gioia su hereafter

31 gennaio 2011

Il mondo dei fantasmi è quello che non abbiamo finito di conquistare;
è il mondo del passato, mai quello dell’avvenire.
Progredire avvinghiandosi al passato
è come trascinarsi dietro una palla e una catena.

Henry Miller

 

Hereafter di Clint Eastwood con Matt Damon, Cécile De France, George McLaren, Frankie McLaren, Bryce Dallas Howard

Come spesso accade nei film di Clint Eastwood, lo spirito che pervade la pellicola, così come le umanità che la abitano, non vengono rivelate dalla sceneggiatura – questa volta a firma di Peter Morgan – ma dai dettagli della messa in scena. Lungi dall’essere un’opera sull’aldilà, Hereafter è una dolorosa riflessione sul rapporto dicotomico tra realtà – come costruzione posticcia dell’esistenza – e immaginazione, irresistibile e misteriosa, forza sovvertitrice dell’impianto fittizio di tutta una vita e, al tempo stesso, cura del trauma, tentativo di comprendere l’esperienza del trovarsi sbalzati fuori dal mondo, gettati tra le nude cose1.

Marie, una giornalista francese progressista, travolta dalle onde dello tsunami, abbattutosi sulle coste del sud-est asiatico, viene a mancare per qualche minuto. Marcus, un bambino inglese, subisce la perdita del fratello gemello, Jason, al quale era legato da un rapporto simbiotico e con cui si prendeva cura della madre tossicodipendente. George (uno straordinario Matt Damon), un operaio americano con la passione per Charles Dickens, ha il dono – benché lui lo definisca “una condanna” – di vedere la presenza della morte nelle vite delle persone con cui viene in contatto.

Hereafter fa dell’incontro con la morte l’occasione per un ritorno alla vita che presupponga il totale stravolgimento della propria esistenza. La riproduzione del volto sorridente di Marie, che campeggia sicuro dai cartelloni che reclamizzano una marca di telefoni cellulari e che tappezzano Parigi, appare quasi uno scherzo beffardo di fronte all’espressione stordita e pensierosa che occupa il viso della giovane donna al suo ritorno in Francia, dopo lo tsunami. Espressione che l’accompagna anche durante una diretta televisiva nella quale non è in grado di incalzare l’ospite in studio – un imprenditore che propone un modello produttivo che riduce al minimo i diritti dei lavoratori – e per la quale le viene caldamente consigliato, proprio dal regista del programma che lei conduce, nonché suo compagno, di prendersi un periodo di riposo, durante il quale si vedrà sostituire da una nuova e bella giornalista sia in tv che nella relazione amorosa. La foto che ritrae Marcus e Jason, immortalati in un istante di gioia e vicinanza, dono dei due gemelli alla mamma, dopo la morte del fratello sembra la duplicazione in copia perfetta del solo Marcus che, affidato dagli assistenti sociali a una famiglia adottiva, mentre la madre viene mandata in un centro di disintossicazione, cerca di tener presso di sé Jason, continuando a portare il suo cappellino, facendo sistemare un letto vuoto accanto al suo, parlandogli. Sia per Marie che per Marcus è l’incontro con George a offrir loro la possibilità di affrontare nuovamente il trauma che li ha colpiti, accettando di varcarne il mistero, la sua stessa irriducibilità. George vede e narra, ma non spiega: l’immaginazione nella quale si inoltra e dove conduce i suoi interlocutori non è fasulla, ma tanto più vera quanto più risulta essere non scomponibile, un’unica immagine che contiene l’opportunità di liberarsi dal giogo di una vita riflessa, tenuta nella sospensione del ricordo, del passato. Eppure non è la via più semplice, bensì quella che richiede un salto nel vuoto, un atto temerario e la forza per attraversare il dolore non più sordo e consuetudinario, ma lacerante, potente come un lampo. La figura di Melanie, la ragazza conosciuta dal sensitivo a un corso di cucina, è, in questo senso, emblematica. Da poco in città, spinta dal desiderio di stringere nuove amicizie, e magari una relazione amorosa che le permetta di dimenticare i dolori provati per il precedente fidanzato, la giovane avvicina dolcemente George, ma l’entusiasmo va presto in frantumi quando l’uomo, su insistenze della donna, incuriosita dal suo “dono”, le rivela di vedere le violenze che il padre le ha perpetrato in gioventù. Avendo cercato di ovviare alla sofferenza attraverso il tentativo di nascondere, anche a se stessa, la terribile esperienza capitatale, Melanie non è in grado di continuare a frequentare il ragazzo che, a conoscenza del suo trauma, con la sola presenza ne testimonierebbe involontariamente, ma di continuo, l’accaduto. La maledizione di George non è altro che questa: l’impossibilità di una vita normale, l’incapacità di vivere accanto a una persona senza vederne i luoghi più infausti e, per contro, di essere accettato da chi si veda spogliato e rigettato nella propria disperazione. L’uomo, che ha preferito lavorare come magazziniere, conducendo una vita dimessa, piuttosto che sfruttare economicamente le sue capacità di sensitivo, può essere accolto solo da chi compia un profondo atto d’amore nei suoi confronti. È d’uso dire che gli innamorati si specchiano l’uno nell’altro: mai frase risulta esser più vera, in questo caso. L’atto d’amore è soprattutto un atto di coraggio, che permetta di superare l’oscurità dell’animo umano, di affrontarne le miserie e, finalmente, di vivere.

 

1 Il corsivo e le suggestioni legate a quell’ordine di pensieri sono debitori del testo L’esperienza, la narrazione, le nude cose, l’invenzione (e tutto il resto, compreso il dio) di Giulio Mozzi, vibrisse 1 luglio 2009 (benché il testo, scritto per esser letto in pubblico, risalga al 2004, n.d.r.), http://vibrisse.wordpress.com/2009/07/01/lesperienza-la-narrazione-le-nude-cose-linvenzione-e-tutto-il-resto-compreso-il-dio/

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