sono forze millenarie

14 novembre 2010

L’altra notte mi sogno di essere nell’appartamento in cui vivo, in una stagione che è adesso, ma sembra settembre, con una luce di taglio da metà febbraio. Eppure fa abbastanza caldo. Suona il telefono e mi dicono che finalmente posso partire per Los Angeles. Io mi dirigo verso il terminal, salgo una lunga scalinata e arrivo nel punto preciso in cui ho appuntamento con Umberto, che parte con me. Al posto suo c’è Sean Penn, che mi saluta con affetto. Ha una camicia azzurra, modi gentili, e il ciuffo di capelli portati all’indietro, in ordine. Un po’ sorpresa gli chiedo perché ci sia lui al posto di Umberto e dove sia Umberto, che ho cercato ripetutamente al telefono e non mi risponde. Al ché Penn, sorridente, afferma: – Umberto ti aspetta a Los Angeles. È già là. Umberto sono io. – No – faccio – tu sei Sean Penn, non sei Umberto. – – continua lui – sono Sean Penn e sono anche Umberto. Riluttante salgo sulla navetta che dovrebbe portarci all’aereo (Padova-Los Angeles, 8 ore senza scali!), ma invece di percorrere pochi metri, attraversiamo una città che è Padova, ma è Milano e sembra la Svizzera. Arriva un’hostess, stizzita mi dice – Dov’è il tuo bagaglio?Non ce l’ho – non avevo niente a casa, non c’era nemmeno la valigia – son partita di fretta. Seccata, scuote la testa e definitiva – Non si può andare a Los Angeles senza un bagaglio. Non puoi partire. Guardo attorno imbarazzata e vedo Penn che mi allunga un computer e mi consiglia di tirar fuori da lì qualche vestito. Io disegno col dito abiti sul monitor che immediatamente si materializzano al mio fianco. E però non sono convinta, è tutto così affrettato, e poi dove diavolo è Umberto, perché non risponde, e su questo mi sveglio e me lo trovo lì vicino a me che dorme.

Nel sogno di questa notte, invece, siamo a Papozze, dai miei, io e Umberto abbiamo dormito entrambi nel mio letto a una piazza al piano di sopra. Ci ha svegliati, in mutande, calze di cotone e maglietta della salute, sulla quale penzola una collanina d’oro che sostiene l’effige di una madonna o di un cristo, il presidente dell’ente per cui lavoro, che mi chiede, quasi con eccesso di cortesia, di salvare il trailer dell’ultimo film di Costanzo in una chiavetta e poi trasferirlo sul suo portatile. Il file da salvare consiste in una piccola bolla fatta da tante goccioline verdi di umidità, sospesa nell’aria, una corolla di fogliame liquido che, risucchiata dalla chiavetta, può aver accesso al computer. La stanza adibita a svolgere queste operazioni è il salotto, ma con arredamento, divano, scrivania, libreria, poltrona, di quando ero bambina, più di vent’anni fa. C’è ancora la moquette beige per terra. C’è anche il giradischi. Guardando il corridoio, le altre stanze, intravedo il mio capoufficio, che agita dei fogli nella mano sinistra, mentre con la destra scrive un messaggio col cellulare, il direttore (tutti lì?) che rilascia un’intervista a una tv estera, passando dal cantonese al portoghese senza alcuno sforzo, e una serie di amici e giornalisti con cui dividiamo l’appartamento al Lido durante la Mostra del Cinema. Mi affaccio alla finestra e vedo l’Excelsior. Allora capisco che quella è casa mia a Papozze, ma è anche l’appartamento di via Morosini al Lido. Frastornata cerco Umberto per chiedergli se a lui la situazione risulti un po’ più chiara. Lo chiamo al telefono e non lo trovo. Mi sveglio.

Ora, ciò che appare più evidente è la difficoltà di contattare Umberto al telefono, anche in sogno. Ma non è questo il punto. Raccontandogli della vivace attività onirica di questi giorni, mentre facciamo colazione, mi torna in mente la cena di qualche sera fa con Daniel e Bruno Kleiber.

