giovedì

3 settembre 2010

Dopo la prima serata di film, ieri, mercoledì, con la visione di Black Swan di Darren Aronofsky e dell’acclamatissimo Machete, di Robert Rodriuez, oggi è il mio primo vero e proprio giorno di proiezioni all-day.

Comincio con Se hai una montagna di neve tienila all’ombra documentario di Elisabetta Sgarbi sullo stato di salute della cultura in Italia. Proseguirò con alcuni oggetti cinematografici di definizione incerta della sezione Orizzonti dedicata, se non ho capito male, a modi di guardare connessi alla diffusione massiccia di marchingegni per la produzione e la propagazione di immagini nella vita quotidiana – pc, cellulari, telecamere a circuito vario, webcams, etc. –  fra i quali spicca per lunghezza Guest, documentario di viaggio del barcellonese, credo, Josè Guerin, già più volte ospite di questa stessa sezione, a Venezia. Proseguirò con un po’ di retrocomica italiana che sarebbe bello seguire per filo e per segno ma è difficile se non proprio impossibile per dislocazione e orari, a meno di non fare altro. Quindi, insieme a Gioia, che stacca il lavoro intorno alle 20, un paio di film in concorso, credo quello di Julian Schnabel, Miral, e quello del giapponese Tran Han Hung, Norwegian Wood, anche se, malgrado già si parli di possibili Leoni, chissà perché, ho l’impressione si tratti di pellicole telefonate e pallose. Essendo popolato da professionisti, l’appartamento, quando usciamo di casa è già completamente svuotato. Il disordine che vi regna è bello e vitale oltre che inevitabile, vista la concentrazione: ieri sono arrivati il capo di Alberto, che dirige una catena di sale cinematografiche nel Veneto e nel Trentino; il sempre più geniale Cahier, che non scrive più sui Cahiers du Cinema, ma su Ciak e Independencia – un bel sito francese di transfughi da prestigiose riviste; le giornaliste di Rolling Stone, scazzate e allegramente laboriose; e infine Umberto Casadei che mi pare di aver conosciuto a una lettura di Demetrio Paolin o all’uscita del corso di scrittura creativa tenuto da Giorgio Vasta a Padova lo scorso febbraio – sistematosi con il materassino gonfiabile nel terrazzo della cucina, con la garanzia di potelo stendere sul pavimento della stessa, qualora piova. Colazione sulla strada dell’ufficio di Gioia – che fa ingresso al lavoro fra orde di poliziotti finanzieri e carabinieri allo sbaraglio, dalla darsena del casinò – nell’unico posto aperto prima delle 9.30 in tutta l’area Mostra, alla faccia degli addetti, operativi da almeno un paio d’ore, giornalisti compresi; i quali, dovendo partecipare, dopo le proiezioni, a conferenze incontri cocktail vedono film a partire dalle 8 del mattino. Si tratta del baracchino in cui lo scorso anno, la sera, andavamo a mangiare il panino che faceva da cena, trasformatosi per chissà quali beghe di sottobosco aministrativo  in una sorta di centro di prima accoglienza, fra scatoloni e incartamenti, bancali e muletti da magazzino, senza un cestino in cui buttare i bicchierini del caffè, solamente zucchero di canna, niente per mescolare, cacciaviti in mezzo al mucchio delle brioches, gente completamente sconvolta di qua e di là del pezzo di legno che funge da banco, ubriachi e bambini nudi, suonatori di fisarmonica e soldati; per fare la schiuma del cappuccino, penso, un altro po’ e ci sputano dentro, come nel Machete osannato con ola e ovazioni a scena aperta di Robert Rodriguez – in sala, seduto di fianco agli attori, c’era anche Lapo, che rideva e abbracciava e applaudiva e rideva e abbracciava e applaudiva e rideva abbracciando persino a sé stesso, non dico altro. Se non che quanto Jessica Alba è carina e minuta e pulcina, tanto l’altro è il coglione allucinante che sembra; Machete, dicevo, che fra i film visti finora dagli abitatori dell’appartamento sembra quello su cui c’è maggior concordia.

