Perché l’ironia, adesso?,

5 luglio 2010

ho pensato in Piazza dei Martiri a Santa Giustina in Colle, dove Giulio Mozzi discuteva il suo Corpo morto e corpo vivo: Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa) con Giorgio Bonaccorso, monaco benedettino e docente di liturgia nell’Istituto padovano di Santa Giustina (Cittadella). Perché l’ironia?, ho pensato, mentre padre Bonaccorso, autore di Il corpo di Dio. Vita e senso della vita, colto forse di sorpresa dalla drastica correlazione – proposta da GM – fra il totale oblio di qualsivoglia immaginario circa il lieto evento della Fine Del Mondo e la conclamata impraticabilità dell’immaginario tradizionale della morte (in prospettiva strettamente cristiano-cattolica, s’intende), stava tessendo un elogio della “qualità che ci stacca di cinque centimetri da terra, rendendoci più leggeri, ma non per questo avulsi al mondo”.

Non mi pareva quello, l’argomento. Né mi pareva dettato da un’ironia genericamente – stoicamente – trattata, come qualità indispensabile alla serenità della vita, invocata quasi come virtù teologale. E così come in precedenza, quand’era stata chiamata in causa la cautela, in quanto buona regola di comportamento speculazione e soprattutto “legiferazione” in materie di rilevanza immediatamente capitale – benché le riflessioni sulla cautela non avessero a oggetto i contenuti del pamphlet, bensì le ambiguità della Chiesa nei confronti delle potenze e delle retoriche secolari – ho avuto l’impressione di una mancata saldatura, un incastro difettoso, insomma, di una sostanziale e reiterata elusione della questione posta in senso lato alla Chiesa dal libro di GM – una mozione a favore della canonizzazione di Eluana Englaro in quanto martire della tecnica -, delle problematiche inerenti il “regime del discorso” instaurato dal libro (da cui, forse, il riferimento all’ironia, a mio giudizio comunque fuorviante) – assolutamente inaggirabili, qualora si voglia veramente parlare di ciò che in esso si afferma -; infine del suo “perché”, cioè delle ragioni, delle immaginazioni e dei sentimenti – non esclusa una certa qual rimbombante solitudine – onde l’autore si è sentito chiamato a por mano al testo. D’altra parte non c’era alcun attrito fra i due relatori; qualche diplomatica banalizzazione, per altro funzionale al pubblico, decisamente non specialistico, presente alla serata, ma senza mai rinunciare all’atteggiamento di chi, malgrado un momento di passeggero disorientamento, raccolga l’assist del compagno e, con i mezzi che ha oltre che secondo il ruolo in cui gioca, porti avanti la palla. Eppure in quasi un’ora e mezza di conversazione avevo l’impressione aggirarmi ancora dalle parti dei preamboli, delle premesse metodologiche o, per insistere con la metafora calcistica, dei palleggi di riscaldamento. Così ho chiuso il taccuino e sono andato al bar, in cerca di un bagno.

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