il sogno di fabio capello

7 settembre 2010

… e poi stavo studiando la Fenomenologia di Hegel, lasciata direttamente a Padova con il grosso di ciò su cui ero concentrato e che tuttavia ho sognato, Hegel, voglio dire, ci pensi?, dicevo a Gioia, insieme a Fabio Capello e al Cahier, in una specie di galleria d’arte, davanti a un quadro di fango.

Proprio così, pensavo, nel sogno c’erano un signore molto anziano e un tizio di spalle che assomigliava a Fabio Capello e il signore molto anziano, pensavo, spiegava a Capello che Arrigo Sacchi vedeva il calcio, rappresentava il calcio certamente all’altezza del tempo, ma senza sentirlo, questo era il problema, pensavo, Sacchi non lo sentiva, o forse non riusciva trasmettere il suo sentimento alla squadra e quanto aveva ottenuto l’aveva ottenuto proprio in virtù di ciò che il suo calcio intendeva superare, vale a dire le mere individualità. Ma non appena le individualità si erano appannate, il sistema si era rivelato per ciò che era, un modulo, un meccanismo senz’anima, un sistema cibernetico e non una totalità, un dispositivo disumanato, una sommatoria di parti che nel tentare di porsi come tutto non fa che produrre complessità, il cui scopo in realtà non consiste in altro che produrre complessità, differenziazione ulteriore; reparti interpretavano in senso specialistico l’interazione con altri reparti, il terzino di fascia si specializzava sempre più marcatamente interpretando il suo essere come somma di specialità, finiva in sé stesso, era fatto di aggiunte finite, non faceva che incrementare la complessità senza giungere a una sintesi, non si supera, capisce?, non fa che andare sul fondo e crossare, va e crossa, va e crossa, ma cosa crossa a fare?, diceva, e perché crossa?, lui va sul fondo, ma chi c’è sul fondo?, va sul fondo e cosa fa?, crossa, va lì e crossa, come questo fosse il suo destino, come questo fosse il destino dell’universo, fosse per lui, l’universo stesso si contrarrebbe sul fondo per crossare, ma cosa crossa?, chi crossa, per chi crossa che non c’è nessuno, non vede?, lui va e crossa, va e crossa, anche quando non è necessario, si sente chiamato a raggiungere il fondo per crossare, invece che oltrepassare il fondo, invece che convergere, invece che rientrare, va crossa e rientra immemore, lui crossa, e crossa perché così gli è stato insegnato, ecco qual è il guaio, diceva l’anziano signore, tutto è positivo, non vi è nient’altro che il positivo, mi comprende?, lo vede?, il terzino di fascia considera la fascia per sé senza il resto, capisce?, diceva al signore di spalle che somigliava a Fabio Capello – divertito, a giudicare dalle spalle sobbalzanti, e tuttavia anche un po’ distratto, annuendo di fronte a una grande tela, una tela larga almeno cinque metri e alta tre, una tela molto materica, materica al punto che la roba, tutta quella roba che vi era depositata sopra, a ben guardarla, sembrava spostarsi. Le masse, lentamente, impercettibilmente, smottavano: andavano generandosi sulla parte superiore della tela, dove la materia palesava una consistenza più fluida e scura e picchiettata, dove sembrava quasi avesse appena piovuto o stesse addirittura in quel momento piovendo; e tendevano a coagulare nella zona centrale del quadro, dove la concentrazione era maggiore e il movimento si faceva visibile e intere masse scivolavano l’una sul soggiacente piano dell’altra, senza trovare l’appoggio ruvido della tela, sporgendosi nel vuoto, cosicché ogni tanto cascava per terra una chiazza. In effetti era fango, diceva il signore che somigliava a Fabio Capello, proprio fango, diceva, raccogliendo la zolla, ricompattandola nelle mani in forma di palla e ridisponendola all’interno del campo di calcio tutto infangato che la tela conteneva, un campo di calcio senza erba, dalle linee di gesso quanto mai abborracciate, un campo da calcio parrocchiale, percorso da palloni sgonfi e squamati, oppure da palloni divenuti leggeri e durissimi, palloni assai dolorosi, assai poco maneggevoli, palloni assassini, palloni chiodati, palloni che andavi a calciare con tutta la forza di bambino che avevi, quando tutta la forza che avevi, allorché ti accingevi a tirare da fuori area, significava sperare di arrivare a malapena alla porta, e impattavi il pallone, e il pallone era chiodato e ti rimaneva attaccato al piede. Cos’ha da ridere?, diceva l’anziano signore, la fa ridere questo campo da calcio?, non coglie la metafora, non vede che è un campo di morte?, lasci stare i chiodi al loro posto, non li estragga dalla terra, se non vuole che escano ossa, lasci riposare i morti, diceva l’anziano a Capello, che annuiva, in questo campo da calcio di parrocchia hanno seppellito