invece

4 giugno 2010

Se non esistesse il calciatore Borriello, per il quale Roberto Saviano tralascia sistematicamente le cose buone che albergano nelle terre natali di entrambi, insistendo esclusivamente su singoli aspetti per meglio lucrarvi; se non esistesse il sassofonista Sepe, che rinfaccia a Saviano di farsi pubblicare da Berlusconi (del quale evito di ricordare le recenti idiozie, in materia) e di usufruire della protezione dei vertici di quel Sistema che partorisce e alimenta proprio ciò che lo scrittore afferma di combattere; se non esistesse il mio coinquilino, eroico aspirante narratore di mafia, fuggito da Taranto perché da Ancona in giù, soli contro tutti, non c’è via di scampo salvo far comodo a qualche cosca, in qualità di arma, contro cosche nemiche (questa la sua ultima accusa a Saviano); se nella realtà minuta, straperiferica e alcolizzata dei miei pomeriggi di qualche anno fa non fossi incappato nell’ex militante dell’estrema sinistra patavina, oggi sessantenne, da cui per primo, in stretto dialetto veneto, ebbi a sentire che Saviano è uno che sputa nel piatto in cui mangia; se non esistesse il mio poco più che ventenne collega, pieno di tic, malato di gastrite, solo come un cane e fottuto nel cervello (battute a bruciapelo, guradandoti negli occhi, tipo: “eiaculo molto”) per cui Saviano è un piazzista particolarmente rompicoglioni, che vende, come tutti, la sua mercanzia, e chiude una conversazione per altro manifestamente impossibile, ridendomi in faccia: ma allora davvero Lippi lo lascia (Borriello, naturalmente) a casa? Insomma se non avessi modo, nella mia quotidianità, d’attingere continuamente a una compiuta, capillare antropologica putrefazione, le affermazioni  del preside della facoltà di scienze della formazione dell’università di Genova Alessandro Dal Lago, le prenderei per quello che sono, cioè applicazioni di teoria e critica del funzionamento dei mezzi di comunicazione di massa al caso specifico della icona mediatica Roberto Saviano; generose, persino esemplari, quanto generoso ed esemplare era Gomorra all’epoca della sua pubblicazione; ma anche un po’ come dire?, già sentite, non nuove, insomma patrimonio comune e acquisito – quanto, del resto, già sentito, non nuovo e acquisito appariva il contenuto informativo, in materia di camorra, del libro di Saviano. E invece no.

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6 Risposte to “invece”

  1. Oppure anche sì.
    O forse.

  2. Sabrina Di Napoli said

    Ciao Umba, mi viene lo stesso commento di Federica. Spiegati, insisti.

    Oppure anche si o forse?

  3. mbrt0 said

    Cara Sabrina, grazie di essere passata e scusa il ritardo con cui ti rispondo; facendo un lavoro non di scrivania, non ho modo, salvo quando sono a casa, di avere il pc sempre a portata di mano; e quando ce l’ho, avendo intenzione di scrivere, cerco di tenere a bada la rete, perché se comincio poi faccio fatica a smettere. In verità però il fatto è che non saprei – ma farei meglio a dire, ormai: non avrei saputo – davvero come insistere. Mi sembrava di aver detto quel che potevo avendo le informazioni che avevo, dopo la lettura di pochi articoli di giornale, senza aver letto il libro di Alessandro Dal Lago “Eroi di carta”, e con la testa piena di opinioni e atteggiamenti sentite e visti nella vita quotidiana. Quanto al seguito, avrai letto le domande di Antonio Moresco, su Il primo amore, riportate da Giulio Mozzi su Vibrisse. Ecco, sarei andato a parare da quelle parti, usando probabilmente più la pancia che la testa, e non mi andava. Meglio fermarsi. Già c’è un clima velenoso, di ciarla, ho pensato. Un modo di proporre le informazioni. E anche un modo di porre le questioni – Giulio, in Vibrisse, ha ragione di sottoporre a verifica il modo in cui Antonio Moresco pone le questioni – che mi paiono reciproci e francamente non incoraggiabili. Non sarei stato in grado, per esempio, di affermare o smentire l’esistenza di tentativo da parte di alcuni autori e di alcuni giornalisti, facenti capo al Manifesto e a Liberazione (che hanno accolto “Eroi di carta” come, appunto, una “liberazione”), di delegittimare Saviano. Non sarei stato in grado di affermare che Dal Lago, mediante il suo pamphlet, intendesse delegittimare Saviano: non mi è chiaro, il concetto di “legittimazione/delegittimazione” in relazione a Saviano (un mandato a parlare in vece di altri – per esempio, la cosiddetta sinistra – sarei portato a intendere; ma temo di equivocare). Ma che il tentativo di demistificazione attraverso gli strumenti della critica letteraria, della sociologia e della scienza della comunicazione del libro Gomorra e del personaggio Saviano operato da Dal Lago possa fare strada o dare una mano a chi vorrebbe che la parola di Saviano e la sua figura pubblica fossero meno influenti (e con ciò, certamente, anche meno esposte a semplificazioni, errori, ricatti, strumentalizzazioni), mi pare abbastanza evidente. Che quello di Dal Lago costituisca un legittimo tentativo di demistificazione – da quel po’ che ho letto intorno a Eroi di Carta – mi par si possa affermare tranquillamente. Con ciò che implica, anche. Ossia: che in Saviano, intorno a lui, in ciò che fa e che dice e che rappresenta sia presente – colpa o non colpa sua, qui mi sembra secondario – una impostura. Allora, di che tipo d’impostura si tratta? E’ dannosa? Si tratta di un male? E’ necessario? Ha una dimensione politica (l’impoliticità è una delle più frequenti critiche, mi pare, a molte fra le affermazioni dello scrittore napoletano)? Si tratta della stessa impostura di cui parlano il sassofonista Sepe (il quale, fra l’altro, informa di esser figlio di partigiani e quindi uno che non può ascoltare chi lodi Almirante) e, per altro verso, il calciatore Borriello (che definisce l’assassinio camorristico del padre, legato a prestiti di denaro, occorsogli a undici anni, un incidente)? Oppure, dato il clima, tutte queste diverse opinioni, difformi atteggiamenti, dissimili sparate, non sovrapponibili critiche, si mescolano in un bolo, a un unico indistinto livello? Come icona, credo, Saviano si muove (e lotta) su questo livello. Un livello popolato da imposture. Che sono cantanti, calciatori, attori, politici, capi della protezione civile etc. E su questo livello spero-credo possa sferrare colpi non soltanto all’impostura-icona chiamata camorra (anche cioè come immaginario e “fascinazione”), ma altresì a ulteriori icone, diversamente pericolose e altrettanto bisognose di demistificazione.

