danilo & biscotti

15 maggio 2010

Si ritiene normalmente che la caduta nella povertà sia determinata da fattori economici, dicevo. Come la perdita del lavoro, la precarietà dell’occupazione, la disoccupazione. Non è così? Certo che lo è. E maggior ragione, qualora si provenga da situazioni agiate: conosco persone tanto abituate a ciò di cui godono, dicevo, che se si ritrovassero a contare su un reddito equivalente a quello di cui ho disposto negli ultimi anni si sentirebbero perdute, addirittura morte; però ne conosco altre, dicevo, che al di là del reddito che percepiscono se non ottenessero più di veder pubblicati i loro libri, subirebbero un colpo in tutto e per tutto analogo.

E con ciò? Niente. Che povertà e ricchezza sono bestie bifronti. Non so, bofonchiava Danilo, perplesso, scartando il panino. Tutto è relativo, insomma. Ma detto questo? E poi cosa c’entrano, gli scrittori? C’entrano, dicevo io, sistemando la coperta sull’erbetta. Conosco persone che muoiono nella misura in cui non possono rendere noto ciò che fanno o, in altri termini: darebbero la vita. Io no, diceva Danilo, addentando. In ogni modo mi hai fatto venire in mente un film di Woody Allen, in cui Woody Allen e la sua compagna come mestiere fanno i ladri. E’ quello dei biscotti? Biscotti? No. Non mi pare ci siano dei biscotti. Mi pareva che ideassero i piani per svaligiare le banche cucinando biscotti. Non so. Cioè, non ricordo dei biscotti, nel film, o qualcuno che passi il tempo cucinando biscotti. Vabbè, mi pareva. Insomma? Woody Allen e la sua compagna si mettono sempre nei guai perché se come ladri sono delle schiappe, dal punto di vista teorico hanno invece un talento pazzesco. Un bernoccolo al quale non possono rinuciare, che li induce a ideare  piani sempre nuovi, più raffinati, più complessi, perfino artistici. Ovviamente, al crescere del virtuosismo del piano cresce anche il virtuosismo dello spirito – o demone, della catastrofe. Si interrogano, infatti sulla tecnica. Più i piani si tecnicizzano, più i problemi saltano d’ordine. Una volta però, per puro buco di culo, proprio quando l’ennesimo piano sta sbriciolandosi, ci imbroccano; per una volta l’errore permette loro di fare il gran colpo, diventando all’istante ricchissimi. Da quel momento in poi il film racconta il tentativo di Woody Allen e della sua compagna di non sembrare quello che sono, cioè, fondamentalmente, una coppia di poveracci. Non capiscono una fava di tutto quello che fanno, o di come dovrebbero comportarsi. E i rituali, le cose costose di cui si circondano, insomma, l’inconcepibile superfluità di ogni aspetto della loro nuova e detalentizzata vita li mette inesorabilmente a disagio, annoiandoli e mortificandoli. Vuoi dire che sembra più facile per un ricco essere povero, che per un povero essere ricco. Più o meno. Mah, faccio. A me sembra tutto perfettamente reversibile. E allora perché hai chiamato povertà e ricchezza bestie bifronti? L’ho detto? L’hai appena detto! Non so, mi sembrava che ci stesse. Versante materiale e versante esistenziale. Avevo in mente questo: che le difficoltà economiche rischiano di giustiziare persone già affettivamente relazionalmente emotivamente segnate da una propria intima, profonda provvisorietà, e che il vero incubo è precipitare nel delirio perdendo completamente la speranza. Questo sarebbe il tuo caso?, fa Danilo, intingendo un biscotto nello jogurt. Non lo so. Inizialmente essere povero non mi pesava, in un certo senso l’avevo voluto. Insomma, dice Danilo, hai un lavoro o campi di rendita e bene o male stai in equilibrio, fai le tue cose. Poi succede qualcosa, qualsiasi cosa, qualcosa di extraeconomico, intendo dire – dalla morte di un affetto alla sbandata per una ragazzina, da una malattia mal diagnosticata e dal decorso non pronosticabile alla malaugurata vincita di una cifra la cui conseguente euforia induce il vincitore a un numero di azioni sconsiderate e rovinose. La concatenazione può essere estremamente lunga, faccio. Il decorso estremamente lento. Ha ragione Berlusconi, allora! Come sarebbe? Non ripete sempre che bisogna essere allegri, coltivare il buon umore? Lascia perdere quel coglione. Io sono nato in un quartiere abbastanza benestante e di poveri nati non ne ho visti molti. Mio papà, però, è nato povero. E’ nato povero, si è beccato la guerra ed è scivolato nell’indigenza. La povertà è un pozzo, diceva. Una cosa dentro alla quale si precipita. E in assenza di un contesto di relazioni informali – per esempio di tipo famigliare – che compensino psicologicamente oltre che materialmente il disagio, si rischia di non smettere più di cadere. Nella povertà, quindi, si cade, dice Danilo. La dimensione della povertà è quella della caduta. O della scivolata. Il piano della povertà è un piano inclinato. Un biscotto? Grazie. Mi è capitato di leggere un articolo su una rivista di sociologia in cui si dice che fra le categorie maggiormente a rischio di permanenza in situazioni di povertà quella delle donne divorziate o separate con figli a carico, è fra le più numerose. Le mamme abbandonate con i figli sono statisticamente più esposte dei padri che versano in analoghe situazioni. Era una cosa ovvia, pensavo; sulla quale, tuttavia, non avevo mai riflettuto e che in un certo senso non avevo mai preso in considerazione. E’ la tua visione da maschio, dice Danilo. Sei di parte. Dipende dal fatto che ho molti più amici maschi che femmine, dico. Di conseguenza ho molta più esperienza in lamentele maschili che femminili. Ma poi pensando alle tipe che ho conosciuto, alle mie donne, capisco che le cose, invece, tornano. Tornano eccome.

