sabato

5 settembre 2010

È deprimente, tutto è deprimente in questo posto, il giorno come la notte, l’alba come il tramonto, penso, mentre i piedi nei sandali vanno riacquistando calore dopo il pomeriggio trascorso in dormitorio, la gelida sala in cui viene proiettata la maggior parte della sezione Orizzonti, che seguo con più assiduità di altre e che, malgrado gli agguati del sonno, ospita le cose migliori viste in questi giorni – un paio di documentari mi hanno regalato ciò che cercavo e che in una mostra come questa mi sembra ovvio cercare, trasportandomi in realtà e forme di vita agli antipodi dal mondo in cui vivo, tutto ciò che questo luogo di martellante distrazione e queste giornate di chiacchiera, nevrastenia, attesa, abiti, sfarzo, povertà di ogni genere, soprattutto relazionale, penso, soprattutto discorsiva, soprattutto umana in cui, per amore e soltanto per amore sono andato a cacciarmi… agli antipodi da tutto ciò, dicevo, che del mondo in cui vivo questa situazione compendia, riassume e rilancia a smisurata altezza.

È anche perché mangi poco, troppo poco, e durante il giorno non tocchi droghe o alcolici, mi suggerisce Umberto, per questo ti senti così depresso, dice, sorseggiando anice forte mescolato ad acqua da un bicchiere di plastica da birra media, mentre Gioia, più bella che mai, recandoci a vedere Potiche, la nuova cazzatina di Francois Ozon e La passione, l’ultimo orripilante cesso di Carlo Mazzacurati, si spazientisce: non capisco cos’hai, cosa ti metta di malumore, mi fai sentire in colpa, sembra che ti stiano tutti sulle palle, possibile non ti piaccia niente? Ma no, non è vero, le dico, sono soltanto un po’ così, per conto mio, eccitarmi non è il mio forte, cogliere l’attimo non è il mio forte, l’effimero precostituito e mitico non è il mio forte, guardare gli attori e le attrici, i registi e i critici famosi, i politici con le accompagnatrici o le mogli dei politici con la pletora di mostri al seguito, non ne parliamo, e poi hai sentito, no?, mangio poco, bevo poco, dormo poco, soprattutto scrivo e leggo poco, infatti non so che dire, cosa pensare, a cosa connettere ciò che vedo negli schermi e fuori dagli schermi. Starei leggendo un libro sull’individualismo e le sue fonti del grande sociologo canadese Charles Taylor, un libro che non sapevo di possedere e ho invece scoperto nella libreria di casa in seguito alla lettura di due belle recensioni su Nazione Indiana, e poi stavo studiando la Fenomenologia di Hegel, lasciata direttamente a Padova con il grosso di ciò su cui ero concentrato e che tuttavia ho sognato, Hegel, voglio dire, ci pensi?, insieme a Fabio Capello, in una specie di galleria d’arte, davanti a un quadro di fango. Bene!, fa Gioia, buon per te!, dice, guardandosi intorno, ma sono tutte cose che non c’entrano, dico, che non trovo il modo di fare entrare in questa euforia da evento che non avviene o è già sempre avvenuto anche quando sta avvenendo, in questa cazzo di festa a vuoto del cazzo. E che palle, Leo!, fa Gioia, affrettando il passo. Dammelo!, dico a Umberto al mio fianco, di nascosto, indicando il beverone che tiene in mano e lui schiude il primo sorriso che ricevo da giorni. Ho la schiena a pezzi, dice, quella terrazza mi sta massacrando, fa, guardando le spalle scoperte di Gioia. Cazzo guarda?, penso. Fortuna che in sala posso dormire, un sonnellino, sai, stanotte rimango in giro, spero di trovare qualcosa, una festa, un baracchino, magari un giro di canne per tirare l’alba come ai bei vecchi tempi, dice, ed estrae dalla borsa una bottiglia di anice che sostiene di aver comprato alla coop ma so perfettamente che ha arraffato dal mobile bar del salotto dell’appartamento. Non devi farti intimidire, Leo, mi dice, ricordati che sei in ferie. È una parola, gli dico, non mi sono mai sentito meno in ferie di così, circondato da gente che lavora e da una moltitudine che se anche non lavora sembra impegnarsi, qualsiasi sia l’attività in cui s’impegna – per esempio il guardare e il farsi guardare – come fosse l’ultima volta che in questa vita ne ha l’occasione. Appunto!, tu non