sigillato immaginato corpo + punipetto

14 luglio 2010

Mi alzo dal letto, prendo il taccuino, salgo in cucina. In frigo da bere non avanza niente, ma nel mobiletto bar c’è una bottiglia di limoncello ancora da aprire, un liquore alla liquirizia che col caldo sembra in procinto di passare allo stato solido, e dello sherry già aperto. Va per lo sherry. Ne verso tre dita in un bicchiere pieno di ghiaccio, esco in terrazza, mi siedo sulla seggiola, accendo il lume, apro il taccuino e, con la testa ancora sulla conferenza di Santa Giustina in Colle, leggo: risarcimento.

E’ Giulio Mozzi che parla. Ho avuto in mente questo termine – sta dicendo, poche ore prima, dopo aver brevemente introdotto la “proposta” di Corpo morto e corpo vivo – nella forma di una dichiarazione di santità per Eluana (martire della tecnica) ancora prima di progettare il libro, poiché mentre tutto intorno infuriava, lei veniva deliberatamente, spudoratamente dimenticata; e mentre pensavo che dovesse essere risarcita e che il più conveniente fra i risarcimenti glielo dovesse proprio la chiesa, attraverso l’ammissione del proprio errore e l’offerta di una congrua riparazione, ipotizzavo che il percorso per fondarne in modo pienamente legittimo la beatificazione fosse logicamente desumibile dalla beatitudine degli ultimi; se beati sono infatti coloro la cui unica libertà consta dell’affidarsi a dio, chi si trovi nella condizione di non poter contare nemmeno su questo e cioè in vita si veda privato persino di questa libertà, è davvero, fra gli ultimi, l’ultimo. Su queste parole, ricordo, GM cede il microfono a padre Bonaccorso, che propone come argomenti attraverso i quali continuare il colloquio, da un lato il corpo, o meglio, una certa concezione della relazione fra corpo e spirito (per così dire), e dall’altro gli ultimi, o quella che potremmo chiamare una sociologia dell’ultimità. Anzitutto il corpo, dice il benedettino. Ridotto a cosa, a strumento, a oggetto, nel nostro caso di sfruttamento politico. Vedete, dice il teologo, se siamo arrivati a questo, a quanto cioè con Eluana abbiamo potuto assistere – qui un momento di indecisione, e un’immagine di avvoltoi che si avventano su cadaveri – è anche perché ci siamo abituati a considerare il corpo come un qualsiasi oggetto di sfruttamento, di uso, di consumo; come qualcosa di cui disporre, e non come luogo della singolarità della persona umana, espressione concreta di una soggettività. Anche la chiesa, suggerisce il teologo, specialmente negli ultimi tempi, sembra aver fatto in questo ambito ampiamente retromarcia, tracciando una nuova linea di demarcazione fra ciò che pertiene al corpo e ciò che invece si ritiene tradizionalmente lo ecceda. Eppure, continua il teologo, se noi tutti fossimo soltanto anima, se ciò che veramente conta fossero le forme che vanno abitualmente sotto il nome di anima e non avessimo anche dimensione corporea, sensibile, sensuale, ebbene, saremmo ermeticamente chiusi, sigillati agli altri (penso: nel libro di GM si parla, in effetti, di un corpo – quello di Eluana – sigillato), impossibilitati all’esperienza dell’altro. E’ il corpo, il corpo vivo che mi apre agli altri, afferma il benedettino (penso: cioè il corpo non-sigillato); ed è un terreno, questo, del corpo, che la chiesa tende ad abbandonare, specializzandosi e rivendicando una sorta di monopolio sul “resto”. Un patto con il secolo, per così dire, la cui contropartita sembra concretarsi in un rinnovato afflato regolamentativo, accompagnato da un ritorno a posizioni di maggiore chiusura nei confronti di altre religioni (in sostanza, affermazione del primato spirituale della chiesa cattolica, cioè universale) e sul piano della comunicazione, dal recupero mediaticamente spettacolarizzato di un assolutismo papale – una delle tante soggettività che compongono l’ecumene – per certi versi analoga a quella dell’ottocento, quando l’attività di tutta la chiesa veniva ridotta al dettato e alla icona del pontefice. Bisogna usare cautela, dice padre Bonaccorso, estrema cautela, tutti quanti, a partire cioè dal basso, da noi, dal quotidiano (penso: capisco cosa intende dire: cominciamo noi stessi, fra noi, a disertare le retoriche imperanti. Segue una decina di minuti di exempla encomiastici tratti da comuni fattispecie della vita quotidiana).  Tutto, in tempi come questi, in casi come questi, dovrebbe insomma suggerire cautela, ma la chiesa, in codesto come in altri frangenti, rivendicando un primato giocato sulla dettatura di precetti gladiatoriamente semplificati – pollice recto/pollice verso – da una comucazione mediatica per altro largamente egemonizzata da quelle forze che sfruttavano a fini di potere la polarizzazione della questione – per la vita/contro la vita – sembra sempre più propensa a una spregiudicatezza commerciale tipica del marketing, svuotando di contenuto le sue stesse affermazioni e abdicando completamente alle logiche che rendono possibile quanto abbiamo potuto osservare, uno spettacolo in tutto e per tutto simile a quello degli avvoltoi, che si avventano su un cadavere…