Ragazzi, ci siamo persi qualcosa! Ma l’avete vista la coda chilometrica che uscita dal cinema di Limena, il sabato, va a schiantarsi al McDonald’s? Eh? Tu Umberto, non lavori in quel cinema lì? Ah, l’avete vista. Ma è o non è pazzesco? È pazzesco, no? Lo scorso sabato, ero in tangenziale, tornavo dal cinema coi figli, e ti vedo questa coda favolosa. Alle 7 poi, che è un’ora… nessuno si mette a tavola a quell’ora. Noi ci siamo persi veramente qualcosa per strada. Cioè, noi qui abbiamo delle persone, va bene, in una cazzo di macchina, va bene, imbottigliate nel traffico per un panino. È pazzesco. Tu, mamma, papà, bambini, famiglia, stai un’ora e mezza nel traffico a aspettare un panino! Questo è. E noi non abbiamo capito un cazzo. Niente.

– Sì, sì – fa Daniel – li ho visti. Bah. Posso dirti? Si son fottuti il cervello. Ma sì, ma ascolta, che modo è di passare il sabato pomeriggio? Non so. Ci piace? Voi lo passavate così da bambini il sabato pomeriggio? Segui il mio ragionamento. Noi siamo diversi perché erano diversi i nostri genitori. Se penso a mio padre, a quando mi portava al cinema le prime volte. Che, voglio dire, per un bambino piccolo, andare al cinema. Voglio dire. Attraversavi il centro. C’era gente, c’era casino. Cioè, per un bambino piccolo, c’era casino. Il sabato, la domenica. Un casino. Però era bello quel casino lì. No? Ve lo ricordate il casino del sabato e della domenica? Per andare all’Altino attraversavamo le piazze e c’erano sempre le bancarelle. E poi all’uscita, tipo, in questa stagione andavamo a prendere le castagne in Piazza della Frutta e, quando faceva caldo, il gelato. Ma vuoi mettere? No? No, intendo: vuoi mettere andare al cinema e poi a mangiar le castagne in piazza, col banchetto e il fuoco, e la gente seduta lì per l’ora dell’aperitivo, che tu da piccolo pensi quando ci sarai tu seduto lì? No? Cioè, quando andrai lì da solo, no, con gli amici o la ragazza, a bere l’aperitivo. E poi avrai anche tu l’amico mona che è già ubriaco alle 5 del pomeriggio e tu che gli fai: ma allora sei mona? Come si fa a essere già ubriachi alle 5 del pomeriggio? E poi la morosa che avrà i coglioni girati perché ha il ciclo e il mona è arrivato ubriaco. No? Le conosciamo queste cose. Chi è che non ha avuto una morosa che rompe i maroni perché ha il ciclo? Lo morose rompono sempre i maroni quando hanno il ciclo. Ma, mi segui? È così per tutti, no? L’amico mona, la morosa rompicoglioni. E tu che da bambino ci pensi, no? Perché non è che non ci pensi. Capisci cosa intendo?E ti dici: c’è casino, ma è avventuroso. Ti dici così, no? Cosa ne pensa un bambino dell’avventura? No? No so, ditemi. Cosa ne pensiamo, noi, dell’avventura? Ci piace? Siamo d’accordo, no? C’è dell’esotismo. Vuoi mettere col McDonald’s? Anche lo spritz. Che colore ha lo spritz? Del tramonto, no? Una bevanda esotica. E poi. Il tramonto. C’è anche del romanticismo, nel tramonto. Mi segui? Tu ci pensi da bambino. E poi da grande, tuo padre lo ringrazi. Questo padre. Ovvio. Perché ti ha fatto conoscere il mondo. Capisci? Cioè, pensa se mio padre, invece che portarmi lì, mi avesse portato al McDonald’s… No, guarda. Ascolta. È che son proprio cambiati i padri. Io li vedo. Anche al cinema. Son le famiglie a esser diverse. Le guardi e ti dici: cos’abbiamo qui? Delle famiglie. D’accordo. Ma come sono queste famiglie? Cioè, sono famiglie normali? Sono come la mia? Non so, ditemi. Cioè vengono al cinema, mangiano queste vasche di pop-corn, di dolciumi e di schifezze varie che ti vendono al bar e poi vanno a fare un’ora e mezza di coda al McDonald’s. No. Ditemi. È normale?