lasciarti condizionare, ricorda che queste sono le tue ferie, e cerca di goderti la meraviglia di tipa che ti ritrovi. La conosci? L’ho conosciuta, due anni fa, dice. Ah!, faccio. Mai cagato di striscio, fa lui. D’un tratto mi sveglio, stavo sognando, sto sognando in continuazione, mi dico, mentre squilla il cellulare, rimetto i sandali, esco, cammino, entro in dormitorio, cammino di nuovo, rispondo ai messaggi, torno a casa, vado a vedere qualcos’altro, poi Gioia stacca per il pranzo, non mangiamo perché non ha fame e mentre evitiamo di mangiare le ronza il telefono, saluta un collega, saluta un vecchio amico, abbraccia un giornalista, mi dice di chi si tratti, chi abbia scortato alla tal conferenza, cosa si dica del tal film, come si sia comportata la tal delegazione – i cinesi sono sempre impeccabili, gli italiani sembrano il circo orfei – le ronza nuovamente il telefono, mi consiglia cosa vedere, si raccomanda di non fare cazzate, mi saluta, torno in appartamento, faccio il caffè, i giornalisti scrivono in arabo e parlano in arabo e troncano discussioni in arabo e scappano, resto solo e cerco di scrivere qualcosa ma il tempo non basta, quel che stavo scrivendo prima è totalmente scomparso dall’orizzonte, parlare di film mi deprime, scriverne non sono capace, a chi, poi?, questo è il problema!, allora leggo qualcosa, ma mi viene sonno, vado al dormitorio Orizzonti ma sbaglio giorno, sbaglio sala, sbaglio sezione, faccio confusione, c’è fila e non riesco a entrare, la proiezione è stata ritardata, cerco un posto in cui sedermi per far mente locale e scoppia l’uragano, nel fuggi fuggi scavalco il cancello perché la chiave non gira nella toppa, mi sfracello un ginocchio, mi scaravento dentro al palazzo, entro nell’ascensore e l’ascensore si blocca, morirò qui?, penso, mentre suono l’allarme, mi sento sfigato ma suono lo stesso, mi sento una macchietta ma suono ancora, mi sento ridicolo ma attacco il dito al campanello del cazzo, e d’un tratto, proprio quando mi decido a urlare, l’ascensore, che era rimasto a metà fra un piano e l’altro riprende a salire, ha smesso di piovere, penso, e poco dopo dalla terrazza della cucina dove dorme Umberto osservo le strade allagate, attraversate a nuoto o con imbarcazioni di fortuna da profughi sfollati e moribondi, apro l’acqua della doccia, ma è gelida, arriva il tecnico per la caldaia che, dice, si è inceppata, telefono a Daniel che non risponde, ad Alberto che non risponde, al Contino che non risponde, a Gioia che non risponde, il tecnico dice che non c’è niente da fare, ha poco tempo, lo stanno chiamando un po’ ovunque, ma il suo cellurare funziona?, gli chiedo, certo, dice lui, il mio pare di no, dico, rimaniamo d’accordo che farà il possibile affinché in breve arrivi il suo sostituto, il moldavo non proferisce, ma ha le mani d’oro e risolve giusto in tempo per l’arrivo di tutti, l’appartamento si popola, le priorità non son ben definite, i maschi se ne sbattono, ma c’è chi deve andare a una festa, si sorride mostrando i denti, si scherza tendendo le vene del collo, ci vuole un’ora per la doccia la piega la vestizione, quindi c’è fretta, muoviti!, muoviti ho detto!, ceneremo dopo, ceneremo domani, ceneremo il mese prossimo, ceneremo quando avremo il tempo per farlo!, andiamo al cinema andiamo al cinema andiamo al cinema a vedere l’orribile, irrecuperabile Mazzacurati e l’insignificante Ozon.

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4 Risposte to “sabato”

  1. Ivano Porpora said

    Giusto ieri ho visto il film della Coppola dopo avervi inviato un messaggio – mai giunto perché senza credito a sospingerlo.
    E oggi, in attesa del film di Schnabel, io e Silvia sul letto a guardare C’eravamo tanto amati.
    E a dirci che il cinema, in fondo, è proprio bello.

  2. Ivano Porpora said

    Ieri sera, invece, Schnabel.
    E a volte il cinema sa essere noioso, deprimente e pretestuoso.

  3. marta tur said

    ciao Umbe. Con te è impossibile rimanere poveri, relaziolamente, discorsivamente, umanamente. Mi arrichisci sempre.

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