danse

9 giugno 2010

(Avrei voluto scrivere un post su alcuni spettacoli visti di recente a Venezia nell’ambito di Biennale Danza, ma mi è venuta fuori questa cosa qui. Adesso il tempo è finito, la posto com’è. Le coreografie, però, specialmente quelle firmate da Jiří Kylián – una delle sue più celebri figure è riprodotta nella foto a fianco, da La petite mort – portate in scena dal Gran Balletto del Quebeq erano davvero magnifiche. E fra queste, personalmente, da lacrime agli occhi, Six dances, sulle note delle Sei danze tedesche di Mozart).

Prima di conoscere Gioia, di danza e balletto non possedevo che misere, lontane e forse anche un po’ malinconiche nozioni. Certo alla mamma la Fracci piaceva da matti e il papà quando, in prima o seconda serata, la tele dava il balletto, rinunciava alla poltrona in pelle marrone per prendere posto sul divano, frontale rispetto allo schermo, dove di solito si accomodava lei. Se la godevano, una vicina all’altro – si vedeva; tanto che in via del tutto straordinaria gli concedeva di appoggiare i piedi fra le suppellettili del lungo, basso tavolino di vetro, cosa che lui si permetteva soltanto a tarda ora, furtivamente, quando la mamma si era ormai ritirata. Sconcertato da mio papà – la stessa persona che alle quattro del mattino gridava gooool con la nazionale: mai possibile? – ero trucemente refrattario a quei salti, quegli svolazzi e quelle svenevoli piroette; sicché mentre la mia sorella maggiore, che un po’ di danza ne aveva fatta, si sistemava tutta trionfante di fianco a loro, tentavo di corrompere la sorella più piccola affinché mi seguisse in camera per giocare, con le racchette da mare, a rock star, giurando e spergiurando che i due ruoli più ambiti, quello cioè del cantante e quello del chitarrista solista, sarebbero stati suoi senza interruzioni, per tutto il tempo e per tutte le canzoni in repertorio.

Che la danza per Gioia costituisse un investimento l’avevo capito presto, parlandoci insieme. Tuttavia come per molte, forse troppe, altre questioni, una sana, solida e contundente consapevolezza mi franò addosso allorché, trascorrendoci sempre più tempo, alle parole cominciarono a corrispondere fatti, e la ragguardevole componente cazzeggiante di me, naturalmente disimpegnata e quindi riluttante all’imprimere a quell’amicizia una svolta, dovette fare i conti con l’improvviso terrore di perdere ciò che non si era data pena di conquistare. Fu come passare dalla teoria alla prassi, dal turismo alla sopravvivenza, dall’analisi di una carta geografica all’attraversamento di un territorio nel periodo peggiore dell’anno. D’un tratto la ragazza con cui ultimamente ero uscito, avevo chiacchierato, amoreggiato, bisticciato, con cui avevo speso la parte senz’ombra di dubbio migliore del mio tempo, d’un tratto, quella ragazza di cui conoscevo perfettamente l’età, e il lavoro, e i titoli di studio, e la provenienza, e gli amori pregressi e via discorrendo, d’un tratto, dicevo, costei aveva tredici anni meno di me, era più colta di me, faceva un lavoro molto più bello impegnativo e remunerativo del mio, disponeva di corteggiatori italiani e stranieri e giovani e meno giovani e decisamente vecchi (tutti facoltosi), perseguiva scopi nella vita e sogni a portata di mano e reali possibilità di realizzazione personale, godeva di stima universale, possedeva ricordi brutti e belli che si materializzavano minacciosamente,  scriveva sms lunghissimi e divertenti a ogni ora del giorno e della notte e a molte persone. Mai a disagio, apparteneva a un posto differente da Padova donde veniva e dove andava a rigenerarsi; di sinistra, selettiva, igienista era straordinariamente in forma, ma si commuoveva a più non posso. Era incazzata con l’universo, ma rideva a crepapelle… e poi il mito della Francia, la passione per il cinema, un guardaroba pazzesco (e una mamma con un fotonico bernoccolo per la sartoria). Insomma era bella!, giovane!, elegante!, colta!, disinibita! Adesso, me ne rendevo conto? Non era così mica solo per me – che oltre al modesto cazzo malfunzionante, non avevo nemmeno la macchina! Come avevo potuto credere facesse al caso mio? Come avevo potuto lasciarmi trascinare in una simile catastrofe? E pensare che mi aveva messo al corrente. Stava tutto sotto i miei occhi, nelle mie orecchie. Bastava guardare, ascoltare. Come avevo potuto sperare di sfangarla?

Con non so quale occhio, tuttavia, molto di ciò che nel pieno di quel tardivo delirio omologico avrei faticosamente ricondotto a quanto già teoricamente sapevo, l’avevo colto di prima mano, per mio conto. C’erano lunghi momenti, per esempio, nel corso dei quali Gioia cessava di fare conversazione, producendosi in un soliloquio assorto, vigoroso e del tutto peculiare; differente dall’appassionata restituzione di opinioni o ragionamenti – magari già compiuti ma mai argomentati in presenza di un interlocutore; in attesa, per così dire, della persona giusta, per essere espressi – oppure dall’abbandono all’ondivagante associazione di aneddoti che per i più svariati motivi ci sono rimasti impressi. Semplicemente, decollava dal luogo in cui ero io in quel momento, svolazzandosene altrove, in un posto, se lo si può chiamare così, il più lontano possibile da tutti i luoghi normali, materiali, della terra. E il bello era che me ne rendevo conto non tanto da ciò che diceva, dal fatto che fosse molto concentrata, che esitasse nella scelta di un vocabolo, o che i suoi occhi mobili, brillanti, guardassero con la medesima fissità i differenti dettagli sui quali si posavano, ma dal modo in cui camminava; il passo si faceva infatti leggero, quasi le punte, simili a nasi di gatto, fiutassero lo spazio sondandone umori e consistenza, attratte da orme, sentieri o gradini invisibili a qualche centimetro dal suolo; con dinamica inversa, tuttavia, a quella attraverso la quale il passo scarica il peso, come il piede che avanza non fosse d’appoggio, ma di stacco. Sta pensando, mi dicevo. Sembra danzare. E d’istinto, affinché non si mettesse a camminare per aria, la prendevo a braccetto.

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4 Risposte to “danse”

  1. renerzogher said

    Che bello!!
    Questa modalità tra le varie della tua scrittura è quella che mi piace di più.

  2. renerzogher said

    hahaha, non direi proprio… comunque… casomai ti facesse piacere te lo lascio credere!

  3. marta tur said

    Che bbello. Appena si comincia a leggere le robe tue si entra in una porticina incantata, si scivola in un corridoio e ti ritrovi in un altro mondo.
    Mi fai sentire Coraline.

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