Pausa. Tabacco. Cartine. Accendino. Del ghiaccio, e altre tre dita di sherry. Cadaveri. Avvoltoi. È curioso, penso. Cadavere. Cioè: corpo morto. Ma un corpo nella condizione in cui è trattenuto quello di Eluana? Non morto. Per padre Bonaccorso (di cui quest’immagine costituisce forse l’unica irruzione immaginaria) direi: benché tecnicamente vivo, istintivamente (cioè fuor di cautela) morto. Quantomeno in procinto di essere morto. Buono, appunto, per gli avvoltoi. Nel ripetermi questa frase, domandandomi: ma era viva o morta?, era il corpo?, io sono il corpo?, ritorno a un pensiero già fatto a suo tempo, ossia, non aver mai compiutamente immaginato Eluana Englaro come corpo e tuttavia, al tempo stesso, di avere pensato costantemente al suo corpo. Cosa significa? Come  funziona? Che situazione è? Naturalmente sapevo, e so, che situazione è. Si è trattato, almeno in rete, di un tema dibattuto. Il tema delle immagini circolanti di Eluana Englaro. Mostrata viva, sorridente, giovane. E assai più sporadicamente, cioè quasi mai, nelle condizioni in cui realmente si trovava. Eppure, penso, bevendo lo sherry, anche no. Non lo sapevo. Non lo so. Per esempio, mi dicevo, pensa quando parli a Gioia di tua madre. O a tua madre di Gioia. Certo che mia mamma è una bella tipa!, dici a Gioia. Dici così, no?, pensavo. Mia mamma ha detto questo e ha fatto quell’altro. Ebbene, pensavo: quando parli così, hai presente tua mamma? In che modo, mentre parli di lei, l’hai presente? La vedi mentre parlando la evochi? Se la vedi, ne vedi il volto? Se non ne vedi esattamente il volto e tuttavia tua madre, mentre ne parli a Gioia, ti è presente, in che modo ti è presente? Che cosa di lei hai presente? Che cosa è, esattamente? Nel senso: è, tua madre, esattamente? Pensa a Eluana, mi dicevo. Un nome. Divenuto in qualche modo familiare. Veniva chiamato. Un nome molto chiamato. Anche tu chiamavi il nome. Ma il nome non era il corpo. Pensavi la cosa del nome. E pensavi al corpo del nome. Ma il corpo del nome non era la sua cosa. Avevi avuto delle immaginazioni, sul corpo del nome. Ti eri anche nauseato delle operazioni che facevi con l’immaginazione. Avevi usato un racconto di Laura Pugno contenuto in Sleepwalking (Sironi, 2003) la cui protagonista, una sorta di veggente in perpetuo dormiveglia con un alfabeto misterioso inciso sulla pelle della pancia, si chiama Sahe. Avevi usato l’immaginazione di Gilles Deleuze, che non capivi e contro la quale ti era sembrato di sbattere la testa come contro qualcosa che, nell’opporti resistenza, ti fa balenare che sei tu – o più esattamente la cosa che è te – a opporre resistenza. Ti era venuto in mente il suo corpo senza organi in una versione d’incubo, macchinato da un desiderio artificiale che aziona flussi che sono come puri sostegni, supporti l’un dell’altro, l’uno il foglio bianco della scrittura dell’altro, appoggi di appoggi, e la registrazione di una mente a parte che è questa stessa registrazione di scritture sèscriventi sui fogli bianchi delle altre scritture: e queste immaginazioni ti facevano stare male e le scartavi e in fin dei conti non volevi nemmeno capirle. A volte, pensando al corpo del nome, ti venivano in mente certi bambini, con il nome di un amico immaginario. Pensavi al nipotino di Barbara. Ricordi quando giocava con quei giocattolini a incastro, di differenti colori?, pensavi. Denni non ci giocava per costruire qualcosa. Si soffermava sulla relazione interpersonale fra gli incastri, che si sottraevano al loro destino di incastri. Diceva: giallo, perché hai fatto così a rosso? Blù, smettila di dar fastidio