cuscino d’infanzia

25 giugno 2010

La prima che io ricordi era una compagna del pattinaggio a rotelle, sport praticato dai sei ai dodici anni, sostituito dal calcio e dalla ginnastica correttiva. Considerando le immagini che usavo per darmi piacere, il tipo di corpo che normalmente accendeva la voglia, mi meraviglio. Il mio gusto, evidentemente, era già formato.

Nicoletta era piccola, grassottella e soda. Una velocista dal passo breve, falciante, potente, assai più adatto alla corsa su pista che su strada. Aveva grandi tette e un volto largo, da mezzadra, con gli occhi nocciola assai distanziati e il naso minuscolo, come un pollice. Tre o quattro anni soltanto più di me; a quell’età tuttavia già donna. Aveva il corpo di Martina, la mia prima ragazza, per morbidezza e rotondità. Ma con qualcosa di meno articolato.  Un tronco mediterraneo e una dolcezza opposta a quella del latte – Martina; di fico, piuttosto, e canna da zucchero. Era una ragazza molto educata. Molto ordinata. Gentile e distante. Portava i capelli tagliati cortissimi. Da maschio. Riccioli, sotto il caschetto di cuoio. Aveva due o tre corteggiatori fra i pattinatori della sua età. Ebbe anche una storia di una certa importanza con il muratore girovago, un ragazzo alto e muscoloso, che abitava vicino a casa mia. Era simpatico e scazzato, con i capelli lunghi e un incisivo vistosamente spezzato. Arrivava sempre secondo, ai campionati – fossero comunali, provinciali o regionali. Ai nazionali non so. Mi trattava bene, da ometto e capiva tutto. Mi dava consigli circa gli avversari e mi diceva: “bella eh la Nicoletta”. Annuivo, tutto in tumulto, svignandomela. La notte fingevo di schiacciare un pulsante sulla testiera del letto. Come Paperinik, con l’armadio. Immaginavo di scendere. Immaginavo cioè che il luogo in cui si trovava il mio letto, nella stanza da letto, stesse più in alto del luogo in cui mi calavo, aspettando il sonno. Scendevo con tutto il materasso – i bordi, l’impalcatura, la testiera, li immaginavo invece fermi al loro posto – nel vasto, desolato stanzone di un sanatorio di guerra. Quasi all’aperto. Simile a un hangar. Ogni tanto, di lontano, si sentivano i tuoni delle bombe, ma il fronte si era spostato in avanti e non si era tanto preoccupati per il nemico quanto piuttosto per il freddo, la pioggia, gli elementi. Si trattava di resistere. Era bello. Però c’era la guerra. Dunque era serio. E noi si era feriti e si stava nel sanatorio le cui stanze potevano assomigliare a degli hangar in mezzo alla pianura non coltivata – un pascolo infinito, una steppa d’arbusti e piccole erbe marroncine. La compagna del pattinaggio, Nicoletta, era con noi. Era l’infermiera. C’era solo lei. Io gli altri malati non li avevo mai visti, perché nel mio stanzone ci stavo da solo. Per questo Nicoletta veniva a riposarsi da me. E ogni tanto me ne parlava. Mi raccontava di uno senza una gamba. Di un altro con la febbre alta. Io invece stavo guarendo, diceva. Sorridendo, perché sapeva che non volevo. Il cielo era costantemente grigio. Negli stanzoni aperti l’aria e la pioggia entravano a  strappi, a raffiche oblique. Ci si copriva per bene, e si stava caldi nei giacigli intrecciando le gambe. Potrei scrivere un’autobiografia sulla falsariga. Tenendo cioè come traccia le numerose incarnazioni del mio cuscino. Il cuscino fra le braccia. Che all’inizio era lei e oggi è soltanto un cuscino.

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5 Risposte to “cuscino d’infanzia”

  1. marta tur said

    Sì, confermo. Meglio di Coraline.

  2. Gioia said

    Che immaginario strano (bello-serio). Mi ha fatto venire in mente “La jetée” di Chris Marker.
    Certo che però, nel tuo gusto già formato, non ci rientro per niente: una scelta in controtendenza…

    • mbrt0 said

      Cosa vuoi, ho dovuto passare i quaranta per staccarmi dal seno materno. A proposito. Sto leggendo delle cose sul concetto di fantasma in Freud. Non so se ci capisco qualcosa. Dovrò chiederti qualche consulenza, temo.

  3. Gioia said

    Ti sei salvato in corner…

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