Magari – dice Umberto – quello è anche l’unico momento, nel corso dell’intera settimana, in cui la famiglia si ritrova. E parla. Cioè, stanno assieme.

Ah, sì – continua Daniel – niente di più facile. E però. Sai cosa ti dico? Hanno rotto i coglioni. Ma sì, ma ascolta. Li hanno fracassati. E la famiglia unita, e i bambini che sfasciano i maroni per un panino, e i genitori troppo indaffarati durante la settimana. Anche questi genitori. Vogliamo parlarne? No? Voglio dire: che famiglia abbiamo qui? Voglio dire: e allora? Voglio dire: che genitore sei? Non so se mi segui. E poi, alle 7 di sera! Alle 7! Chi è che mangia alle 7 di sera? All’ospizio mangiano alle 7? Neanche loro! Nessuno mangia alle 7! No? Non so se capisci. Mi pare che siamo d’accordo, no?

Ma provare a pensarlo come un rituale? – provo a intervenire – Un rituale come un altro.

No – riprende Bruno – non è la stessa cosa. Non è la stessa cosa. Nel senso, quando tu partecipi a un rituale, va bene, spendi sempre qualcosa, anche te stessa, ma per ottenere una qualifica. Un lasciapassare. Cioè tu, va bene, all’interno di un rituale, cerchi un riconoscimento. Nella fila al McDonald’s questo riconoscimento non c’è, questa qualifica non c’è. È puro anonimato. E non è giustificabile nemmeno dal fatto che è di moda andare lì. Perché quello che spendi in termini di tempo, noia, rottura di coglioni, non è ripagato. La posta in gioco, va bene, non può essere un panino. È evidente. E in quel luogo non si decide nulla che ha a che fare con te, col tuo grado sociale. È l’esatto contrario di qualsiasi tentativo di appartenere a un gruppo sociale, a una cerchia di amici, a una classe, va bene, chiamala come preferisci, che ti garantisca una visibilità. Cioè, che ti connoti. La fila al McDonald’s ti garantisce l’anonimato. È incomprensibile.

Ma magari è incomprensibile per te – rispondo io – che hai altri parametri.

No, vabbè, ma ascolta. – fa Daniel – Cioè. A te è mai capitato di fare più di un’ora di fila per andare a vedere un film, a Venezia? Perché la fai, sotto il sole, un’ora di fila, per un film. No?Voglio dire: è capitato a tutti, no? Perché, ce n’è di gente che fa la fila sotto il sole per vedere un film. Salti il pranzo, non vai in bagno da tre giorni, hai dormito poco perché la sera prima sei stato a una festa e hai bevuto. No? Non è così? Voglio dire: a una festa si beve, no? Voglio dire: a una festa si balla, no? Anche se c’è una musica di merda e tu non vai in bagno da tre giorni. Ma non fare quella faccia! Ma non sei mai andata a una festa? Senti, le feste sono così. Voglio dire: cosa si fa alle feste? Cioè, non so se mi spiego. Tu cosa fai a una festa? Te ne stai lì seduta in un angolo a pensare all’ultimo piano sequenza che hai visto? Non so. Eh? Cioè, io sono il primo a dire che delle volte ti prende così, cioè che sei in mezzo alla gente, tipo, al supermercato, e ti metti a riflettere su un piano sequenza o sulla battuta di un film e quello dietro di te ti fa: ma allora si muove o no? Non vede che c’è la fila? Sempre queste file. E la cassiera che ti guarda male perché le fai perder tempo e tu pensi: Che cazzo guardi, che sei pure strabica. Non so. Sono il primo a dire che può capitare. A me capita sempre. Una volta mi è capitato anche a un incrocio. Hai presente quello dopo il Barabba? Dove c’è la rosticceria cinese? Ma sì, dai, quello per andare in corso Milano. Eh, pioveva e mi sembrava di essere in Blade Runner. E dentro di me pensavo: sai se dalla rosticceria cinese adesso esce Harrison Ford? E così ho perso due semafori. Al terzo è arrivata una macchina e mi ha suonato. Perché il cinema mi piace. Ho cominciato a comperare “Ciak” a 12 anni con la paghetta della domenica. Non so. Vuoi che non sappia? Lo so. Ma non a una festa. A una festa si beve, si balla, ci si diverte. O no?E comunque non è che poi il cinema ce lo dimentichiamo. Cioè, voglio dire: siamo a una Mostra del Cinema. Come fai a dimenticartelo? No? E infatti alle 2 te la fai un’ora di coda sotto il sole per vedere un film, anche se poi il film fa cagare, ma…

