aspettando la mostra

31 agosto 2010

Mi sveglio con Gioia e Contino che parlano a gran voce. Prendono accordi. Sequenze ripetute senza alcun punto di contatto e scambio, semplicemente, ortogonalmente giustapposte; non comprendo il senso delle risate che fanno, delle esclamazioni, delle svariate interiezioni, ho quasi l’impressione sia tutto preregistrato, allora tendo le antenne e cerco di carpire il quando il come il cosa e il dove, cioè l’informazione; non si tratta in fondo che di depositare nell’appartamento delle valigie, dire l’ora alla quale si pensa di tornare per disfarle, chi e che cosa si spera di trovare a quell’ora, ma è come se vi fosse un gran rumore di fondo, un‘interferenza nel segnale audio, un rombo di cavalloni sulla spiaggia.

Dev’essere così che si fa, penso, nella cosiddetta comunicazione. La gente che lavora nella comunicazione parla in effetti a gran voce, secerne affermazioni aprioristicamente dotate di legittimità universale, prende accordi con il tono di chi è già d’accordo perché non essere d’accordo, immagino, significherebbe inconsapevolezza professionale e semiautomatico slittamento nel dominio dell’incertezza, della disorganizzazione comunicativa, della triste elaborazione autonoma del fatto, dell’elucubrazione, ossia qualsivoglia forma di pensiero osi avventurarsi sul piano incresciosamente inclinato del sillogismo elementare, un dominio abitato da persone problematiche, che parlano con lentezza, reagiscono con lentezza ancora maggiore, e hanno bisogno costante di produrre e ricevere spiegazione. Stavo sognando Fabio Capello di fronte a un quadro del quale tentava di desumere l’autore, una grande tela in cui, più che essere rappresentato, era racchiuso un campo da calcio di circa dieci metri per quattro, il cui contenuto, esclusivamente materico, era fango. Mi riaddormento. Faccio colazione in una mensa sulla spiaggia di fianco all’hotel Excelsior, sotto un cielo quasi grandangolare con grandi nuvole bianche su fondo azzurro scintillante. E’ ancora mattina presto e poca gente, anche fra chi lavora, è in circolazione. Al banco del bar ci sono due ottantenni estremamente abbronzati, un lui e una lei seminudi e appena scarmigliati che hanno tutta l’aria di essere svegli dalle prime luci dell’alba. Forse hanno già fatto un bagno, penso, sembrano anche alquanto arrapati, scherzano e ridono in una lingua che non identifico, una loro lingua, immagino, si danno pacche sul culo, si guardano in giro e tornano a darsi promettenti pacche sul culo. Quando la vecchia mi mette gli occhi addosso, per poco non mi va di traverso il cappuccino. Accompagno Gioia al lavoro, quindi mi incammino in cerca del supermarket in cui andavo lo scorso anno. Devo acquistare carta igienica, lattine di birra, uno spazzolino, del deodorante, del dolcificante dietetico, del caffè. Cammino molto, non mi sembrava così lontano, ma è un tratto di strada che mi piace fare, perché man mano che mi allontano dalla zona della Mostra, l’atmosfera, sempre dignitosissima, si fa più quieta, rarefatta e malinconicamente cerebrale, la malinconica cerebralità, penso, di certe immaginarie case di cura, perfettamente tenute –  nulla di ostentato, ma nemmeno di eccessivamente funzionale; insomma, un buon manicomio, abitato da vecchietti pieni di fantasie, mamme che portano a spasso cagnolini di pelouche e cicciobelli, postini in pausa seduti in giardini dall’erba tagliata di fresco, su panche di cemento e tavolini di ferro dipinti di bianco, sebbene un po’ arrugginiti, e pizzerie chiuse, ristoranti chiusi, taverne chiuse, alberghi e pensioni chiuse, da cui fantasie di finzione, cioè di ristoranti, albergi, taverne, e pensioni che son tali per gioco, case di bambola – e