Il documentario di Elisabetta Sgarbi si rivela una breve e arbitraria peregrinazione attraverso una nazione che, già piccola di suo, appare minuscola. Le domande che il documentario pone agli intervistati – che cos’è la cultura?, qual’è oggi, in Italia, la sua importanza?, si leggono libri, in Italia?, è importante, oggi, leggere libri? – sembrano formulate, sia che vengano intervistati intellettuali, sia che vengano intervistate persone comuni, in modo talmente generico e irrelato da non poter che aggiungere, in progressione geometrica, vacuità a vacuità, idiozia a idiozia, separazione a separazione – dal mondo della vita prima ancora che dentro al mondo della vita; separazione di chi, per fare un esempio, il tempo per leggere guardarsi intorno e pensare, se lo sogna; e separazione di chi, della lettura dell’osservazione del pensare, ha fatto professione ed evidentemente la sua specifica alienazione. Temi come quello del rapporto fra tecnica e cultura; o fra cultura e civiltà (un argomento che, esemplificativamente, trovandomi a una mostra di cinema, potrei banalizzare in questo modo: relazione fra sguardo, da un lato, e mezzi di produzione-diffusione di immagini, dall’altro); o ancora fra cultura e industria – cioè industrializzazione di processi di elaborazione di significato e fonti di valorialità che dovrebbero situarsi al di qua e al di là di una ragione ispirata in primo luogo a istanze di remunerazione diciamo capitalistica – non vengono, se non di sfuggita e con esisti prevedibilmente deprimenti per approssimazione e pochezza, chiamati in causa. Il pensiero che faccio, a un certo momento, è che non si cava sangue dalle rape. E l’enigma che m’incalza è se insieme alle tantissime rape, suo fratello compreso, messe in mostra dal film, sia da annoverare anche l’esangue Elisabetta, o invece, d’altro lato, se sia proprio questa pervasiva e apparentemente irreversibile rapizzazione nazionale che, con sottilissima perfidia, Elisabetta Sgarbi, intende suggerire, mostrando come un tema quale quello proposto, oggi, in questa nazione di rape, risulti semplicemente inaffrontabile. Se è vero che – dato il modo in cui vengono formulate le domande – il tempo a disposizione degli intervistati, specie qualora intellettuali di professione, appare manifestamente irrisorio, è altrettanto vero che quando lo è un po’ meno e l’autrice concede un po’ più di spazio alla singola “voce”, c’è da mettersi le mani nei capelli: Eco, per lo meno, tenta di inquadrare la questione e nel fornire una sia pur generica definizione di cultura (sistemi di valori, pratiche, convinzioni condivise da gruppi differenti etc., talché parlare di cultura appare insensato, meglio sarebbe riferirsi a culture e sottoculture), sostiene che le sempre stracolme grandi librerie di Milano e di Roma inducono a sospettare che più che un dato oggettivo, il fatto che in Italia si legga poco, costituisca una leggenda promossa dai mass media. Non c’è nessuno fra gli intervistati che senta la cultura come un possesso (Pasolini) di non facile acquisizione sul piano personale e a tutt’oggi non sempre ugualmente accessibile sul piano sociale; tutti gli intervistati sono pronti ad ammetterne la grande importanza, confermando il lavoro e la professione come fucine di cultura – essendovi localizzato l’apprendimento di sacrificio e fatica (cose appunto alle quali siamo tutti avvezzi). Ribadendone, tuttavia, al tempo stesso, l’accessorietà, l’inutilità o il puro e semplice carattere di orpello: i più espliciti in tal senso sono i ragazzi siciliani che, in un mondo di pc cellulari e tecnologie domestiche, ritengono la lettura di libri un’attività obsoleta e funebre, se non addirittura degradante. Non meno deficiente appare, da opposta prospettiva, la vedova di Moravia che, nel lamentare l’assoluto menefreghismo degli italiani (cafoni), afferma che non disporre di almeno un intero pomeriggio, ogni giorno, per leggere qualche grande autore, significa precludersi qualsivoglia possibilità di pervenire all’acculturazione poiché, a giudizio della vedova Llera-Moravia, leggere è una professione che come tale va presa. L’autrice, in verità,  mette insieme un documentario tecnicamente piuttosto ben fatto, con un paio di volti antichi e belli (e del tutto incongrui), con alcuni scorci paesaggistici “salvi” e sapientemente confezionati, ma non impatta mai contro niente, anche quando potrebbe, come una persona che fluttui in un mondo mondo poco più grande della sua stanza o come chi torni nella sua stanza di bambina, di ragazza, dopo un lungo periodo trascorso in altre stanze, trovando più o meno ogni cosa al suo posto. Nulla mi è sembrato in qualche modo emblematico, se non il vaneggiare di tutti intorno a qualcosa di cui, se ne occupino o meno, paiono non avere la più pallida idea; ma questo non farebbe problema, anzi l’apprezzerei se fosse la chiave per entrare in una visione, per quanto avalutativa, educata, rispettosa e sognante, personalmente irriducibile. Invece così a me non pare. A  fine film, tutti sembrano lieti, nessun dramma, nessuna tragedia, un po’ di vacua preoccupazione, la musica di Battiato – presente in sala; a nessuno sono stati pestati i piedi, gli intervistati hanno fatto la loro figura, una coppia di borghesi e due analfabeti sul traghetto fra Reggio e Messina hanno fatto un po’ ridere, Vittorio bacia e abbraccia, sua sorella sorride e saluta, il pubblico esce svagato, domandandosi cosa abbia visto, di cosa abbia sentito parlare, e soprattutto perché.

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