Nè piccioni, nè fave

11 luglio 2010

Più tardi, nel letto, sono lì che ci rimugino ancora. Queste elusioni, mi dico. Probabilmente involontarie. Causate da consuetudini confessionali e da un “abitus” professionale difficili a smettersi così, di punto in bianco. Eppure, penso: solo questo? Non sarà che presso gli stessi teologi cattolici la desuetudine e l’improponibilità degli immaginari tradizionali – morte individuale, lieto evento della fine del mondo – costituiscano un dato di fatto pienamente acquisito? La mia impressione infatti è che una loro mobilitazione non fosse nella disponibilità di padre Bonaccorso e che la partecipazione a una conferenza, per quanto (o in quanto) tenuta in un piccolissimo centro e di fronte a un pubblico poco specializzato, non si prestasse alla propalazione di eccentricità e fantasticherie. Così a uno scrittore che fa esplicito riferimento ai più peculiari articoli di fede della religione cristiano-cattolica si accompagna un teologo, cauto ed educatamente ironico, che per una forma di rispetto del sapere in quanto bisogno umano di conoscenza il più possibile garantita, ne scansa il riferimento a casi come quello considerato da Corpo morto e corpo vivo. In cui tuttavia forme di conoscenza certificata (scienza) sembrano assai lungi dall’essere accessibili. E orientamenti morali a esse in qualche modo correlati, quanto mai incerti.

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