di converso uffici postali aperti, ma vuoti, a mezza via quindi, con gli impiegati seduti in uno spicchio di luce fresca, a fumar sigarette in silenzio. A casa trovo Daniel, che ieri ha grippato la Vespa sulla tangenziale di Mestre e che ho fortunosamente raccolto con l’auto colma di valigie e generi alimentari che Alberto Fassina mi aveva dato da condurre al Lido, in sua temporanea assenza. Lo trovo, annegato nel sudore, alla grossa pompa della benzina di fianco all’Holiday Inn Hotel, presso la rotonda che smista il traffico di Mestre, proveniente dall’autostrada, in direzione di Venezia e Trieste, mentre contratta con l’anziano capoofficina il prezzo per due settimane di permanenza in parcheggio del motorino, al termine delle quali, mi confida in seguito, assai a malincuore, intende sbarazzarsene. Quindi prende le redini dell’auto di Alberto, e mi racconta del Camino di Santiago, dal quale è appena tornato, con enorme e inaspettato entusiasmo. Questo incidente, dice, prima del Camino mi sarebbe parso un’insormontabile disgrazia, un segno del destino, un’ingiustificata ingiuria del fato, mentre adesso che ho fatto il Camino – dice Camino all’iberica, con una emme sola – tre chilometri nel traffico della tangenziale di Mestre spingendo una vespa grippata, mi vedi?, tranquillo, sereno, la vita va avanti, il Camino continua, con o senza vespa, una vespa, dice, alla quale avevo fatto rettificare il pistone giusto un anno fa, una vespa, dice, alla quale avevo sostituito la crociera del cambio soltanto sei mesi fa, una vespa, dice, alla quale avevo sostituito corona e pignone tre mesi fa, una vespa, dice, alla quale avevo messo alettoni e trombetta, una vespa, dice, alla quale facevo miscela con le mie mani, con devozione, con amore, con riconoscenza, avendomi regalato alcuni fra i più significativi momenti della vita, momenti di cui i meccanici, non meno degli idraulici e degli elettricisti, dei falegnami e dei fabbri, dei maniscalchi e dei carpentieri, degli arrotini e dei calzolai, se ne infischiano, esattamente come un tempo se ne infischiavano i conti e i marchesi, baroni e i duchi, i vassalli e i valvassori e i valvassini, momenti di cui tutti i meccanici se ne infischiano per il semplice motivo che se ne infischiano della vita, non tengono la vita, nessuna vita, all’infuori naturalmente della loro, in nessun conto, e fanno rettifiche fasulle, installano alettoni fasulli, trombette fasulle, fingono subalternità, ma in realtà se ne infischiano anche della subalternità, la tua vita per loro non vale un fico secco, la tua vita per loro semplicemente non esiste, così eccoci qui, andiamo a vedere festival e mostre per scrivere su giornali o riviste, studiamo decenni  per scrivere romanzi, seguiamo conferenze e seminari tentando di cavarne saggi e trattati e sapienza e saggezza mettendoci nel frattempo nel modo più ciecamente assoluto nelle mani di meccanici ed elettricisti dagli appetiti incontrollabili, di calzolai e carpentieri dai ventri senza fondo, di maniscalchi e tornitori che se ne infischiano, di muratori e manovali che costruiscono grattacieli infischiandosene, costruiscono cattedrali infischiandosene, costruiscono dighe infischiandosene, costruiscono ponti infischiandosene, siamo ciechi incoscienti nelle mani di arrotini e agricoltori, tecnici di caldaie e di spurghi, benzinai ed elettràuti che dominano e sfruttano il povero malcapitato, specie se pellegrino, e lo gabellano, e gli fanno promesse, quando lui domanda un tozzo di pane, quando domanda un po’ di comprensione per i momenti più cari della sua vita, un cristo pellegrino che trascina quei momenti nel mezzogiorno della tangenziale.

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