L’elemento perfetto, in cui l’interiorità
è altrettanto esteriore quanto l’esteriorità
è interna, è il linguaggio
F. Hegel

Unheimlich è una parola di ambigua trasposizione e difficile da definire. Usata da Freud, che così intitola anche un suo saggio (Das Unheimliche), e da Heidegger con sfumature diverse, viene comunemente tradotta con perturbante (scelta linguistica che si deve a Cesare Musatti), un termine che ne individua la componente inquietante, di spaesamento. Nell’ambito dello Heim – patria, casa, familiarità – si insinua un elemento estraneo, minaccioso, mettendo in scacco il carattere rassicurante che solitamente gli appartiene.

Spaesamento di Giorgio Vasta è un’applicazione lucidissima del concetto di unheimlich alla ricognizione del mutamento di una città e di un intero paese. Decidendo di trascorrere gli ultimi tre giorni di ferie a Palermo, città natale in cui è vissuto fino ai venticinque anni, Vasta utilizza la tecnica del carotaggio per analizzare la realtà, vivendo continue epifanie ordinate e comprese solo nelle pagine finali, quando, con i personaggi incontrati nella sua missione, intrattiene una sorta di dialogo platonico.

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cuscino d’infanzia

25 giugno 2010

La prima che io ricordi era una compagna del pattinaggio a rotelle, sport praticato dai sei ai dodici anni, sostituito dal calcio e dalla ginnastica correttiva. Considerando le immagini che usavo per darmi piacere, il tipo di corpo che normalmente accendeva la voglia, mi meraviglio. Il mio gusto, evidentemente, era già formato.

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Te la faccio vedere io una cosa, dice Brian. Poldo ci ha appena mostrato un video che illustra alcuni progetti delle majors informatiche legati all’estensione della tecnologia touch a tipologie di superficie tendenzialmente illimitate. Dopo un breve, sconsolato scambio con il collega, che non ne condivide le opinioni e un po’ lo snobba, si allontana. Brian toglie le dita dagli occhi, smette di dissentire, digita l’indirizzo di un sito, fa scorrere la barra, e seleziona un video. Pronto?, mi fa, roteando sulla poltroncina girevole. Alzo le spalle. Sorride, rotea di nuovo la seggiola verde, e lo lancia.

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danse

9 giugno 2010

(Avrei voluto scrivere un post su alcuni spettacoli visti di recente a Venezia nell’ambito di Biennale Danza, ma mi è venuta fuori questa cosa qui. Adesso il tempo è finito, la posto com’è. Le coreografie, però, specialmente quelle firmate da Jiří Kylián – una delle sue più celebri figure è riprodotta nella foto a fianco, da La petite mort – portate in scena dal Gran Balletto del Quebeq erano davvero magnifiche. E fra queste, personalmente, da lacrime agli occhi, Six dances, sulle note delle Sei danze tedesche di Mozart).

Prima di conoscere Gioia, di danza e balletto non possedevo che misere, lontane e forse anche un po’ malinconiche nozioni. Certo alla mamma la Fracci piaceva da matti e il papà quando, in prima o seconda serata, la tele dava il balletto, rinunciava alla poltrona in pelle marrone per prendere posto sul divano, frontale rispetto allo schermo, dove di solito si accomodava lei. Se la godevano, una vicina all’altro – si vedeva; tanto che in via del tutto straordinaria gli concedeva di appoggiare i piedi fra le suppellettili del lungo, basso tavolino di vetro, cosa che lui si permetteva soltanto a tarda ora, furtivamente, quando la mamma si era ormai ritirata. Sconcertato da mio papà – la stessa persona che alle quattro del mattino gridava gooool con la nazionale: mai possibile? – ero trucemente refrattario a quei salti, quegli svolazzi e quelle svenevoli piroette; sicché mentre la mia sorella maggiore, che un po’ di danza ne aveva fatta, si sistemava tutta trionfante di fianco a loro, tentavo di corrompere la sorella più piccola affinché mi seguisse in camera per giocare, con le racchette da mare, a rock star, giurando e spergiurando che i due ruoli più ambiti, quello cioè del cantante e quello del chitarrista solista, sarebbero stati suoi senza interruzioni, per tutto il tempo e per tutte le canzoni in repertorio.

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invece

4 giugno 2010

Se non esistesse il calciatore Borriello, per il quale Roberto Saviano tralascia sistematicamente le cose buone che albergano nelle terre natali di entrambi, insistendo esclusivamente su singoli aspetti per meglio lucrarvi; se non esistesse il sassofonista Sepe, che rinfaccia a Saviano di farsi pubblicare da Berlusconi (del quale evito di ricordare le recenti idiozie, in materia) e di usufruire della protezione dei vertici di quel Sistema che partorisce e alimenta proprio ciò che lo scrittore afferma di combattere; se non esistesse il mio coinquilino, eroico aspirante narratore di mafia, fuggito da Taranto perché da Ancona in giù, soli contro tutti, non c’è via di scampo salvo far comodo a qualche cosca, in qualità di arma, contro cosche nemiche (questa la sua ultima accusa a Saviano); se nella realtà minuta, straperiferica e alcolizzata dei miei pomeriggi di qualche anno fa non fossi incappato nell’ex militante dell’estrema sinistra patavina, oggi sessantenne, da cui per primo, in stretto dialetto veneto, ebbi a sentire che Saviano è uno che sputa nel piatto in cui mangia; se non esistesse il mio poco più che ventenne collega, pieno di tic, malato di gastrite, solo come un cane e fottuto nel cervello (battute a bruciapelo, guradandoti negli occhi, tipo: “eiaculo molto”) per cui Saviano è un piazzista particolarmente rompicoglioni, che vende, come tutti, la sua mercanzia, e chiude una conversazione per altro manifestamente impossibile, ridendomi in faccia: ma allora davvero Lippi lo lascia (Borriello, naturalmente) a casa? Insomma se non avessi modo, nella mia quotidianità, d’attingere continuamente a una compiuta, capillare antropologica putrefazione, le affermazioni  del preside della facoltà di scienze della formazione dell’università di Genova Alessandro Dal Lago, le prenderei per quello che sono, cioè applicazioni di teoria e critica del funzionamento dei mezzi di comunicazione di massa al caso specifico della icona mediatica Roberto Saviano; generose, persino esemplari, quanto generoso ed esemplare era Gomorra all’epoca della sua pubblicazione; ma anche un po’ come dire?, già sentite, non nuove, insomma patrimonio comune e acquisito – quanto, del resto, già sentito, non nuovo e acquisito appariva il contenuto informativo, in materia di camorra, del libro di Saviano. E invece no.