treni, locomotive

4 dicembre 2010

Sei sempre li?, disse la Fata


 

Lampeggiai: sulla parete della sala mensa serpeggiava – fra giallognoli delta di caffè e di coca cola, fumaioli d’unto e d’umidità rappresa, fra le ragnatele e le prese borboglianti dell’aria condizionata, fra gocce e indecifrabili pallottole, bozzoli d’insetto – una lunga, immaginaria, crepa viva: ancora lì? Sempre lì? E basta cazzo! Non ne potevo più! Sempre questa domanda! Lavorassi ottanta ore la settimana! E poi: dove dovrei essere? Come la storia dell’ultimo treno, pensai; anzi!, costituiva proprio il degno epilogo della storia dell’ultimo treno. Dio santo! Anche la Fata? Anche la Fata, l’ultimo treno? Dal giorno del funerale di mio padre, per anni, l’immagine di un treno che dovevo assolutamente prendere, poiché era l’ultimo, avrebbe fatto costantemente capolino nei discorsi di mia madre e dei parenti, d’altrui genitori e conoscenti, in quelli di Nora, la mia prima tragica fidanzata e, con sempre maggiore insistenza, man mano che si laureavano, anche in quelli degli amici. In soldoni: morto mio padre ero l’unico maschio di famiglia, per di più primogenito. Mi ero iscritto all’università, ma a causa della sua morte avevo perduto la prima sessione d’esame, quindi dovevo anzitutto rimboccarmi le maniche, recuperare il tempo perduto e mettermi bene in testa che, d’ora in poi,  ogni cosa dipendeva da me. Lo capisci, vero? Tua madre è ormai anziana, non ce la può fare, e le tue sorelle sono piccole, sole e spaventate. Sei tu l’uomo di casa, adesso. Sei tu il primogenito. Capisci? Capivo eccome. Era finita. Qualsiasi cosa fosse ciò che fino a ora ero stato o qualsiasi cosa fosse ciò in cui fino a ora ero stato, per queste persone, era finita. All’epoca della morte di mio padre, pensai, mia madre, carattere non scevro di arcaismi e superstizione ma d’aspetto e inclinazioni nel complesso al passo coi tempi, aveva poco più di cinquant’anni; d’un tratto, però, secondo queste persone, era a tutti gli effetti una persona anziana. Per converso la maggiore delle mie due sorelle, che aveva solo un anno meno di me, con la morte di mio padre era d’un tratto una bambina piccola, sola e spaventata. Era di conseguenza inevitabile, pensai, che i miei diciannove anni facessero di me, date le circostanze, un pater sostitutivo. Non sapevo se questo, soprattutto in relazione a mia madre, mi ferisse, disorientasse, incollerisse o terrorizzasse di più. Parenti, congiunti, colleghi, conoscenti e persino genitori di amici – a me nella quasi totalità completamente ignoti – venivano a stringerci la mano come funzionari incappottati di qualche kafkiana federazione alla premiazione della squadra meritevole (ma, date le circostanze, perdente) di un torneo calcistico giovanile. E dopo screpolate, tremebonde, fuggiasche condoglianze alle mie sorelle, disposte una di fianco all’altra, si soffermavano per parlarmi, più o meno diffusamente, ora accennandovi ora invece profondendosi, del treno – l’ultimo treno. Non avevo la più pallida idea intorno alla stazione di partenza, ai passaggi intermedi del tragitto, alla destinazione finale del treno, non capivo nel modo più assoluto dove nascesse questo discorso sul treno, dove mai dovessi recarmi per acciuffarlo e perché mai il treno che dovevo prendere dovesse proprio essere l’ultimo treno, se si trattasse dell’ultimo treno per tutti, dell’ultimo treno soltanto per quelli della mia età, oppure dell’ultimo cazzo di treno giusto per me. Mi raccomando, attento a quel treno ragazzo. Hai capito? Non perderlo, per carità! Tutto quello che vuoi, ma non quello, non il treno, la locomotiva, il carro bestiame. Perdi tutto, butta tutto, cambia tutto, ma non il treno! E io che a diciotto anni non articolavo le più elementari fra le metafore, né seguivo il tam-tam neo-identitario della stampa locale (e tanto meno mi ero formato a suon di radio libere e cantautori: primogenito, sprovvisto di cugini più grandi, avevo mancato il treno-desiderio che “all’incontrario va” per tre, quattro anni al massimo), non sapevo se cogliervi America o Africa, alienazione o avvenire, trepidazione o fatalismo, eccitazione o ironia – lo senti?, senti il fischio?, è il treno, la locomotiva! L’unica cosa chiara era il treno, l’esistenza del treno, la corsa irrefrenabile del treno. L’unica cosa chiara a tutti coloro i quali intavolavano con me discorsi cosiddetti seri, l’unica cosa che in qualche modo li accomunava e mi accomunava a loro, grandi e piccoli, maschi e femmine, era questa faccenda del treno e, nello specifico del funerale, l’evenienza del ritardo, del mancarlo, poiché qualora avessi perso il treno, essendo l’ultimo treno, sarei rimasto dove mi trovavo; evidentemente, pensavo, mentre Nora mi portava lontano dal sagrato gelido, dalla morte di mio padre e soprattutto dal treno, evidentemente, pensavo, il luogo in cui ero nato cresciuto vissuto e in cui, se per qualsiasi motivo non avessi preso il treno sarei rimasto, era fra tutti i possibili luoghi il luogo più irrimediabilmente orrendo: ancora lì?, sempre lì? Nessun treno, sussurrai. Come?, disse la Fata. Chiusi gli occhi sulla crepa-locomotiva che correva come un diagramma sul muro. Sei sempre lì?, ripeté. Sarò da te per le dieci, tagliai, mentre il vice capoarea scatolame, in attesa di promozione, faceva ingresso in sala mensa. Riaprii gli occhi e lo vidi di spalle, annuire, pensieroso, salutando un tizio alto e dinoccolato, che non avevo scorto, in divisa da magazzino, nel vano in ombra in cui erano collocati i distributori delle bevande calde, di quelle fredde e degli snack. Piccolo…, riprese la Fata, in quel suo tono masticabondo, di caucciù. Lo stomaco, contratto, mi ingobbiva.

Il tempo di una doccia, dissi. Fai anche le dieci e mezzo, se vuoi, sai?, incalzò lei, melliflua. Non c’è problema, nessuna fretta. Nessunissima. Bòn, dissi. Le dieci e mezza è perfetto, per me. Ciao, allora, cucciolo, disse lei. Ti aspetto. Sono qui.

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