martedì

1 settembre 2010

In mattinata, sul tardi, arrivano all’appartamento nuovo – in cui ci siamo spostati ieri dopo avere trascorso i primi due giorni dov’eravamo alloggiati lo scorso anno – le giornaliste di Avvenire e di Radio popolare. Salutano, controllano, prendono possesso della doppia matrimoniale, disfano le valigie, telefonano, scherzano, sono di fretta perché nel pomeriggio hanno già alcune anticipate stampa di cui devono scrivere sulle rispettive testate.

Daniel e Alberto, che non devono disfare le valigie, cucinano un pranzo veloce mentre il Contino entra ed esce di casa smazzando un grosso groviglio di chiavi. È elettrico e trafelato, perché i ragazzi dell’associazione cinematografica salesiana di cui sia lui che gli altri due sono dirigenti, stanno cominciando ad arrivare un po’ da tutta Italia e naturalmente abbisognano di indicazioni, chiavi di casa, assicurazioni, riferimenti, senza contare che gli appartamenti rivelano sempre qualche problema, il cesso che spurga, la porta divelta, la caldaia inceppata, gli scarafaggi giganti, la carne dimenticata nel frigo spento, il condòmino obeso e assatanato che gira nudo con le finestre spalancate e fa versi anche ai maschi. Saluto, ringrazio, dico che ho appena mangiato, avendo visto Gioia in pausa pranzo. Mi metto buono nel mio angolino a scrivere, anche se in mattinata mi sono cacciato in una cazzata narrativa da cui non riesco più a uscire. Ci vorrebbe un colpo di genio, ma fatico a concentrarmi e finisco per origliare i discorsi che fanno i cinque, in salotto, mangiando la pastasciutta. Sento nomi di registi e attori, critici e giornalisti, titoli di film e documentari, com’è quello?, l’hai visto?, aveva un cappello bianco a tesa larga, ma tiene la storia?, non si può smadonnare così, Chris rompe sempre i coglioni, ma c’è Tarantino, e la muraglia?, ci sei poi andata?, sembra davvero cinese?, Tarantino non fa che bere spritz, è già sbronzo alle 10 del mattino, si, abbastanza, abbiamo lo stesso contratto quest’anno ma girerà in Romania, gli studi di Sofia non sono poi male, questione di soldi, ovvio, però la mano ce l’ha!, chi?, Grattapugi?, ma no, lei, ah lei, per avercela ce l’ha, ma quant’è che non vende?, lei sta insieme a lui però non vede l’ora, ma non funziona, come nel film, noooo, ricordi?, cazzata!, più o meno, anche per questo, quell’altro ha scritto così e ha detto colà, i primi quaranta minuti due palle, ma piace o non piace?, inventarsi qualcosa, un po’ meglio, un po’ di tensione, un colpo di scena, ma sai, di lui non può dire, comunque c’è la produzione, ma viene anche Johnny?, il cocktail non era per niente, in aereo?, in elicottero!, wow!, ma sì, il cocktail del principe, ma chi?, Morìs?, dell’altra invece si può e infatti ha detto colà!, colà?, colà, colà, e il cappello bianco?, quest’anno sono ben pochi, del resto Roma, ma colì oppure colà?, colà, colà, infatti, guarda non se ne può più, Muller vorrebbe, Muller colì, colì?, colì, colì, un carattere di merda, sa fare il suo lavoro, però è simpatica no?, ma lei Toronto, lui però no, e poi ha stancato, era un outsider, Muller?, quanti anni?, sarà il quinto, all’epoca, il sesto anno, era nuovo, anche quest’anno, un film, due film, dov’è la novità?, voglio dire: chi c’è, chi c’era, chi mancava, perché mancava?, se lo è inventato, come al solito, ma è antipatico, fa cose antipatiche, e quell’altro allora sai che due palle, alla cena di gala però lei era splendida, parla difficile, non serve a niente, ma lei era in bianco? bianco Cavalli, si, più gioielli…

