gioia su: cosa voglio di più

24 maggio 2010

Cosa voglio di piùdi Silvio Soldini con Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Teresa Saponangelo, Gisella Burinato, Monica Nappo, Tatiana Lepore, Gigio Alberti, Fabio Troiano

Emerge da un nero la prima sequenza di Cosa voglio di più. Un nero di qualche istante, irritante per un pubblico disabituato alla mancanza di immagini, così come all’afasia. Nel corso del film lo spettatore si dovrà abituare a questi spazi di assenza, bui e vuoti. Non è solo scomparsa di luce, è un interstizio nebuloso, confuso. Mutuando la lezione di Bergson e pensando il tempo come una sinusoide in cui i picchi sono i momenti significativi e le depressioni i periodi trascurabili, i secondi di nero, che separano gli incontri degli amanti, raccolgono la vita spuria, dimenticabile, in cui si è con la testa sempre altrove, indifferenti al mondo, poiché il loro mondo è un corpo, un odore, una voce.

Anna è una giovane impiegata in un ufficio assicurativo. Convive con Alessio, che la adora, e che lei ricambia con complicità e grande affetto. Alla festa per il pensionamento di una collega conosce Domenico, cameriere che si occupa del catering per conto di un elegante ristorante. Il brevissimo scambio di battute e una seconda occasione, fortuita, d’incontro, lavorano in entrambi come un tarlo. Già al primo appuntamento il desiderio si mostra nella sua prepotenza: dapprincipio saranno angoli di strade e androni di palazzi ad accoglierli, in seguito stanze di alberghi e motel a ore. La necessità fisica dell’altro investe e scompagina le loro esistenze e le relazioni pregresse. Il giogo degli impegni familiari – Domenico è sposato con Miriam e ha due figli – e il senso di colpa nei confronti della persona tradita, uniti all’incapacità di accettare il compromesso nel legame, porteranno i due protagonisti a lasciarsi e riprendersi fino a un finale semi-aperto che, ancora una volta, chiude su un nero.

La grande bellezza dell’ultima opera di Soldini sta nella cura dei dettagli che, letteralmente, fanno la storia. Personaggi che si muovono in una Milano di periferia, somigliante a Cortesforza, luogo tanto immaginario quanto reale, in cui Giorgio Falco ha magistralmente ambientato L’ubicazione del bene (Einaudi Stile libero, 2009). Eppure alla narcosi mortifera e dolorosamente muta del libro di Falco, Anna e Domenico reagiscono con l’unica pulsione vitale a loro disposizione. Possedere il corpo dell’altro ha un’urgenza pari al bere, al mangiare, al respirare. La passione che è amore ed è legame ed è un assoluto determina in totale autarchia, attraversando questo scorcio di vita di persone ordinarie, i loro ricordi. La definizione delle immagini, così nette e precise, che raccontano gli incontri degli amanti, si pone in secca opposizione agli istanti di nero che tengono in stallo lo schermo e la memoria dei protagonisti.

Superba la regia di Silvio Soldini, che con pudore e sensibilità segue il percorso di un uomo e una donna comuni, stando addosso ai loro corpi, al viso magnifico della Rohrwacher che si strucca davanti allo specchio, lasciando affiorare gli occhi stanchi e segnati, ai suoi sorrisi imbarazzati, ai gesti esitanti. Lontano da un erotismo pruriginoso e patinato, il regista mette in scena gli amplessi, catturando, così come farebbe Nan Goldin, la trasformazione della loro consuetudine, dall’iniziale impaccio fino alla possibilità di concedersi il sonno, dopo l’amore.

Alla magistrale fotografia di Ramiro Civita, si accompagna l’ottima prova attoriale: da Giuseppe Battiston, eccellente come al solito, a Pierfrancesco Favino, perfetto per intensità e intelligenza nel calibrare gli eccessi, lasciando spazio, con generosa umiltà, ad Alba Rohrwacher, indimenticabile e commuovente nella sua, forse, miglior interpretazione.

Tra le pellicole più interessanti della stagione, Cosa voglio di più riflette sulle difficoltà economiche in periodo di crisi, sulla dignità con la quale fronteggiare la carenza di mezzi e soprattutto sceglie con coraggio di non perseguire il modello imperante, edulcorato e conciliatorio, che vorrebbe, nelle storie d’amore, altri sembianti e altre narrazioni.

Film assolutamente da non perdere.

Gioia

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6 Risposte to “gioia su: cosa voglio di più”

  1. marta turato said

    ciao Gioia,
    devo proprio vederlo questo film. Peccato sia rimasto pochissimo nelle sale.
    Vi abbraccio.

  2. Gioia said

    Ciao Marta,
    che piacere trovarti qui! Sì, secondo me è davvero un buon film, tra i migliori degli ultimi mesi. Scarno, essenziale, privo di qualsiasi romanticismo svenevole. Purtroppo è rimasto poco nelle sale poichè non è conciliante, è molto secco e per niente indulgente, inoltre tende a essere piuttosto “realistico” per ambienti e situazioni. I luoghi angusti in cui vivono – sono precari e, per una volta, non li vediamo abitare in attici del centro storico (pensa a buona parte dei film di Ozpetek) – li pongono in una situazione di claustrofobia che lo spettatore percepisce, giustamente, come esistenziale. La necessità fisica dell’altra persona, poi, che fa stare letteralmente male (ti fa male il corpo come quando hai fame, è un male fisico), apre un vero e proprio sbrego nella coscienza delle persone ed è un baratro dove nessuno vuol mettere gli occhi, vedere e accettarlo per quello che è realmente.
    Ti abbraccio forte
    gioia

  3. cletus said

    mi ha lasciato cosi…purtroppo. Non mi ha convinto. Succede. Bella comunque la tua lettura del film.

  4. Gioia said

    Ciao Cletus,
    grazie di esser passato da queste parti! A me avevano convinto meno gli ultimi film di Soldini – benchè ci fossero comunque cose buone – mentre “Cosa voglio di più” aveva continuato a lavorare su di me anche nei giorni seguenti la visione. Come dire, si è insinuato. Dunque in me, la convinzione è venuta col tempo. Tu dove l’hai trovato debole? O comunque perchè ti ha lasciato dubbioso?

  5. cletus said

    L’ho visto male. Intendo nelle peggiori condizioni possibili: ultimo spettacolo, aria tesa con la compagna. Non mi ha lasciato dentro niente, che pure di Favino (e di Soldini) ho visto altro.
    La storia non mi sembra mai prendere il volo. E’ una cronaca. Sarà anche questa la cifra voluta dal regista, limitarne la portata sociologica. Ai confini del documentario, con qualche rara perla: l’occhiata della moglie di Favino che all’ennesimo squillo sospetto del telefonino, lo guarda senza dire niente, ma avendo capito, d’un colpo, tutto.
    Non lo so.
    Forse è da rivedere, appena esce al videonoleggio.
    Tutto qui.

  6. Gioia said

    Certo le condizioni in cui si vede un film non sono secondarie. Mi è capitato di leggere addirittura recensioni allo stesso film per mano dello stesso critico quasi in opposizione tra loro: al festival un giudizio (dettato anche da stress, stanchezza arretrata, molti film al giorno), all’uscita in sala (proiezioni più rilassate, più tempo per scrivere, ecc.) un altro.
    Sono d’accordo con te sulla portata documentaristica del film che, come cifra, può piacere o meno. Di certo è una scelta che tende a raffreddare, a levare enfasi, a scarnificare.

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