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8 Risposte to “danilo & biscotti”

  1. Mi piace la leggerezza con cui si sta in bilico fra il «saggistico» (per dire) e il narrativo. È molto bella. Senza contare che la povertà è veramente un piano inclinato, e che è un fatto di relazioni.
    Un mio amico mi diceva una volta: son stufo di esser povero e di dover pesare sui miei. A me sembra che si sia poveri quando non si ha nessuno a cui chiedere, dicevo. Per me sei ricco.

  2. mbrt0 said

    Ciao Federica, grazie per essere passata e per il tuo commento, graditissimo. Sai, questo Danilo – che non si chiama veramente così, e non era esattamente così (lo era, a parte l’enorme quota di me stesso che c’è, com’è naturale, scrivendo, lo è, dicevo,per un 60%; il 40% restante essendo fatto da affermazioni e discorsi di due altri apprendisti che ho avuto nel cinemino universitario in cui qualche anno fa lavoravo); questo Danilo è stato in ogni modo per un buon annetto il mio principale interlocutore, e – a suo dire, esistenzialmente, il mio “allievo”. Incredibile, se ci penso: si incazzava perché non ero abbastanza maestro!

  3. donata said

    la povertà economica è un piano inclinato, ma io ho conosciuto persone che lo hanno percorso in salita, aggrappandosi tenacemente per non scivolare.
    la povertà dell’animo… un baratro.
    il pezzo è molto bello, delicato e pieno di sensiblità.

    • mbrt0 said

      Grazie Donata. Veramente. Io, per alcuni anni, ho sperimentato questo: mi sentivo enormemente impoverito, nell’animo. Anche grazie alla mia sorella maggiore (che mi ha detto una cosa importante, e mi ha regalato l’iscrizione a un corso di scrittura)ho tentato di risalire la china. Nel risalire la china della povertà interiore, tuttavia, sono scivolato lungo quella della povertà economica. Mi arricchivo dentro e mi impoverivo fuori. A un certo punto si è rotto qualcosa. Non tutto in una volta. Piuttosto, come diceva mia mamma quando papà era ammalato e poco per volta “perdeva un pezzetto”, cioè peggiorava, risicando quel che restava della speranza, piuttosto, dicevo è andato strappandosi, come una bandiera, uno strappo, poi un altro strappo, fino alla fine, all’ultimo, e quella bandiera, lacerata, volava via, nell’aria, nel cielo grigio. Chi mi conosce da tanto, penso certe volte, se ne sarà accorto. Mi vede stare bene, ma al tempo stesso, è come mi fossi rincoglionito… grazie per essere passata!

      • Un amico scrittore ha pubblicato due romanzi passati completamente inosservati, poi il terzo, un libricino, un racconto lungo che è stato notato da pochi e segnalato da alcuni per supposti meriti formali. La costruzione di una lingua personale e inedita, le commistioni stilistiche, derivazioni storiche resistenziali, roba così. Questo amico scrittore ci è rimasto molto male perché lui pensava di aver scritto e ideato una piccola buona storia, una questione di fatti raccontare, che era poi il modo come da sempre si è visto, cioè un narratore, al limite affabulatore pure. Magari si sbagliava ma da allora non ha più potuto scrivere una riga, epperò si è sposato. Adesso pensa di essersi liberato di un fardello, l’idea di liberarsene lo ossessiona più del fardello stesso, e con circospezione a volte pensa di poter tornare a scrivere, in maniera sorvegliata, silenziosamente. È probabilmente che abbia poca attinenza con il tuo racconto e il tuo commento, ma a questa idea della detalentizzazione io ci credo. Penso che possa accadere di dimenticare strappo per strappo e stare apparentemente bene ma rincoglionito. Come nell’invasione degli ultracorpi, che era un modo per dire che il desiderio di essere come tutti è seducente ma aberrante ma seducente e senza talenti (lì il talento era l’amore, forse anche nella scrittura è l’amore?) Scopro molto tardi questo blog e la tua scrittura, che accolgo come una rivelazione.

