Marica in pubblico

3 gennaio 2011

Alla lettura pubblica cui partecipava Marica, in Piazza dei Signori, ci arrivai che ero ubriaco fradicio.

Non avevo dormito perché dopo il lavoro mi ero rintanato nella birreria studentesca nei pressi dell’Ex Biblioteca Grande e poi mi ero soffermato all’aperto con Karim, che mi aveva offerto una Beck’s – birra che non mi piace nemmeno un po’, ma che accettai volentieri – parlandomi di dio, profeti e sacre scritture fino alle prime luci dell’alba. Benché fosse una domenica grigia, fredda e fastidiosamente piovosa, ero lieto d’essermi ricordato della lettura pubblica di Marica e di essere riuscito a sradicarmi dal sonno: coricarmi vestito e coperto soltanto con il copriletto sottile aveva funzionato. Sugli scalini di pietra bianca della Gran Guardia, lucidati da generazioni di deretani che, sia d’estate che d’inverno, vi si accomodano, rimediai una storta alla caviglia, ma riuscii a evitare il capitombolo a cascata. Le feci un cenno con la mano e sedetti, solitario, in ultima fila. Vedete signori, stava dicendo Marica alla cinquantina di auditori; io non sono una gran raccontatrice di storie, una che sa costruire trame piene di colpi di scena, una che quando l’ascoltate, vi apre dimensioni nuove di significato. Io sono una scrittrice banale perché l’enormità è banale e io sono una che non conosce altro che la banalità del quotidiano. Il mio mondo è piccolo, capite?, non me ne sono mai andata da questa città, non conosco alcun luogo del mondo che non sia questa città, ma in tutta sincerità conosco poco anche quest’unico luogo, vale a dire la mia città, pur essendovi vissuta quarant’anni, cioè dalla nascita, senza mai allontanarmene salvo periodi lunghi non più di un paio di settimane, in luoghi mai più lontani di qualche centinaio di chilometri. Quando incontro colleghi scrittori come quelli qui oggi riuniti, Francis Pertondo, Bruno Kleiber, Max McVanni, Vito Pippozzo, l’ex assessore viceonorevole Pfui, colleghi scrittori che svolgono professioni di rango elevato, talora elevatissimo e pubblicano i loro libri da molto, ma molto più tempo di me, sento inevitabilmente crescere l’apprensione e il senso di inferiorità, così inizio a pensare che farei meglio a tapparmi la bocca e dispormi all’ascolto. Il massimo che ho fatto, nella vita, professionalmente parlando, è ciò che faccio adesso per vivere, cioè la promotrice finanzaria free-lance e l’educatrice comunale al risparmio di base, un lavoro che mi permette di incontrare diverse persone, entrare nelle loro case – spesso in solitudine, come una specie di colf o di badante economica – da quella sorta di porta di servizio che è il risparmio. Anche per questo la cosa di cui sento di poter parlare e di cui in effetti, malgrado le apparenze, parlo nei miei racconti concerne ciò che provavo poc’anzi a richiamare riferendomi alla nuda quotidianità e alla piccolezza del mondo; tutti, infatti, il povero come il ricco, il prodigo come l’avaro, il savio come lo stolto, hanno a che fare con questa enormità. Perché non racconti delle persone che incontri nel tuo lavoro?, mi sento domandare. Perché non racconti in modo semplice il modo in cui ti muovi nel mare magno dei mercati mobiliari?, mi sento domandare. Perché non scrivi un giallo borsistico, mi sento domandare, un  noir ambientato nel sottobosco del microcredito?, condito magari da consigli e ricette utili al risparmiatore domestico come all’investitore fai-da-te? Di solito a simili domande non rispondo che in modo vago. Un po’ perché ciò che scrivo è esattamente questo (e che un lettore mi suggerisca di fare quanto sto appunto facendo, tende a irritarmi). Un po’ perché mi rendo conto che il lettore mi consiglia strade che già sto battendo proprio a causa dello spazio che l’enormità occupa all’interno di ciò che scrivo. L’enormità ci cresce ai fianchi, che la vediamo oppure no. Aumenta di peso, che la bilancia ce lo segnali oppure no. Ingrossa il fiato, nel fare le scale. Gonfia le mani nel digerire un pranzo. Offusca la vista. Signori miei, diceva Marica. Nessuno sfugge all’enormità della piccolezza e del quotidiano. Così diceva, mentre appoggiavo la testa sulla sedia di fianco.

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Una Risposta to “Marica in pubblico”

  1. marta tur said

    mi piace proprio questa Marica. Mi fa venire in mente delle cose. Molte cose. un discorso mai dimenticato, mai interrotto.
    Vai avanti per favore.
    Ti abbraccio.

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