Durante il pomeriggio la casa, a 50 metri dal Palazzo del cinema, è silenziosa e piena d’aria. Scatto delle fotografie dalla terrazza della cucina e da quella del salotto, ne scatto altre dalla finestra del bagno dei maschi, poi faccio un po’ d’ordine fra le mie cose, contemplo le tendine canadesi di Alberto e di Daniel piazzate in salotto, mi piacerebbe scattare delle fotografie alle giornaliste di Avvenire e Radio popolare che, appena tornate dall’anticipata stampa, durata a quanto ho capito soltanto 9 minuti, si sono sistemate con Daniel Alberto e il Contino intorno al grande tavolo rettangolare di vetro, con i rispettivi portatili aperti e ora scrivono con gli auricolari, guardano sequenze di film con gli auricolari, scrivono ancora, sempre con gli auricolari e mi fanno venir voglia di scrivere, sebbene non disponga di auricolari né abbia visto film di qualcosa, non so nemmeno io di cosa, di loro, penso, di quello che fanno, soprattutto dell’impressione che mi fanno, fondamentalmente un’impressione di portentosi paraculi, di conoscenze e occasioni fin troppo a portata di mano, di totale mancanza di casualità così come di merito, ancorché non necessariamente d’amore – questo va detto, a onor del vero; un’impressione che d’altra parte mi fa moltissima gente allorché scendo in strada e cammino, un’impressione di dissipazione, inutilità e spreco della mia vita, un’impressione di fondamentale idiozia, di non aver mai veramente capito il mondo in cui sono vissuto, per esempio i modi in cui si possa arrivare a fare un lavoro come quello di queste giornaliste e di tanta altra gente che vedo con il tesserino daily, oppure periodici, oppure industry, oppure media, gente esperta e cosmopolita, che campa scrivendo sui giornali di cinema, che sembra non aver fatto altro, nell’esistenza, che andarsene in giro per mostre e festival, gente che inizia a vent’anni, a venticinque anni, a ventitré anni o, come Daniel a diciassette anni o, come Alberto, addirittura a sedici anni, gente che si saluta abbracciandosi e strepitando per poi ignorarsi il resto del tempo, e il resto del tempo, allorché ignorata, agile mano al telefonino, voce squillante, piglio performativo esecutivo organizzativo ricapitolativo, insomma sempre terribilmente busy. Camminando per la strada non faccio che vedere gente che scrive di cinema che si interessa di cinema e che da a intendere di campare scrivendo di cinema scrivendone e parlandone come scriverebbe e parlerebbe di ciabatte e magliette, pettinature e occhiali da sole, mi piace non mi piace, è in è out, insomma, con estrema disinvoltura, come si trattasse di ordinare al ristorante, tutta questione di palato, un palato al quale non sembra richiesta, dai datori di lavoro, che la sua nuda arbitrarietà di palato, per altro alle prese con un menù quanto mai semplici, da pizzeria, senza grandi stranezze: questo film è una margherita quest’altro è un calzone alla napoletana questo documentario è una bruschetta quest’altro un doppio impasto all’inglesina, palato e nient’altro che palato, penso, osservando ragazze di venti o ventidue anni che incedono altere, con gli immancabili auricolari e gli ancor più immancabili occhiali da sole, verso il Palazzo, palato e solo palato, penso, film come pastasciutte, film come ciambelle, film come panini al salame ungherese, e tutto ciò mi porta inevitabilmente a considerare gli errori macroscopici della mia vita, i peccati di ignavia e superbia, la stupidità e la scarsa prontezza, e mentre osservo un tizio con gli auricolari e il portatile aperto sulle ginocchia, seduto sui gradini rossi, antistanti il Palazzo aspettando una proiezione, penso che posso considerarmi fortunato per il semplice fatto di trovarmi qui da vivo, per quest’opportunità che, senza conoscere Gioia e senza aver conosciuto Daniel, in pratica i miei paraculi, paraculi immeritati di cui soltanto per fare un esempio il mio capo, al lavoro, pur essendo ricco di famiglia, non potrebbe mai disporre, talché il suo paraculo sarei io!, non avrei a mia volya mai potuto avere.

Gioia mi scrive che stacca il lavoro poco prima delle otto, allora spengo il computer e lo metto via, perché nella stanza in cui dormiamo non c’è spazio a meno che tutto non sia chiuso nelle sue borse – scrivo e leggo, infatti, seduto sul bordo del letto con il portatile di Gioia appoggiato su una sedia pieghevole sotto la quale sono incastrate due grosse sporte di lenzuola e biancheria. Prendo la borsa ed esco con l’idea di trovare un baretto in cui cominciare a dare un’occhiata al programma. Invece mi richiama dicendo che stacca con qualche minuto d’anticipo, va bèn, dico, arrivo! – organizzerò il mio programma in un altro momento. La trovo tesa, adrenalinica, al telefono, benché senza auricolari. Cammina su e giù davanti al Lions che è il sushi-bar in cui quest’anno, vedo, si entra a piedi scalzi, in un  viluppo manovriero di camion camionette automobili e poi drappi svolazzanti cavi fari appoggiati sul marciapiede e americane a bocconi e pannelli in allestimento e forze dell’ordine assortite e insomma ciarpame di ogni provenienza. Gli altoparlanti hanno cominciato a trasmettere musica, tre accordi in tonalità minore, techno-assorti e spaziali, accentuando il senso dell’attimo, dell’assoluto nel transitorio, dell’assolutamente transitorio e del transitoriamente assoluto, mentre una signora elegante, in bianco e perline, scavata dal sole e da abili lame, vacilla a causa di un tacco malmesso. Gioia si sposta, quella scroscia, Gioia s’invola, ripete quel che stava dicendo, la vecchia va in pezzi, mi giro a guardarla, Gioia mi tira per la maglietta, la mail è da spedire stasera!, dice, dopo cena controllo!, fammi questo favore!, come stai?, dice a me, labbreggiando ventriloqua, le do un bacino sulla guancia, è bianca in volto, mi sembra magrissima, deve aver perduto due chili soltanto oggi, d’accordo!, grazie!, a dopo!, allora stasera!, si! dopo cena!, e senza una pausa aprendo la borsa, scaraventandovi il cellulare, mi dice ciao, mi da un bacio, mi abbraccia e mi racconta di un libretto che il direttore della mostra del cinema si è inventato in quattro e quattr’otto e di cui le ha affidato la realizzazione che, dice Gioia, per domani mattina alle 8 quelli del centro stampa, oooh!, siiii!, no, per domani!, si!, allora no!, non è possibile!, fate così!, si!, come abbiamo detto!, e via discorrendo.

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