a giallo! Insomma, rosso e blu, si può sapere che cosa vi ha fatto giallo? E poi, ricordi te stesso, da bambino?, pensavi. Per un certo periodo, durante il pomeriggio, ti chiudevi nell’armadio in cui la mamma teneva la biancheria lavata e il necessario per stirare. Utilizzava, fra le altre cose, un piccolo cuscino grigiazzurro a righe nere delle dimensioni, grosso modo, di un pallone da rugby. Dove sei stato?, domandava. Con Punipetto!, rispondevi. Punipetto, il cuscino da stiro. Il mio amico di Forlì. Quand’era a Padova abitava nell’armadio, e giocava con me. Mia madre, appurata la normalità delle mie condizioni di salute mentale, ci prese gusto. Come sta oggi, Punipetto? Ma ci va, a scuola? Ah, va a scuola a Forlì! E qui a Padova, come mai? Tante volte ero io a dirle cosa fosse successo a Punipetto, cosa sua mamma gli avesse raccomandato, cosa lui mi avesse raccontato, cosa avessimo deciso di fare. Ben presto Punipetto si trasformò in ladruncolo, in bisognoso, in spericolato avventuriero, insomma, in una gamma di sostituti dei miei capricci. Ma Punipetto è alto oppure basso? Ha i capelli castani, oppure biondi? È magro, oppure grasso? Mistero. Cioè: no comment, per lo meno inizialmente. Si trattava di un genere di domande alle quali ero estremamente refrattario. Non solo non ero in grado di fornire una risposta, ma cercando di fornirla, decidendo per esempio che Punipetto era biondo, magro e un po’ più alto di me, l’amico immaginario tendeva a dissolvere, come nebbia, o come un sogno meridiano. Il punto non è questo, tuttavia. Il punto è che Punipetto, essendo immaginario, esisteva nella misura in cui non era completamente fissato, cristallizzato, identificato. E tuttavia lo era, perfettamente, precisamente. E lo era anche in quanto cuscino da stiro. Io giocavo con il cuscino. E continuavo a chiamarlo Punipetto. Dov’è Punipetto?, chiedeva mia mamma, aspettando che il ferro si scaldasse. Io rispondevo: ma è lì, mamma!, non vedi?, indicando il cuscino, appoggiato alla catasta di biancheria sulla seggiola. Dov’è Punipetto?, chiedeva mio papà. È lì, dicevo. Quindi Punipetto è il cuscino da stiro, diceva. Si, rispondevo. È lui… Ed eccoci qui, mi dico, spegnendo la sigaretta.  Riprendo in mano il taccuino, giro qualche pagina e sul foglio bianco annoto: Il cuscino Punipetto. Non fissato: Punipetto. Fissato: biondo, magro, alto. Alla fine? Resta il cuscino. Appoggio la penna, sfoglio il taccuino, torno indietro. Rileggo le ultime osservazioni di padre Bonaccorso sulla reificazione del corpo e sull’abdicazione comunicativa della chiesa. Dunque: pensavo a Eluana e pensavo al corpo. Pensavo a Eluana, quando ne parlavo, come penso a mia madre quando parlo di lei con Gioia. Mia madre che una volta ha detto e ha fatto, Eluana che una volta ha detto e ha fatto, benché ora – quasi come ciò fosse secondario – sia nella impossibilità di dire e di fare. E contemporaneamente, se così è possibile esprimersi, pensavo a un corpo, certamente riconducibile a un nome, Eluana, in coma profondo da diciassette anni. Pensavo due “cose”. Che sapevo essere la stessa cosa, ma che evidentemente non riuscivo a riferire a un medesimo. Rileggo: gli avvoltoi si avventano sui cadaveri. Una frase pensata con orrore, istintivamente. Nei giorni in cui Berlusconi tentava il colpaccio, la svolta plebiscitaria. Eluana sigillata. Non-Eluana. Il nome di un corpo che è solo scrittura, senza trasmissione. Comandavano una definizione, un’identificazione. Questa? Chiudo il taccuino, sto sragionando, forse sono anche ubriaco.

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