– Ma sì, certo, e anche perché magari è l’unica possibilità che ho di vederlo…

Appunto! Lo vedi che sei d’accordo con me? È diverso, no? Mi segui? È diverso perché a te il cinema piace, ci tieni, l’hai studiato. Non è la stessa cosa, non è un panino…

Ma la questione non è il panino. Probabilmente il fatto di organizzare, che so, il sabato in quel modo, è rassicurante. È una specie di ancoraggio a qualcosa. È, come diceva lui, l’unica volta in cui la famiglia, forse si ritrova. Si va al cinema, in quel cinema, a vedere quel film, e poi si va a mangiare lì, perché è così ogni volta, con quella fila, con quell’odore, con quei tempi. È abitudinario e quindi rassicurante. E, insomma, non è mica nuova – concludo.

Ma, scusa – riprende Daniel – no, ascolta, ma allora non hai capito. Senti. Ad esempio. Ascolta, ti è mai capitato di aspettare fuori da uno di quei locali, hai presente, no? Tipo quelli, ma sì, tipo quelli che si vedono anche nei film, che la gente aspetta fuori, hai presente, nei film americani, che la gente aspetta fuori, perché il locale è figo e c’è il buttafuori di colore grande e grosso che guarda tutti storto, col brillante all’orecchio, hey fratello, yeah? Son così, no, i buttafuori di quei locali. Che stai in fila anche due ore e col freddo ti verrebbe anche da andare a pisciare. Ma dove vai? Sei in mezzo a una strada! Puoi pisciare contro al muro con la fila che ti guarda? Non so. Ditemi. Che magari sei anche lì con la morosa che poi si incazza perché si vergogna ché il resto della fila ti prende per il culo. Mica puoi pisciare per strada, no? E dunque? No, chiedo: e allora? Cerchi di entrare, no? Ci sarà un bagno dentro al locale, no? E allora che fai? Aspetti e la tieni. Ovvio. Che poi, voglio dire, è anche una fregatura. Cioè, ti girano i coglioni, no? Perché, lo sappiamo come sono questi buttafuori, no? Cosa fanno. Anche lì, io mi vedo il film americano. Perché è uguale. In quanti film americani c’è il locale col buttafuori che tu sei in fila e fa entrare un altro dopo di te, ma come, fai, ma c’ero prima io, e invece no, entra l’altro, perché è un tipo più figo di te, o lo conosce o è assieme alla tipa che è un pezzo di figa. Sai, no, com’è. No? Ti è mai capitato? A me sì. A Roma. No, perché, allora sì, si capisce, cioè, è inutile incazzarsi. È così dappertutto. Mica solo a Roma o nei film americani. Dappertutto. E poi? Dico: e poi? Appunto. Poi finalmente entri, e ti dici, cazzo, son stato un’ora in fila, ma il locale, bè, è tutto qua? Cioè, son stato in fila un’ora, cazzo, per questo? Cioè, ha senso? No, ma, voglio dire, ha senso? Sì, perché tutti vogliono esserci, no, vogliono farsi vedere lì, perché quello è il locale figo, e allora, la fila la fai, perché ha senso, no?

– Ma vedi, per me la fila non la farei perché non mi piacciano i locali…

Sì, vabbè, ho capito, ma capisci, no?

Sì, certo, e quindi capisco anche il McDonald’s.

