il santo il vergine il re

28 luglio 2010

Dopo due settimane di incasinamento vario e virulento, provo a riprendere (e in buona parte, inevitabilmente, a inventare) il rendiconto del colloquio tenutosi a Santa Giustina in Colle – vedi gli ultimi quattro post – quasi un mese fa, fra Giulio Mozzi che presentava Corpo morto corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa) e padre Giorgio Bonaccorso, autore di Il corpo di Dio. Vita e senso della vita (Cittadella).

Riallacciandosi alle affermazioni di padre Bonaccorso sui recenti orientamenti pontifici Giulio Mozzi, cui viene restituito il microfono, tenta di stringere intorno a ciò che sembra stargli più a cuore, vale a dire la questione dell’immaginario cristiano-cattolico, sullo sfondo di una contemporaneità che malgrado pervasive fascinazioni tecno-merceologiche (quasi un reincantamento del mondo) in virtù di una forse non casuale, parallela stanchezza del discorso scientifico, sembra schiudere al sacro nuovi spiragli. GM riprende alcuni cenni sociologici di padre Bonaccorso sull’odierno culto dei santi e li connette, d’altra spettacolarizzata prospettiva, all’occupazione dello stesso spazio cultuale da parte di pratiche riconducibili al  sincretismo performativo, terapeutico e paganeggiante della new age. Il nostro orizzonte di senso, aveva detto il benedettino, in contraddizione con ciò che il cristianesimo raccomanda – ossia l’amore per umili, gli ultimi, coloro che non sono nessuno e non contano nulla – è interamente soggiogato all’auraticità dei cosiddetti VIP, le persone importanti, in vista, di successo, di cui i santi, con le loro mitologie, possono considerarsi una versione spiritualistica; si tratta di una sorta di totalitarismo in cui, per altro, prospera il peccato originale che dio, facendosi carne, ha voluto redimere. L’ultimità di un santo come Francesco d’Assisi, aveva sottolineato padre Bonaccorso – facendo riferimento a circostanze della sua vita quotidiana -, viene automaticamente esasperata, onde  l’esemplarità slitta in sorta “fama” ottenuta dal santo per il suo primato, cioè per il suo successo performativo, nell’esercizio, in questo caso, della ultimità. Dopo un veloce accenno al tema della burocrazia celeste – splendidamente trattato nella prima parte di Corpo morto, corpo vivo – richiamato come contraltare tipicamente moderno, occidentale, della sorta di libero mercato dei santi evocato dalle parole di padre Bonaccorso, GM si sofferma sulla rinuncia che sembra connotare l’approccio della gerarchia al mutamento in corso (immagino: il passaggio alle società cosiddette post-secolari). Con il riemergere di tendenze che soltanto quattro decenni or sono si pensavano in via di estinzione (fine del sacro e svuotamento soggettivo della religione), insieme a difficoltà e apprensioni in relazione a una precisa riaffermazione dell’annuncio di Gesù che non trovano riscontri nel proclamare, di converso, il primato sugli altri del proprio dio, la chiesa, ai fini di un suo consolidamento mondano, mutua ambiguità riconducibili a quelle pocanzi illustrate. Come comunicare l’annuncio cristiano?, con quale lingua?, attraverso quali immagini?, in eguale o differente modo a seconda dei mondi? (penso: beffarda attualissima perversità di questo inflazionatissimo verbo “comunicare” all’intersezione fra universo linguistico cristiano-cattolico e sfera, appunto, della comunicazione!), è certamente tema spinoso, laborioso e difficilmente eludibile; tuttavia, abbandonando la produzione di immaginazioni per avocare a sé un’esclusiva potestà, già richiamata, di autorità morale, la chiesa finisce da un lato per rendersi inospitale all’elaborazione di linguaggi e suggestioni, e dall’altro irrigidisce in una sclerosi presenzialista accentuata e cortocircuitata dai tempi e dalle modalità comunicative imposte dallo spettacolo. Sulla scorta dell’insegnamento di San Paolo ai Corinti – laddove l’apostolo illustra il nesso fra legge e peccato (penso: il versante “peccatogeno” della legge), ponendo o negando il proprio beneplacito, la gerarchia interviene in territori divenuti, se così si può dire, incolti (abbandonati dalle grandi narrazioni otto-novecentesche), oppure del tutto vergini e tipicamente “post”, come quello emblematizzato dal caso Englaro, senza fornire alcuna narrazione alternativa o, meglio ancora, ulteriore, a ciò che resta di quelle tramontate – la sua compresa. Nel frattempo, altre “storie” o, nel caso del Bel Paese, “nuovi sogni italiani” fanno il loro corso. Questa faccenda dei territori, pensavo, divenuti incolti, oppure ancora vergini: da un lato si tratta di ambiti rispetto ai quali la disillusione nei confronti di altre autorità (scienza e tecnica, anzitutto), oltre che più recente, appare più vuota (disillusi da che?, dalle proporzioni dell’universo?, dal fatto che con la tecnologia si può addirittura distruggere il pianeta?) dall’altro c’è qualcosa in questi stessi ambiti – bioetica, in generale – che conserva una sorta di verginità permanente; una verginità, pensavo, che come ogni verginità, può benissimo venire violata, ma che viene in modo più brutale violata, e cioè “violentata”, da qualsiasi intervento “rivolto a tutti”, sia esso regale (un monarca che fa e disfa a piacimento) sia esso burocratico (la razionalizzazione generale e astratta dello stato). Non so dire se e come si possa circoscrivere e salvare questa verginità – in qualsiasi cosa essa consista. Provare a normare determinati ambiti è, immagino, inevitabile, ma la mia impressione è che vi siano elementi di forte refrattarietà, un margine irriducibile di “apertura”, indecidibilità – verginità, appunto. Del resto, pensavo, come la narrazione cristiano cattolica è sostanzialmente arrestata (per citare un GM d’annata: il libro che racconta la storia della relazione fra gli uomini e dio è finito, non continuato), così l’ipotesi di un’etica non aprioristicamente vincolante, cioè altrettanto finita, non continuata – a un procedere infinito, pensavo, un’etica infinita? – non sembra suscitare interesse. Il sessantotto, diceva GM, ha cullato il sogno di una morale costruita con il contributo fondamentale della fantasia (immagino ciò significhi: una morale non puramente soggettiva, ergo comunitaria, da un lato; dall’altro, in grado di produrre giudizi, comportamenti, valutazioni etc., non già contenuti nelle sue premesse), fallendo, cioè finendo nelle secche di una sorta di moralismo. Sul piano teorico, e da molto differente prospettiva, è rimasta e resta inascoltata la proposta illustrata ormai anni or sono da Alasdair MacIntyre nel suo fondamentale After Virtue (qui un’ottima intervista, a cura di Ida Soldini), incentrata su un’etica non normativa, aristotelica, delle virtù. Frattanto, pensavo, ambiti delineati  attraverso casi come quello di Eluana Englaro presentano caratteristiche da stato d’eccezione, situazione liminare, spazio vergine, inesplorato e difficilmente normalizzabile che, generalizzate ad arte, espongono la collettività, eccitata, al rischio che abbiamo puntualmente corso in Italia: il colpo di mano di un tizio che si mette a fare il re.

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