  4. Temo (temo, però; non ho la certezza) che non solo la camorra non sia un’impostura-icona, ma anche che Saviano non possa sferrare alcun colpo che non sia iconico-scenografico, buono a farci sentire comparse che nel film impersonano il gruppo di chi sta dalla parte giusta.

    E sono un po’ più certa, invece, che facendo parlare/comparire in delega chi non ha (né ha mai preteso di avere/promuovere/incarnare) un progetto politico noi ci facciamo piuttosto male.

    • mbrt0 said

      Ciao Federica, grazie per esser passata. Forse in effetti per la camorra l’utilizzazione di un termine come icona può risultare fuorviante. Una delle cose che Gomorra fa ben sentire, tuttavia (forse è il suo pregio maggiore, nella misura in cui – qui cito un Giulio molto sciolto, al bar, bevendo birra – l’autore ne è qualche modo “erotizzato”, cosa che per altro Garrone coglie splendidamente nel suo film) è il tipo di “appeal” che irradia, o irradiava, fino a poco più di cinque minuti fa. Mi riferisco, per esempio, al caso del boss Cosimino di Lauro, alla faccenda della sua immagine riprodotta sui cellulari etc, al tipo di mitologia (e way-of-life) che ne alimentava “l’immagine”. So quanto ti stia a cuore il problema del nostro, italiano, desiderare tutti di non far che da tappezzeria, rimanercene spalmati sui fondali senza intervenire, senza partecipare – hai scritto pezzi molto belli, secondo me, sulla tenacissima riluttanza all’assunzione di qualsivoglia responsabilità in prima persona. Era una cosa di cui chiedevi conto proprio a Saviano, in quanto appunto delegato simbolico-iconoco di un’azione, una partecipazione, che simboliche non dovrebbero essere affatto, e che latitano su tutto il territorio nazionale non solo in Campania e non soltanto in relazione alla camorra, ma per esempio quassù da noi, per fare un esempio, contro le derive razziste, nazistoidi etc., alle quali assistiamo (a Padova, ieri l’altro: due ragazzi a braccetto, fermati e picchiati per strada, apostrofati oltre che come froci anche come comunisti, per “ovvia”, naturale transitività). E avevi perfettamente, logicamente ragione di farlo. Diciamo così che io ho certe volte l’impressione che si rischi di buttar via l’acqua con il bambino. Mi rendo perfettamente conto di quanto avvelenata sia l’acqua. Del fatto che, tanto per cominciare, il bambino possa morirvi dentro. Ma ho anche l’impressione che una vulgata come quella per esempio di Sepe che qui ti linko (stupendo, a mio giudizio; non ironicamente parlando, non per il contenuto “vetero”, ma per la fedeltà, la sincerità dolente con cui raccoglie letteralmente “da terra”, oralmente, una visione del mondo che ho sentito migliaia di volte a cui per lo meno da ragazzo ho dato grande credito e che, almeno in parte, continua a crearmi problemi – il cui contenuto, nel suo abrupto semplicismo, non è, cioè, per me, del tutto morto), contribuisca ad avvelenarla. E sogni d’oro a tutti, ovviamente; ché se Sepe afferma di avercela più con il savianesimo – o come li chiami tu, i “savianidi” – che con Saviano, un testo come questo sembra proprio un manifesto “sepeianide”, o la predica accalorata del profeta ai dispersi, disorientati sepeianidi. C’è poi ovviamente un problema enorme, qui in mezzo, davvero totale!, che investe forma e sostanza del mondo in cui siamo e si chiama: società dello spettacolo. Se essa sia da considerarsi acquisita. Se si debba fare una lotta senza quartiere. Se vada abbattuta in tutto o in parte. Se si debba combattere-distruggere-ostacolare dal di fuori o dal di dentro. Etc.

  5. Grazie della risposta, Umberto.
    In una prospettiva assolutamente e consapevolmente riduzionista, mi basterebbe che ci si limitasse a dire e a scrivere il minor numero possibile di cazzate.
    Ciao, baci a tutti e due

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