dei soldi. Non dal punto di vista del lavoro (lui ci da da lavorare, ha detto). E ogni nuova serata, non fa che confermarlo. Sulla musica, mi faccio paranoie. Perché la suono. Perché voglio suonarla meglio. Voglio inventarla. E non mi basta sia passabile, piaccia a quelli che ci ascoltano suonare gli U2 quando va bene. Problemi del genere, per lui sono incomprensibili, ubbie di pseudoartistoidi. Inventare? Ridicolo. Gli U2, i suoi amati U2, inventano. Non noi. E allora ecco ciò che, benché abbia agito d’istinto, volevo ottenere: mandare in paranoia Fausto affinché avesse una sia pur piccola ragione, una cazzo di minuscola ragione in più per farsi stare sul cazzo quel coglione di Marvis, per introdurlo, inculcarlo, costringerlo con ogni mezzo, anche il più subdolo, al convincimento che se non migliori, siamo almeno radicalmente diversi, che si tratta proprio di biodiversità, diversità di specie, e che questa nostra diversità – rispetto alla quale, bene inteso, il saper suonare e il voler suonare e il tentativo di far della musica la nostra vita, o parte vitale di essa, non è che un epifenomeno – questa nostra diversità va protetta. E a maggior ragione, nella misura in cui il compromesso sia il pane di merda che siamo continuamente costretti a mangiare. Questa diversità va considerata un bene sacro, un valore inestimabile. Da difendere coi denti. Io tante volte ho provato a farlo questo discorso. Ma non ci sono mai riuscito. Mi ci sono sempre perso in mezzo. Fausto, del resto, ha ventunanni, recalcitra, sghignazza. Marvis viaggia in Duetto. Piace alle fighe. Ha i soldi. Ci dà da mangiare. E in fondo, anche lui, suona, no? E poi, Marvis ci stima, dice Fausto. Davvero. Sinceramente… Insomma, faccio schifo. Ma se voglio migliorare certe cose devo pur ammetterle. Questa, di ieri sera, è forse una piccola vergogna. Ma è bene, me ne sia ricordato. Che si sia salvata. Perché sottende a meccanismi devastanti, odiosi, che in me operano continuamente…

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5 Risposte to “penultima casa: notti smemorate”

  1. ludeangeli said

    “benché non sia stata una mia scelta, pago un mutuo trentennale”

    tra le due proposizioni non saprei davvero valutare quale m’inquieti di più 🙂

    • mbrt0 said

      Ciao Lu! E ti credo. E’ stata una decisione di mia madre. Che prima di morire, ha detto, avendo sempre vissuto in affitto, voleva lasciarci con almeno un tetto sopra la testa. Io le dissi: sei pazza, altro che tetto, tu ci lasci trant’anni di debiti, non se ne fa niente. Lei disse: pazzo sarai tu, incosciente!, comunque, intanto, fai quello che vuoi. Quella casa (quella del mutuo) non l’ho presa per te, non mi sono ancora bevuta completamente il cervello, ma per le tue sorelle. La mia sorella maggiore le disse: io con mia sorella minore, quella pazza, non ci voglio stare! Mia madre le disse: tu fai qullo che vuoi, quella casa (quella del mutuo) è per la tua sorella minore. Mia sorella minore, tuttavia, si ammalò gravemente e perdette il lavoro e non poteva stare da sola tantomeno farsi carico di qualsivoglia responsabilità (mia madre, in ogni modo bluffava, perché per lei aveva e ha ben altri progetti). Così mia sorella maggiore parve voler accettare. Ma anche questo era un bluff: quando mia madre firmò il contratto mia sorella decise infatti di mollare il lavoro che aveva e fulminata sulla sua personale via per Damasco e parti per un viaggio in Congo, e poi in Brasile (viaggi dai quali non si sarebbe mai più ripresa), come volontaria, in alcune missioni. Malgrado fossi l’inaffidabile di famiglia, la cosiddetta pecora nera, non rimanevo che io. Nel senso che, quando mia madre iniziò a pagare le rate, ero l’unico, in famiglia, con un lavoro. Del resto, nella casa in cui ero stato negli ultimi 8 anni (dove sei stata anche tu una volta, credo) ero sfrattato. Ci furono, ovviamente, fra mia madre, mia sorella maggiore e me, un numero di scene da circo. Incazzature memorabili. Pianti e disperazione. Alla fine, con la garanzia che almeno sarei stato per conto mio, senza sorelle fra i piedi, accettai. Adesso, tre anni dopo, al piano di sopra (io vivo nel seminterrato) c’è mia sorella missionaria, con un part-time precario, e un tipo di taranto…

  2. ludeangeli said

    bè. almeno tra trent’anni la casa è tua 🙂

  3. Gioia said

    Mah. Circa cinquecento anni fa Erasmo scrisse De libero arbitrio. In risposta Lutero scrisse De servo arbitrio. Accidentalmente, in questi cinquecento anni, è anche passato l’Illuminismo. Ma, ahimè, non gode di buona stampa.

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