No, bè, ma allora non hai capito. Ma dov’è? Cioè c’è un valore…

Ma lascia perdere il valore. È la stessa cosa perché…

Ma come? Ma no. No, è un’altra cosa, cioè, ma che valore è farsi vedere al McDonald’s? Cazzo, andiamo a farci vedere al McDonald’s. Cazzo, sai che figata farsi un’ora e mezza per andare al McDonald’s?

Perché farla per entrare in un locale?

Ma tu l’hai fatta la fila per andare al McDonald’s?

Ma io al McDonald’s non ci vado neanche se non c’è nessuno perché mi fa schifo quello che ti danno da mangiare.

E invece – interviene Umberto – guarda, ci son dei momenti stranianti lì dentro, mi verrebbe da dirti quasi poetici, tipo alle 2 del pomeriggio, quando quelli degli afterhours stanno tornado,con la fame chimica addosso, e c’è qualche famigliola straniera, oppure qualche padre col figlio, magari divorziato, ha il bambino per il fine settimana, lo porta lì la domenica… E allora vedi questi tipi allucinati, con le facce stravolte, gli occhi come due spilli, che tornano dalla nottata passata in giro, e le famiglie, che è la loro uscita settimanale, sono anche allegri e ben disposti, e insomma, è uno strano aggregato di umanità differenti, ma c’è una bellezza, che poi, forse, è anche dovuta alla luce che c’è lì dentro. Son le 2 del pomeriggio, il cielo sopra la tangenziale, che è uno di quei cieli, che sembra Los Angeles, con quell’azzurro caliginoso che sgrana la luce, e poi ci sono questi neon, e i colori del bancone e dei tavoli…

– Sì, vabbè – sbuffa Daniel con un mezzo sorriso da compatimento, socchiudendo gli occhi, mentre allunga la mano verso il suo bicchiere di birra – troviamo la poesia anche in un cesso, allora. No, dico, già che ci siamo.

No, volevo dire – riprende Umberto – non vedi in trasparenza. È tutto artefatto, e l’artificio è anche passato, ha qualcosa di già vecchio, e c’è la tipetta composta che mangia le patatine lentamente, i ragazzetti che si ungono con queste salse, la mamma coi tovagliolini in mano, e l’odore dolciastro, industriale, e poi c’è questo lucore riflesso dal vetro, un po’ sporco, con i graffi e le diteggiature, ed è opaco, e tu sei come sospeso… La luce dentro è separata da quella fuori, cioè, c’è come uno spostamento… cioè, è strano, ma è… è anche bello…

Sì, lo so che mi ci volevi portare una volta – sorrido io.

Sì, perché sembra un posto alla Gus Van Sant, tipo Elephant, secondo me potrebbe anche piacerti…

