onirotecnica

9 settembre 2010

Fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte (o fradice e inutilizzabili) ma noi si deve andare. Al cinema. Per lo più al dormitorio, la sala in cui seguo la sezione Orizzonti.

Non che altrove non si dorma. Si dorme un po’ ovunque, ho constatato, a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza distinzioni di sesso età professione nazionalità. Si dorme ovunque, sebbene, a seconda delle sale in cui ci si rechi a dormire, non con la medesima consapevolezza, né con la medesima determinazione e, di conseguenza, con lo stesso appagamento. Una cosa che ho capito al trascorrere dei giorni, abbandonando le normali attività della mia vita quotidiana e lasciandomi sommergere dal diluvio, concerne infatti il sonno, l’importanza del sonno, la consapevolezza e la determinazione con le quali lo si cerca, custodisce e condivide, con le quali lo si nega, trattiene e accoglie. Si va consapevolmente a dormire. E si vuole, in effetti, dormire. Dormire insieme è del resto un’esperienza bellissima, primigenia e cavernicola; un’esperienza alla quale chi abbia una frequentazione normale del cinema e dunque veda uno o due film la settimana, nella sua città, difficilmente può attingere; il senso di quieto, ordinato fervore che anima la sala prima della proiezione – le persone sedute ai loro posti, i telefonini che si illuminano, le chiacchiere dei vicini, le loro magnifiche distrazioni – insomma il classico colpo d’occhio che tutte quelle file di teste diritte, appaiate, ordinate e leggermente oscillanti come in un campo di girasoli, offrono normalmente, costituisce quanto di più lontano ci si possa attendere recandosi al dormitorio – e, in certi momenti, anche alle altre sale. Sul rassicurante campo di girasoli sembra essersi scatenata la furia di una tempesta, l’aratro di una torma di contadini ubriachi: le teste appaiono divelte, piegate e rigirate innaturalmente verso il soffitto, il pavimento, le pareti laterali, mentre le file, completamente disarticolate, procedono per grumi intervallati da crateri, ammassi piriformi e zolle sminate. È chiaro che molte delle persone presenti, come chi scrive, che si è pure buscato l’influenza, hanno cercato anzitutto un riparo, un cantuccio in cui rannicchiarsi per lasciarsi traghettare nel ventre di un sogno, o di un incubo, tanto più condiviso quanto più consapevolmente dormito. È impossibile, d’altronde, non riconoscersi. A parte il tipo di accredito – generalmente quello di grado gerarchicamente più basso – si cammina allo stesso modo, si presenta l’identico allucinato pallore, ci si imbambola in mezzo alla strada, sotto la pioggia come sotto il sole, catturati dall’ulteriore, e sempre meno discernibile, visione; cosi accade di prendersi per mano, accarezzarsi i capelli, gettarsi sulle spalle una giacca, un pulloverino, ricondursi pian piano nella grotta dei sogni. E’ molto bello. Anche perché non tutti possono permetterselo. Chi deve scrivere ogni giorno uno o più pezzi per qualche testata, per esempio, non può. Anche qualora gli sia stata esplicitamente assegnata una sezione appartata, priva di stelle e colore, quindi di qualsivoglia notiziabilità. Chi deve scrivere, d’altra parte, è abituato ai festival, e conosce bene ciò di cui parlo. Non è un caso che molti abituè deambulino di sala in sala e di spettacolo in spettacolo rigorosamente in coppia o in gruppi organizzati; e parlando un po’ con alcuni di loro ho potuto appurare l’esistenza di varie e collaudate tecniche. Tecniche del sonno dosato. Dello spezzettamento della visione. Della staffetta delle veglie. Sprattutto, della ricomposizione intersoggettiva dell’esperienza. Secondo dosaggi e intenzioni differenti in base al numero di visioni e degli articoli da produrre nell’arco della giornata. Certe pellicole, d’altronde, non possono essere apprezzare se non dopo aver compromesso barriere e oltrepassato soglie che, normalmente, si compromettono e oltrepassano allorché non si mangi, beva e soprattutto dorma da qualche giorno. Sono certo di aver visto, in questo stato, fra decine e decine di oggetti visivi, almeno un capolavoro assoluto. Sono altrettanto convinto che, una volta uscito di qui, faticherò non poco a riconoscerlo come tale. E qualcosa mi dice che chi lo ha girato, questo lo sa.

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