Marica

20 dicembre 2010

Anche io, le faccio, riuscissi a scrivere, mi occuperei dell’argomento. In fondo è pur sempre una delle cose belle della vita. Non dico adesso sia l’unica cosa bella, in un certo senso tutto è bello quando si considerano le cose da un certo punto di vista, un punto di vista liminare, il punto di vista intendo dire che certe volte ti fa esclamare: ma tu guarda che cielo c’è oggi!, non so se mi spiego.

Non lo so, dice Marica, non so se sia esattamente quello il punto di vista, sta di fatto che sono pochissimi gli scrittori che scrivono di figa, credi a me, e per di più sono quasi tutti froci. Non lo sapevo, faccio. Non ci avevo mai fatto caso. Facci caso. Tienilo a mente, se intendi metterti a scrivere di figa, dice Marica, afferrando il pacchetto di marlboro light. Ci alziamo, facciamo un cenno alla barista, che sta mescolandoci i negroni, ci accomodiamo all’esterno. Lungo la vetrata del bar corre una sorta di mensola, con due o tre posacenere distanzianti di un metro l’un dall’altro. Marica mi allunga una sigaretta, accendendo la sua. Ci soffia sopra, aspirando profondamente, con voluttà. Insomma, non so se ho capito la situazione, dico. Secondo te l’amico scrittore non lo sa, ma è frocio. Oppure lo sa benissimo, tuttavia vuole nasconderlo parlando di figa. Ma entro certi limiti, affinché chi ha orecchie per ascoltare, ascolti. Del tipo: mh!, quant’è bella Raffaella. Giusto? Ogni volta che gli viene da scrivere “cazzo come te lo succhierei” gli basta spostare una letterina e il gioco è fatto. Facile, rapido, pulito. Uhm, fa Marica. Secondo me sono tutte stronzate, le dico. Già, fa lei. Un ammasso di stronzate, dice. Ma è pur sempre realtà. Bah. Spengo la cicca per terra. Lei la spegne invece sul posacenere. I due negroni ci stanno aspettando al tavolino, con una nuova scodella di patatine e salatini. Rientriamo nel bar. Senti questa, mi fa. Uno scrittore una volta, a un corso dei miei, finanziato dal comune, mi disse: ho scritto un romanzo in cui non c’è l’autore. Io gli dissi di non avere capito. Ho fatto un romanzo, mi ripetè, che mette in scena la sparizione dell’autore. Davvero?, feci. Certo, mi disse. Proprio così. Adesso si che non ho capito un cazzo di niente, gli dico, allora. Non c’è niente da capire, mi fa lui. Ho fatto un romanzo che mette in scena la scomparsa dell’autore. Tutto qui. Così facendo, mi fa, non ho fatto altro che confermarne implicitamente l’esistenza. Porco dio, gli faccio. Prego?, mi fa. Hai capito benissimo, testa di cazzo, gli faccio. Gli hai detto proprio porco dio?, dico a Marica. Ho detto proprio porco dio, risponde Marica. E lo scrittore? Lo scrittore mi guarda dritto nelle palle degli occhi e mi fa: ce l’hai con me? Cioè: tranquilla, no?, mi fa. Sono tranquilla, gli dico. Se fossi in te, però, mi preoccuperei, gli dico. Fidati, gli dico. Se fossi in te sarei molto preoccupata. E lui? Lo sono, mi disse. Sono preoccupatissimo, mi disse. Credi che non sappia che è un casino?, mi disse. D’un tratto, incassando il cranio nelle spalle, lo scrittore che aveva messo in scena la scomparsa dell’autore si fece cupo, tristissimo. Si buttò sulla seggiola dell’osteria in cui avevamo fatto la pausa pranzo, con le gambe aperte, slacciandosi il nodo della cravatta. Estrasse dalla tasca posteriore dei calzoni il portafoglio che probabilmente, con il caldo, lo infastidiva, ne uscirono tante tessere, tutte insignificanti. Nemmeno il bancomat, voglio dire. Non una banconota, una moneta.  Pensai che nell’iscrizione a quel corso di prima educazione al risparmio avesse investito gli ultimi denari. Gli vennero gli occhi lucidi, trattenne a stento il pianto. Sfilò un fazzoletto molto stropicciato da una tasca e soffiò fragorosamente il naso. Non volevo sembrarti aggressiva, gli dissi. Lascia stare, disse lui. Ma se tu hai capito qualcosa, borbottò, faresti un gran favore a dirmelo. E poi aggiunse: porco dio. Okay, vecchio, gli faccio. Quello che ho capito è questo. Sentiamo, mi dice lui. C’è gente che scrive libri e va a dire in giro che sta facendo di tutto per far scomparire chi scrive i libri, ma siccome scrive libri, non ci riesce. Mi pare non faccia una piega, dico a Marica. Anche a me, dice Marica. E lo scrittore? Eccellente!, mi fa. Eccellente? Hai centrato il punto, mi fa lui. Eccellente. Proprio così, ripete Marica. Eccellente. E’ uno principali dei motivi per cui non ho più intenzione di scrivere, mi fa lo scrittore. E tu? E io: che cazzo vuoi fare, gli faccio. In che senso? Se smetti di scrivere, gli faccio. Non so, fa lui. Bere, probabilmente. Tanto per cominciare. E poi?, gli faccio. Quello che fanno tutti. Vecchio, gli faccio. Non so che cosa tu abbia in testa, ma se vuoi metterti a bere mi sa tanto che quello che fanno tutti te lo attacchi al cazzo. Signorina, fa lui allungando le braccia: le darei un bacio. Durò poco. Fino a natale.

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