E’ per quel che hai detto

19 giugno 2010

Te la faccio vedere io una cosa, dice Brian. Poldo ci ha appena mostrato un video che illustra alcuni progetti delle majors informatiche legati all’estensione della tecnologia touch a tipologie di superficie tendenzialmente illimitate. Dopo un breve, sconsolato scambio con il collega, che non ne condivide le opinioni e un po’ lo snobba, si allontana. Brian toglie le dita dagli occhi, smette di dissentire, digita l’indirizzo di un sito, fa scorrere la barra, e seleziona un video. Pronto?, mi fa, roteando sulla poltroncina girevole. Alzo le spalle. Sorride, rotea di nuovo la seggiola verde, e lo lancia.

Nel video c’è un uomo con in mano un bicchiere. L’uomo è nudo. Non si vede la testa. Il corpo è molle, larvale, non grasso. I peli sul ventre sono lisci, sottili, a rigagnoli umidi parzialmente bianchi (un’idea di capelli lunghi, calvizie, doccia appena fatta). Il carnicino della pelle è molto chiaro, tumefatto fra le pieghe. Fatto qualche passo, visibile fin poco sopra l’ombelico, l’uomo appoggia sul pavimento il bicchiere. Si volta in direzione della telecamera. Rimane fermo due o tre secondi a gambe divaricate. Quindi flette le ginocchia rivolgendo le punte dei piedi, fragili e piatti, verso l’esterno. A parte il naturale fruscio dell’audio amatoriale, nessun suono. Tranne quello, attaccaticcio, semisubacqueo, dei talloni che cercano assetto. Il bicchiere è a base rotonda e parete perfettamente perpendicolare. Trovata la posizione, l’uomo vi si siede sull’orlo. Il cazzo, adagiato allo scroto, ricorda un tubero non mondato da terriccio e radicole. L’uomo divarica ulteriormente le cosce. Vi appoggia gli avambracci. Stringe le mani a pugno. Smette di basculare e lascia che il peso faccia il suo lavoro. Penso stia per defecarci dentro, ma non è così. Gli glutei infatti si fanno appuntiti, la pelle si tende, la carne si sgonfia e rigonfia altrove, molle, plastica, spugnosa, senza aperture. Penso a un palloncino. Ai pupazzi dei giocolieri, con i palloncini. La luce è sfalsata, globulare, sovraesposta. Comunica isolamento. Il pavimento, biancastro, è un reticolo di mattonelle quadrate. C’è un tavolo. Se ne scorgono due gambe, la diagonale d’ombra del piano. Le gambe del tavolo sono dritte, disadorne e piuttosto alte. Dev’essere in cucina, penso. Quando torno a guardare in mezzo alle cosce vedo che il bicchiere, per tre quarti fuori, ha fatto rigurgitare alle fibre una sorta di interno luccicante, un’escrescenza elastica. Vedo che affonda nel ventre mediante microscopici strappi. Il cazzo, completamente insaccato nella sua guaina – rastremata, sulla punta, come una boccuccia di pesce – si solleva, inerte, insieme allo scroto, sul quale giace. Ogni collasso gli trasmette minuscole vibrazioni. Ogni vibrazione corrisponde a un millimetrico avvicinamento delle cuspidi rovesciate del culo alle mattonelle. Ancora un collasso, e il bicchiere è dentro per metà. L’uomo prende le ginocchia nei palmi delle mani. Il profilo dei piedi e delle dita, rachitizzate, irradia bianco. Sulla naturale spinta verso il basso del suo peso, l’uomo tenta di convogliare una duplice pressione laterale. Una torsione asimmetrica delle rotule e delle piante dei piedi, ed ecco uno strappo più serio, violento. Il cazzo vibra sullo scroto, che si gonfia. Il bicchiere prende a slittare. Uniformemente. Senza altre interruzioni. Fino alla base. L’uomo, impecettibilmente, sobbalza. Bravo!, dico. Aspetta!, sibila Brian, indicandomi la barretta rossa, sotto il videoclip. Guardo: venticinque per cento. Altri venti minuti, penso. Una mano si stacca, incerta, dal ginocchio. Contemporaneamente, il fruscio uniforme, simile al campo di una popolazione di cicale, è attraversato da un’onda. Quindi dallo scartocciarsi di un foglio. Dev’essere il suo respiro, penso, ma in un attimo il fruscio naturale dell’audio amatoriale torna in primo piano. L’uomo è di nuovo immobile. Ora, tuttavia, il busto è inclinato di sbieco. Una mano per terra. Le dita lunghe, a stella. Dalle natiche, ancora tirate sulle ossa, improvviso, un piccolo spruzzo. Debole, molto acquoso, molto chiaro, quasi arancio. L’ultimo sorso di una lattina. O una di quelle pisciate esauste, che si fanno dal dottore, per le analisi. Compare la testa. Intravvedo una barba. Scompare immediatamente. Ombre e bagliori – mercurio – lungo le cosce. La pisciata rettale finisce, e una gamba è ora semidistesa. Le mani sulle ginocchia, bianche. Uniformità del fruscio. Immobilità. Ma la base del bicchiere è staccata. Si vede dall’ombra. Le pareti sono dentro. Gli glutei si sono ristretti. Pausa. Tutto fermo. Poi una goccia nera. Una seconda goccia. Una terza. Una quarta. Un’altra goccia, un’altra ancora, più lunga, come un filo… Da questo momento assistiamo al lento, maldestro, disperato tentativo di estrazione delle schegge da parte dell’uomo. Il suono semisubacqueo di collisione e quello di foglio scartocciato e strappato aumentano di intensità. Di tanto in tanto, uno stridio, forse un gemito. Sotto il ventre dell’uomo si forma una pozzanghera nera, collosa, di sangue e scaglie. La testa appare. Scompare. Appare nuovamente. Il lavorio delle mani, tutte imbrattate, ricorda quello di un insetto spezzato e ripiegato, inconsapevolmente in lotta con la metà di sé che gli infligge il dolore. Mica finisce, dice Brian. Va avanti così. Non cresce nemmeno d’intensità. S’interrompe con l’uomo, in quella stessa posizione, alle prese con i cocci. L’uomo estrae i cocci e li abbandona nella pozza che, poco a poco, dilaga. Smetto quando Poldo torna davanti alla postazione. Cosa state guardando?, dice. Il video di un tizio che si è spaccato un bicchiere dentro al culo, faccio. E poi estrae i frantumi cercando di sbregarsi il meno possibile. No!, fa Poldo. Brian scoppia a ridere. Si piega sulla poltroncina e si schiaffeggia una coscia. Cosa c’è?, faccio, esasperato. Niente, niente!, fa lui, sganasciando. Perché?, dico, non è così? Si, si, dice Brian. Ma non è per quello. E per cosa allora? E’ per quel che hai detto!, dice. Lo guardo.  Mi guarda. Sembra dire: tranquillo, non ti sto prendendo in giro! Ha gli occhi lucidi. Ed è tutto rosso, emozionato.

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Una Risposta to “E’ per quel che hai detto”

  1. marta tur said

    terribile e bello. molta tensione.

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