aspettando la mostra

31 agosto 2010

Mi sveglio con Gioia e Contino che parlano a gran voce. Prendono accordi. Sequenze ripetute senza alcun punto di contatto e scambio, semplicemente, ortogonalmente giustapposte; non comprendo il senso delle risate che fanno, delle esclamazioni, delle svariate interiezioni, ho quasi l’impressione sia tutto preregistrato, allora tendo le antenne e cerco di carpire il quando il come il cosa e il dove, cioè l’informazione; non si tratta in fondo che di depositare nell’appartamento delle valigie, dire l’ora alla quale si pensa di tornare per disfarle, chi e che cosa si spera di trovare a quell’ora, ma è come se vi fosse un gran rumore di fondo, un‘interferenza nel segnale audio, un rombo di cavalloni sulla spiaggia.

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mostra del cinema

28 agosto 2010

Tre e mezzo di notte. Fra due minuti stacco. Domani vado al Lido di Venezia con l’automobile di Daniel piena di valige, mentre lui raggiunge Alberto Fassina che dovrebbe essere già lì con la Vespa. O viceversa. Non ho ben capito.

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passato

12 agosto 2010

Ripensavo ai discorsi di ieri l’altro su La dolce vita di Fellini, intorno alla forza di prefigurazione di quel capolavoro. Però ci pensavo, come dire?, all’inverso. Pensavo cioè al tentativo di cogliere il tempo, la sua origine, il suo sgorgare, il suo essere, non nei termini di una prefigurazione del futuro, ossia nei termini di quel che sarà domani pienamente; ma ci pensavo piuttosto nei termini della capacità di “far essere” un passato. Credo si possa dire che cogliere l’attimo di un’epoca,  esprimere il suo essere, costituisca il tentativo che nella conversazione di ieri l’altro Giuseppe e Gioia definivano come “non semplicemente testimoniale” (constatativo), ma: “all’altezza del tempo”. Ci prenda o meno, questo tentativo, non importa, pensavo. Se ci prende, tuttavia, questo tentativo, cosa fa? Ho pensato: “Fa essere” il passato.

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ids

10 agosto 2010

Cioè: tutto ieri chiacchiero con Gioia mentre l’altra lei conversa animatamente, in rete, con Giuseppe Genna che, su Facebook, in seguito alla visione di La dolce vita, di Federico Fellini, complice il ritorno delle energie legato al buon esito di una convalescenza, sta iniziando a concepire il nucleo del suo prossimo libro; succede così che Giuseppe ringrazia Umberto Casadei, autore de Il suicidio di Angela B., per due consigli che, pur seguendo la discussione e quasi ininterrottamente strologando con Gioia, tuttavia a.non solo non ha dato, ma b.anche volendo, non sarebbe mai riuscito a dare. Non così Gioia – risaputamente, in simili frangenti, assai più efficace e affidabile sia di Umberto che di Leo (come chi scrive ritiene possa facilmente constatarsi dai contributi apparsi su questo un po’ languente blog). Detto che l’onore, enorme!, è tutto per Gioia (e la sua altra), resta fermo che Angela Burzo, alla quale Giuseppe si rivolge, cioè l’Angela B. del Suicidio suddetto, cotituisce 1.l’identità Facebook di Gioia (il suo alter) e di chi scrive, 2.l’identità immaginaria della ragazza suicidatasi nel Suicidio di Angela B, 3.la linea esterna dell’identità (oppure l’anti-identità) di Umberto Casadei all’età di 33-36 anni – il quale da allora vive di rendita e si prende complimenti assai poco meritati – ossia l’età che aveva quando toglieva la rediviva Angela di mezzo, considerato che tutto si dà in quel libro, meno che il corpo e l’anima di Angela B., la quale, per altro, è 4.un’entità fra le tante scaturite dall’immaginazione di Giulio Mozzi. Direi che la situazione è pazzesca. Una meraviglia!

Giorni fuori fuoco, di pioggia, poco sonno, lavoro e lavorìo. La scrittura è senza meta, ma non va male. Il più delle volte, il pomeriggio, quando devo andare al lavoro, o a mezzogiorno, quando devo staccare, o ancora la sera, se ho il giorno libero, mi fa stare male, perché staccare è un po’ tagliare, affettare, e poi rimodularmi è faticoso, mi fa venir voglia di bere qualcosa – un po’ di ammorbidente. Immagino significhi appunto che non va male. Quando si tratta di questo blog però sono disorientato. Non ho ancora capito come vada utilizzato. Né quanto tempo dedicarci. Né in che modo specializzarlo. Ho delle frasi, pensavo prima, sdraiato sul letto. O anche soltanto delle parole. Singole parole, che tornano in mente. Come i ragni, i millepiedi, le farfalle notturne, insomma gli animaletti che d’estate, nottetempo, entrano nella stanza. Restano qualche giorno. Poi muoiono, oppure chissà.

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