Dopo due settimane di incasinamento vario e virulento, provo a riprendere (e in buona parte, inevitabilmente, a inventare) il rendiconto del colloquio tenutosi a Santa Giustina in Colle – vedi gli ultimi quattro post – quasi un mese fa, fra Giulio Mozzi che presentava Corpo morto corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa) e padre Giorgio Bonaccorso, autore di Il corpo di Dio. Vita e senso della vita (Cittadella).

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Mi alzo dal letto, prendo il taccuino, salgo in cucina. In frigo da bere non avanza niente, ma nel mobiletto bar c’è una bottiglia di limoncello ancora da aprire, un liquore alla liquirizia che col caldo sembra in procinto di passare allo stato solido, e dello sherry già aperto. Va per lo sherry. Ne verso tre dita in un bicchiere pieno di ghiaccio, esco in terrazza, mi siedo sulla seggiola, accendo il lume, apro il taccuino e, con la testa ancora sulla conferenza di Santa Giustina in Colle, leggo: risarcimento.

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Nè piccioni, nè fave

11 luglio 2010

Più tardi, nel letto, sono lì che ci rimugino ancora. Queste elusioni, mi dico. Probabilmente involontarie. Causate da consuetudini confessionali e da un “abitus” professionale difficili a smettersi così, di punto in bianco. Eppure, penso: solo questo? Non sarà che presso gli stessi teologi cattolici la desuetudine e l’improponibilità degli immaginari tradizionali – morte individuale, lieto evento della fine del mondo – costituiscano un dato di fatto pienamente acquisito? La mia impressione infatti è che una loro mobilitazione non fosse nella disponibilità di padre Bonaccorso e che la partecipazione a una conferenza, per quanto (o in quanto) tenuta in un piccolissimo centro e di fronte a un pubblico poco specializzato, non si prestasse alla propalazione di eccentricità e fantasticherie. Così a uno scrittore che fa esplicito riferimento ai più peculiari articoli di fede della religione cristiano-cattolica si accompagna un teologo, cauto ed educatamente ironico, che per una forma di rispetto del sapere in quanto bisogno umano di conoscenza il più possibile garantita, ne scansa il riferimento a casi come quello considerato da Corpo morto e corpo vivo. In cui tuttavia forme di conoscenza certificata (scienza) sembrano assai lungi dall’essere accessibili. E orientamenti morali a esse in qualche modo correlati, quanto mai incerti.

Tornato dal bar

9 luglio 2010

centrale di Santa Giustina in Colle, mi apposto di fianco al palchetto, dove l’accompagnatore di padre Bonaccorso sta fumando una sigaretta. Ne approfitto per fumare anch’io. Come sta andando?, domando. Bene, direi. Padre Bonaccorso ha fatto riferimenti alla sua disciplina specifica. Cioè? Le neuroscienze. Ah, faccio. Immaginario, immaginazioni e neuroscienze. Più o meno, dice. (Neuroscienze?, mi domando. Neuroscienze, mi rispondo). Ci conosciamo, sia pur superficialmente, sicché, mentre fumiamo, ci mettiamo a far due chiacchiere.

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ho pensato in Piazza dei Martiri a Santa Giustina in Colle, dove Giulio Mozzi discuteva il suo Corpo morto e corpo vivo: Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa) con Giorgio Bonaccorso, monaco benedettino e docente di liturgia nell’Istituto padovano di Santa Giustina (Cittadella). Perché l’ironia?, ho pensato, mentre padre Bonaccorso, autore di Il corpo di Dio. Vita e senso della vita, colto forse di sorpresa dalla drastica correlazione – proposta da GM – fra il totale oblio di qualsivoglia immaginario circa il lieto evento della Fine Del Mondo e la conclamata impraticabilità dell’immaginario tradizionale della morte (in prospettiva strettamente cristiano-cattolica, s’intende), stava tessendo un elogio della “qualità che ci stacca di cinque centimetri da terra, rendendoci più leggeri, ma non per questo avulsi al mondo”.

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