tantissima gente, diceva, in questo campo da calcio infangato hanno seppellito intere generazioni, diceva, intere generazioni seppellite all’incrocio dei pali, diceva, sacrificate all’incrocio dei pali, ai pali incrociati, diceva il vecchio, stampati all’incrocio, crocifissi sui pali bianchi, sotto la pioggia, sotto il sole, sotto la luna e le stelle, li vede?, diceva, migliaia e migliaia di pali incrociati sulle zolle, senza reti, migliaia di tiri che non trovano la rete, migliaia di tiri all’incrocio dei pali, migliaia di razzi, di missili, migliaia e migliaia di bombe all’incrocio dei pali, senza una rete, diceva, lasci stare i chiodi dove sono, li lasci sui pali agli incroci bianchi e sui palloni chiodati, l’Europa è un campo da calcio senza le reti, diceva, senza tradizione, una partita di goal realizzati a vuoto, di concetti realizzati a vuoto, di coscienze maturate a vuoto, partite e partite di goal straordinari, di goal geniali, tutti a vuoto, tutti in bianco, tutti all’incrocio dei pali, senza una rete sulla terra, solo fango e pali bianchi incrociati, senza più uno straccio di tradizione a raccogliere, a insaccare, a gonfiarsi, e chi ha strappato la rete?, io non ne avevo nessuna intenzione! Era un *** ipotizzava Capello, un ***, ma avrebbe potuto anche essere, a ben pensarci, un ***, uno che con Hegel in effetti un po’ ce l’aveva, lasci perdere ***, ma soprattutto lasci perdere ***, capisco possano piacerle, ma li lasci perdere, Capello, anzi le dico una cosa, lasci perdere tutti, e si concentri sulla tradizione, si concentri sull’incrocio dei pali, del resto non avevo alcuna intenzione di rompere, come lei, è chiaro, nonostante le piacciano questi quadri, le diano un brivido, facciano da camera di compensazione. Ma che antichità!, che antichità santo cielo!, interveniva un signore calvo, di bassa statura, minuto, intabarrato in un lungo manto nero, dal colletto alto e finemente damascato. Era il Cahier, dissi al signore che somigliava a Fabio Capello, sui cui occhiali, spessi al punto che sembravano fatti da due lenti distanziate, lo vedevo riflesso, non è che il Cahier!, dicevo, è il Cahier divenuto vecchissimo!, urlavo scivolando sul dorso di una sfera invisibile, una sorta di poltrona invisibile, il dorso di uno specchio convesso, riflesso sulle lenti degli occhiali del signore che somigliava a Fabio Capello, lenti separate da un’intercapedine in cui la luce fredda e spiovente dei riflettori di uno stadio, o dei riflettori di un grande raccordo, i riflettori lasciati accesi sulle intelaiature sventrate e le strutture cruciformi di uno dei tantissimi lotti in edificazione ai margini della città, luce!, luce!, luce dentro agli scavi delle fondamenta, nelle depressioni accentuate dalle terre di riporto, che creavano terrapieni e colline artificiali, luce bianca, luce alta, luce diffusa, che rimaneva intrappolata in quegli occhiali dalla montatura ingegneristica, una montatura logica, una montatura di Rubik, pensai, che ricordava la sezione di un grattacielo dai piani progettati per ruotare sull’asse del grattacielo di Rubik per catturare la luce o evitarla, per esporre larghe ali coperte di lenti come elitre da un dorso, facendo perno sulla montatura liberando il dorso vitreo del del grattacielo dalle tante montature strutturali, pensai, una sull’altra, di piano in piano, di sezione in sezione, ridotte all’osso, eppure solidissime, indistruttibili, fatte per intrappolare e rielaborare la luce in sfere intercise da segmenti accecanti che dal lato esterno della doppia lente destra e da quello interno della doppia lente sinistra, dove le bolle di luce intrappolata, come su un fondale, si erano depositate, debordavano all’esterno. E mentre il Cahier ripeteva che antichità!, che scavo!, che cimitero!, ma fate un bel sorriso ogni tanto!, lasciatevi un po’ andare!, almeno in discoteca!, scivolava sul dorso della sfera di luce intrappolata fra le lenti degli occhiali, io mi trovavo d’un tratto nel quadro del campo di morte, fra gli incroci dei pali, incroci bianchi illuminati dalla luce spiovente dei riflettori, muovendo i passi sotto una coltre di nebbia schiacciata, in un terreno colloso, in una melma aggressiva, in un mastice odoroso che tuttavia non arrivavo a vedere; dove sei, tesoro?, dove sei, Gioia?, chiamavo…

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2 Risposte to “il sogno di fabio capello”

  1. Ivano Porpora said

    Ecco. Questo brano mi dice come io non possa adeguarmi allo spazio d’Internet e alla dittatura verticale del monitor.
    Questo brano è da libro – e lei lo sa, caro C., a che libro io stia alludendo.

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