  4. Gioia said

    Mah, questa cosa del rincoglionimento non mi è nuova. Ogni tanto te ne esci col fatto che un tempo sapevi scrivere testi che ora non saresti più capace di scrivere. Oppure che sapevi cose che adesso non sai più. A me pare un po’ improbabile che qualcuno disimpari a scrivere. Magari potrà continuare a rifare le stesse cose, a citare se stesso. Magari potrà dimenticare nozioni, non averne aggiunte molte altre al bagaglio culturale precedente. Ma non può fare tabula rasa, a meno che non venga colpito da amnesia.
    Io credo invece che questo sia un ottimo modo per schermarsi. Per mettere le mani avanti, nel caso quello che scriverai in futuro non sarà altrettanto buono rispetto a quello passato, nel caso quello che dirai, non ti sembrarà alterttanto brillante.
    Tu basi buona parte dei tuoi ricordi su diari che hai tenuto in passato. Sai meglio di me che quando uno tiene un diario, inventa. Quando trasformi un fatto in racconto, orale o scritto che sia, inventi. Più o meno. Ma a maggior ragione un diario, scritto sull’emozione del momento, sulla concitazione dei giorni, non può essere del tutto affidabile. E sai anche meglio di me quanta mitologia ci sia in quei diari.
    Ora tu hai un ricordo di quegli anni filtrato e travisato da diari che generano mito e in bene o male trasformano un’epoca in enorme bellezza o enorme bruttezza. Chi ti dice non ci fosse anche tanta vita ordinaria lì dentro? E per ordinario intendo anche scrittura media, pensiero medio. Capita a tutti nel corso degli anni. Sta a te scegliere se scuoterti o meno. E non tirar fuori la storia della disaffezione. Se fossi veramente disaffezionato, non ci staresti male, poi. Saresti semplicemente indifferente. E soprattutto se davvero pensassi quello che dici saresti coerente e smetteresti di scrivere. Perchè fare tanta fatica se poi il risultato, secondo te, non sarà mai all’altezza perchè tanto ti sei rincoglionito? Ognuno si crea un proprio immaginario. L’importante è prenderlo per quello che è: immaginario. E crederci fino a un certo punto. Io capisco tutte le difficoltà del caso, i momenti di sconforto, le giornate buttate, le ore perse. La crisi. Le crisi. Non sei il primo, non se l’unico, non sarai l’ultimo. Ma invece di crogiolarti in questo pensiero di ormai definitiva mediocrità, invece di spendere tempo e fiato su questo, perchè non provi a fare una ricognizione su quello che hai fatto, stai facendo e hai tra le mani, fare ordine e ripartire da lì?
    Vedi, io credo che il problema non sia il rincoglionimento, da cui, ti assicuro, non sei affetto, ma la paura.

  5. donata said

    forse più che paura si tratta di “ansia da prestazione”.
    la vita mi ha portato a conoscere molto persone: pochi amici, ma molti incontri.l’elemento unificatore di coloro che fanno il punto della situazione solo sul passato è il girare attorno alle cose: il cerchio a volte è più ampio, a volte si restringe, ma è sempre un cerchio.
    il passato, quando vincola l’individuo a stare sempre immobile nelle medesime posizioni, senza essere spinta propulsiva verso nuove sperimentazioni, ne castra la creatività e soprattutto l’umanità.
    la rottura di schemi collaudati (=passato), quali lo scrivere di sè basandosi su un diario, forse è la cosa da fare.
    scrivere non per sè o di sè, ma per gli altri, anche se volgo, per coloro che leggeranno, scrivere come atto di generosità = uno sguardo al mondo e all’umanità, per dare voce a coloro che di sè non potrebbero non solo mai scrivere, ma nemmeno essere mai consapevoli.
    o più semplimente scrivere ciò che piacerebbe agli altri leggere (è non sempre questo è il nostro privato)
    buone parole…
    donata.

  6. mbrt0 said

    A Verderivista: grazie dal profondo del cuore. Il commento è meraviglioso e la detaletizzazione ecco.. volevo dire è acuto.. e insieme.. senso di condivisione.. campo di suono comune.. cicale., Non so ben dire.. Ma grazie di cuore. E bravi (sia detto senza pelo)

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