riprendo

2 marzo 2011



La primavera si lascia timidamente intuire.

L’aria è frizzante e ho visto le prime rondini. Le camminate di mattina presto liberano la mente a riattivano la circolazione. A casa, messa la caffettiera sul fuoco e aperte le finestre per far passare un po’ d’aria – quest’inverno le pareti a nord si sono riempite di muffa – leggo i libri di turno con piacere intenso. Dicembre e gennaio tuttavia sono stati assai cupi, tant’è che non ho più avuto cuore di scrivere. Gioia, con la perentorietà che la contraddistingue, mi ha fatto smettere di fumare. Mia sorella più piccola, anche su mio incoraggiamento, è andata a vivere con il fidanzato. La mamma, che ha 79 anni, è rimasta da sola. Preso dalle mie cose di scrittura stavo attraversando giorni di grande distrazione. A capodanno avrei dovuto mostrare a Mario, che veniva a cena insieme alla fidanzata, dei cadaveri letterari che, incoraggiato da Gioia, mi sforzavo di rivitalizzare. Al lavoro non facevo che prendere appunti. Fuori dal lavoro ero assente, o di umore precario. Sennonché proprio a ridosso del natale, identici l’uno all’altro, commetto due errori che mandano la direttrice su tutte le furie. A spaventarmi è l’asprezza della sua ramanzina e l’uso ripetuto della parola licenziamento. Non mi era mai capitato di sentirmi dire direttamente: “ti licenzio”, o “farò in modo di licenziarti”. Mentre la direttrice sbraita e la fragilità della mia situazione mi si mostra in tutta la sua sconsolante datità, realizzo come da almeno una decina di giorni la mamma viva da sola. Ne avevamo parlato. Ripetutamente. La mamma ci aveva tranquillizzati, incoraggiando Cirri che, uscendo da un periodo molto difficile, era molto incerta sul da farsi. Convivere, diceva, non è uno scherzo. Mentre la direttrice mi rampognava mi sentivo annegare nella stupidità. Il lavoro che faccio, pensavo, è una vera pacchia se non si hanno tante pretese. E io, di pretese, non ne ho tante. Io, dicevo al mio capo, al telefono, davvero mi sento privilegiato a fare il lavoro che faccio. Il mio capo mi diceva: sei intelligente, cosa posso dirti? Un errore del genere, dicevo, un errore di distrazione: tutto quello che ho, all’età che ho, va in fumo. Capisci da te la situazione, diceva il mio capo. Mia mamma ha settantanove anni, dicevo. Sono gli ultimi anni! Sei intelligente, diceva lui. Capisci da solo la situazione. Hai il doppio dei miei anni. Cosa posso dirti che tu non sappia già? La situazione era questa: il cinema per il quale lavoro era stato acquistato dal monopolista nazionale del settore. Noi effettivi – operatori, maschere, baristi, addetti alla libreria – rischiavamo poco, dal punto di vista occupazionale, ma per gli amministrativi e i dirigenti le cose stavano diversamente. Loro rischiavano il posto. Squadra che vince, tuttavia, non cambia: più ancora che gli anni precedenti priorità assoluta della direzione era sbaragliare completamente la concorrenza. Due stupidi errori, uno dietro l’altro, uno identico all’altro, a ridosso del natale, dovettero sembrare alla direttrice qualcosa di più e di peggio che sciatteria colposa e imperdonabile mancanza di professionalità. Lo disse anche: è a me, che fai questa cosa. Non arrivò a dirmi che non si sarebbe fatta eliminare a causa mia, ma lo spalancamento dei suoi occhi e il rossore che le avvampava le guance erano anche più eloquenti delle parole. Per fortuna, pensai, quella notte Gioia avrebbe dormito da me.

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3 Risposte to “riprendo”

  1. Giordano said

    Bentornato signor Casadei. La sua scrittura mi è mancata. Mi dispiace per la cupezza che l’ha colta nei mesi appena trascorsi, mesi che per me sono i migliori dell’anno, mentre invece comincio ad arrancare proprio dal prossimo cambio dell’ora in poi. Tenga duro con il lavoro e per quanto riguarda le pretese…boh…le pretese, come le ambizioni, a volte diventano catene. Meglio liberarsene. D’altra parte, ad esserne privi del tutto si rischia di rimanere ingabbiati in qualche altro recinto, il cui steccato è dato dalla carenza di denaro.
    L’ideale è legarsi a una corda che non sia tanto stretta da impedirci di tirare il fiato.
    Quindi tenga duro. Un saluto a sua madre, che ha l’età della mia.

  2. mbrt0 said

    Caro Giordano, grazie per il bel commento, mi ha fatto grande piacere. Cercherò di tenere duro, sul lavoro. Del resto non ho scelta. Scoccia un po’ che quando sembra di ingranare con la scrittura, dove malgrado tutto le pretese son dure a morire, inizino puntualmente a fioccare errori sul lavoro, o in altri campi. Il mestiere si vede anche da queste cose, immagino. Sapersi dosare, spendere, applicare. Sa, che stavo appunto scrivendo proprio intorno a pretese, passioni, affezioni, “grandi obbiettivi”, in relazione invece a una vita che ne sia completamente sprovvista?

    • Giordano said

      Credo di capire quando dice che con la scrittura le pretese sono dure a morire. Perfino quando, e non è certo il suo caso, le pretese sono solo velleità e l’ostinazione rasenta l’accanimento terapeutico, anche quando si è ridotti così male è difficile staccare i tubicini e lasciare andare il paziente.
      Vabbè’, è molto tardi, la vasca da bagno è quasi piena, e domani mattina il tagadà si rimette in moto presto. Buonanotte.

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