No – riprende Bruno, scuotendo la testa e fissando sconsolato la mezza pizza avanzata – no, non è così. Vedi, Umberto, la bellezza che tu descrivi è la bellezza implacabile di una trasformazione epocale. È insidiosa, perché ti lascia assolutamente sbalordito. Assolutamente. E impotente. Te ne stai lì, la guardi, credi di afferrarla, eppure non è così. È finita. E non ce ne siamo accorti. Noi siamo finiti. Siamo a terra. Non è il locale. Non è il cinema. Non c’entra. Noi, noi qui, intendo, noi tutti, siamo stati investiti da un mutamento che non siamo in grado di metabolizzare. Io mi sforzo di capire. Ogni fottuto giorno. Ho tentato, credetemi. Ci sono dei territori emozionali, va bene, simili per tutti. Non importa che tu sia un commercialista o un commesso, un imprenditore o una parrucchiera. Non importa tu abbia attraversato, nella tua maledetta vita, va bene, un periodo buio o uno felice, che tu abbia fatto soldi a palate o che tu abbia fatto la fame. Non importa. C’è sempre un dannato territorio comune. Ed è quello che va mappato. Ma qui, qui dove siamo adesso, in questa deriva assolutamente micidiale, qui, non è più possibile. È un nuovo corso che avanza e risulta totalmente incomprensibile. Il cambiamento è tale, va bene, che tocca luoghi profondissimi della vita di ognuno, ai quali non abbiamo accesso, non siamo sensibili. Mi spiego. È come se ognuno di noi avesse dei ricettori di onde, ma questi ricettori non captassero alcuni segnali. Non li riconoscessero. Quando l’invasione è palese, quando il contesto in cui viviamo, va bene, il fottuto contesto in cui abbiamo imparato a vivere, va bene, si è completamente ribaltato, è troppo tardi. Noi, con i nostri libri, la nostra cultura, il buon gusto e le buone maniere, non possiamo fare più niente. Nulla. Siamo al palo. O ci si adatta o si rimane al palo. Ma io non ce la faccio a essere mimetico perché non capisco. E, intendiamoci, faccio l’avvocato. Devo essere dannatamente mimetico per mestiere. Eppure non ce la faccio. Ma poi, guarda, non è neanche questo. Non è neanche questo. Cosa significa essere mimetici con questi che avanzano? Cosa abbiamo? Abbiamo una maledetta popolazione, va bene, risucchiata in un luogo che non è alcun luogo, con un’esistenza che non conosce la distinzione, non conosce definizioni, sfumature, fatta di persone assolutamente identiche. Non c’è distinzione. Non c’è protagonista, non c’è antagonista. Non c’è racconto, va bene, non c’è narrazione. Allora, per me, è incomprensibile. Io non posso capire, va bene. E senza possibilità di comprensione accetto la fine. L’accetto. Ma che almeno sia gloriosa.

Bè, ma magari il cambiamento di cui parli, non è un vero cambiamento. – dico – Magari è solo l’emersione di un movimento che è sempre stato lì, nascosto. Sotterraneo.

Mah…Non so… No. Ti faccio un esempio. Tu l’hai letto Houellebecq? L’abbiamo letto l’ultimo di Houellebecq? Se non l’avete letto, leggetelo, è straordinario. Ecco, Houellebecq ha capito tutto. Tutto. Nel suo penultimo romanzo, anzi, no, nel suo terzultimo, La possibilità di un’isola, scrive, cito a memoria, eh, “Le gioie dell’essere umano ci restano insondabili; i suoi dolori, invece, non possono distruggerci; le nostre notti non vibrano più di terrore né di estasi. Però viviamo, attraversiamo la vita, senza gioia e senza mistero, il tempo ci pare breve”. Eh… sono forze millenarie. Millenarie – ripete Bruno.

Probabilmente sto lavorando di fantasia io – mi fa Umberto, due ore dopo, mentre stiamo tornando a casa in macchina – ma a me è sembrato anche commosso.

Chi? Bruno? – rispondo.

Sì. Non so, secondo me è anche per via dei figli, ma sente una vicinanza pericolosa, che gli fa paura, lo spaventa.

Non saprei, può darsi. Sì, può darsi che un giorno si ritrovi i bambini che gli chiedono di andar lì, perché gli amichetti ci vanno. Non so, ma non credo sia questo. E poi non ci credo che non capisca. Non vuol capire. Si rifiuta.

È possibile. Ha avanzato anche stavolta la pizza, ti sei accorta?

Sì, come quest’estate. Dici che sia il nervoso? Bè, ma lui è sempre stato magro, non mangia molto.

Mi è sembrato stanco. E sarà anche teso, insomma. E poi, hai sentito? Si alza alle 6 e mezzo la mattina per scrivere, poi va al lavoro e avrà dei casini, come sempre, come tutti. E poi c’è la famiglia. Anche lui si barcamena. Arriva a sera “E allora? Come va? Non vuole andare male!”, pimpante, sorridente e però è stravolto.

Eh già.

E mica lo penetri, penso, mentre mi strucco davanti allo specchio del bagno. Forse solo una volta, sarà stato quattro anni fa, mi ha detto una mezza frase parlando di sé, delle sue scelte, ed era sincero. L’unica volta che mi è sembrato disarmato. E stasera. Non era commosso. In difficoltà sì, però.

Incastro i piedi sotto le gambe di Umberto che, coperto dal piumone, mi fa spazio nel letto, bisbigliando qualcosa già impastata dal sonno.

Bruno è un personaggio viscontiano. Tragico, perché il suo mondo, in cui ha imparato a muoversi, che gli riconosce uno status, non è che sta crollando, peggio, sta mutando in qualcosa che letteralmente lo schifa, gli fa ribrezzo. E quel poco che ancora ha a che fare con lui si sta rimpicciolendo. Bruno Kleiber è un bell’uomo di cinquant’anni. Ti verrebbe da chiamarlo ragazzo, come tutti quelli della sua generazione. Hanno vent’anni più di me, e mi sembrano miei coetanei. Elegante, educato, fine, molto colto, molto intelligente. Vuoi che non capisca. Capisce, sì. Ma si rifiuta. I suoi vestiti, sempre di ottima fattura, non sono mai alla moda e i jeans, assai belli, hanno un taglio che si usava negli anni ’80. A guardarlo bene Bruno ha qualcosa, nell’abbigliamento, nei modi, che non è di questi tempi, ma rimanda a venti, trent’anni fa. Eppure non è passatismo. Ed è tutt’altro che ridicolo. Anzi. Lo porta, in un certo senso, fuori dal tempo, dandogli spessore, rendendolo epico. Anche Internet. È l’unico del gruppo a non seguire le discussioni in rete. I blog. Niente. Rimane a distanza, sospettoso. Come se il presente fosse, in tutte le sue manifestazioni, una versione degradata del passato. Un’autoesclusione decisa anche con un po’ di superbia, che diviene esiziale nel momento in cui si tratta di descriverlo. Come lo descrivi, tenendoti fuori, se il tuo mondo ormai si riduce a tre metri quadrati? In uno dei suoi libri più belli, di certo quello che io ho amato di più, racconta, con grande acume, uno spaccato della società italiana degli anni ‘90. Ma quei personaggi, ormai, sono completamente mutati. I luoghi, gli atteggiamenti, la lingua: è cambiato tutto. O magari non è nemmeno mutato, semplicemente, si mostrano, nella loro abissale evidenza, le vere forze che ci spingono a mischiarci e ci conducono nella medesima direzione. Venti, trent’anni fa, quel mondo sembrava dover prendere in mano le redini del paese. E lo ha fatto, in verità. Ma da quel momento non è stato più lo stesso. Si è ibridato con la parte meno aristocratica ed elitaria di questa nazione, raccogliendone non la pietas, ma la barbarie. Le orge organizzate nelle ville sui colli, con segretarie compiacenti e avvocati rampati, sono ormai tristi sveltine consumate nel parcheggio di una multisala; le piazze del centro, ripulite e messe in teca, vivono di ricordi, cedendo il passo a una periferia assai più vivace; le commesse venute in città dai paesi limitrofi, che allargavano le gambe al primo invito a cena in un ristorante di lusso, non sono poi così sprovvedute. La separazione dalle persone “comuni”, che garantiva a quel microcosmo un’elezione, è scomparsa, non esiste più. Inutile mercanteggiare compromessi, accettare marchette, nella speranza di un’illusoria distinzione. “Noi fummo i gattopardi, i leoni. Quelli che verranno dopo di noi saranno sciacalli, iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, ci sentiremo sempre il sale della terra”. Sì, sono forze millenarie. Come quelle che spingono le cellule a riprodursi. O le molecole a aggregarsi. I filamenti. Gli aminoacidi. La sintesi proteica. Il DNA è un lungo polimero costituito da unità ripetute di nucleotidi. Le basi azotate. Le basi azotate sono quattro: adenina, citosina, guanina e timina. I filamenti tenuti assieme come una cerniera. E le eliche. Le doppie eliche, avvolte e colorate. Ogni base azotata, un colore. Queste eliche fosforescenti che si intravedono nel buio della camera da letto, a intermittenza, come le lucciole, come delle anguille attorcigliate che nuotano in un brodo di coltura. Un brodo primordiale. Dei filamenti lunghissimi. Infiniti. Con i nucleotidi in fila, appaiati e in fila. Una fila chilometrica, di ore e ore.

Gioia

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