gioia su black swan (il cigno nero)

10 marzo 2011

Black Swan di Darren Aronofsky con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder

In occasione dell’uscita nelle sale italiane di Black Swan, provo a riprendere le fila di un discorso iniziato qualche mese fa (qui). All’indomani della Mostra del Cinema di Venezia, mi ero trovata a riflettere su quello che avevo individuato come comun denominatore a un gruppo di film piuttosto diversi tra loro e che in Road to Nowhere di Monte Hellman raggiungeva il suo acme: l’immaginario che prende vita dal cadavere del reale.

«Nina, la giovane danzatrice protagonista dell’opera di Aronofsky, all’avvicinarsi del debutto de Il lago dei cigni nel ruolo di Odette/Odile, vede palesarsi i sintomi di una psicosi a lungo incubata. Castrata dall’invadente madre, di cui ha introiettato l’ossessione normativa, riversa sulla nuova arrivata la propria parte pulsionale, rendendola un doppio ribaltato. Mentre la sua mente va in pezzi, il suo corpo, piegato a una tecnica perfetta, somatizza il disagio di una personalità scissa, frammentandosi a sua volta. La ricomposizione – di gambe che si spezzano, assumendo la forma di quelle di un cigno, di piedi dalle dita che si uniscono come fossero palmati, di braccia e scapole che si coprono di piume, sempre inquadrate nei dettagli – si ottiene attraverso la morte della protagonista e la sua ascesa all’olimpo delle étoiles. Ucciso il suo persecutore, non le resta che sbarazzarsi del proprio corpo, strumento e limite ultimo per ottenere la perfezione. Benché l’ispiratore dichiarato rimanga The Red Shoes (Scarpette rosse, 1948), capolavoro di Powell e Pressburger, e negli eccessi rimandi a certo cinema di Nicolas Ray – Bigger Than Life (Dietro lo specchio, 1956) – e di Robert Aldrich – What Ever Happened to Baby Jane? (Che fine ha fatto Baby Jane?, 1962), Hush… Hush, Sweet Charlotte (Piano… piano, dolce Carlotta, 1965) – Black Swan si pone pienamente in linea col precedente The Wrestler (2008), per la riflessione sul masochismo corporeo che paga il fio per la partecipazione alla società dello spettacolo e per la realizzazione dell’opera d’arte, superandone però gli esiti. Se per Randy “The Ram” Robinson la partita della vita si giocava sul ring, poiché lontano dal ring “The Ram” cessava di esistere, per Nina, assorbita dalla luce accecante dei riflettori, la morte non è che la nascita della propria icona: solo in quel momento il corpo, ricomposto nell’ideale eccellenza, potrà assurgere all’eternità».

Questo scrivevo di Black Swan a una prima, entusiastica, visione. Impressione che non si è minimamente scalfita – nonostante il doppiaggio che, nel nostro sagace Paese, mutila qualsiasi film non sia di lingua italiana – ma semmai radicata e arricchita a una seconda proiezione. L’ossessione per l’estremo controllo del sé, dei propri movimenti, delle azioni, non può che concentrarsi sul corpo e lasciar libera la mente che, di conseguenza, genera allucinazioni. Più la parte pulsionale (Es) eccede in fantasie – per contrappasso a un’educazione e a una disciplina castranti – più la parte severa e normativa (Super-Io) tenta di arginare l’esondazione di desiderio attraverso la costrizione del corpo, campo di battaglia di una lotta esclusivamente mentale. Il corpo, dolente, stanco, seviziato è il limite tangibile ed evidente a una ideale perfezione. Le due sequenze in cui Nina (una straordinaria Natalie Portman, vincitrice dell’Oscar e di innumerevoli premi, tutti meritati) fa visita all’ex prima ballerina – da lei rimpiazzata perché troppo vecchia per ricoprire quel ruolo – ricoverata in ospedale dopo un grave incidente, sono, in questo senso, emblematiche. Una prima volta la protagonista solleva le coperte per guardare con raccapriccio le gambe martoriate della donna, sedata dai farmaci. La seconda volta, rendendole rossetto, orecchini e limetta per le unghie che le aveva rubato e giustificandosi con un “volevo assomigliarti, sei così perfetta”, assiste alla sua violenta reazione: l’ex etoile, dapprima sussurrando, poi urlando disperata “perfetta? Io non sono perfetta… Non sono perfetta!”, si sfregia il volto con la limetta appuntita. Così come nei dipinti di Francis Bacon l’orrore interiore viene trasfigurato nella carne, in Black Swan il carnaio di segni, ricettacolo di ogni imperfezione, non può che essere martirizzato per rinascere imperitura icona.

Tra qualche giorno uscirà nelle sale Tournée di Mathieu Amalric, film magnifico sul quale si dovrà tornare che, invece, tra le altre cose, pone a vessillo proprio il corpo e la sua imperfezione, facendone un atto politico, da un lato, e rendendolo il vero nucleo irriducibile dell’essere, dall’altro. Sarebbe interessante tentare un confronto tra i due poiché, pur lontani dalle intenzioni di un Cronenberg o di uno Tsukamoto – solo per citare un paio di autori che da sempre lavorano sulla carne – liberano il corpo dal ruolo di semplice orpello, rendendolo cartina al tornasole di una società.

Gioia.

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3 Risposte to “gioia su black swan (il cigno nero)”

  1. Michele said

    E’ sempre un piacere leggere i tuoi articoli, anche da Parigi. Michele

  2. Gioia said

    Michele! Che piacere sentirti! In ufficio mi han raccontato della tua trasferta parigina. Son davvero felice per te, mi auguro tutto vada per il meglio. Ma lo sai che veniamo a Parigi anche noi due tra un paio di mesi? Solo una settimana, però… Ci vediamo?
    Un fortissimo abbraccio
    gioia

  3. cinefobie said

    Concordo con la tua visione del film.
    Anche io l’ho visto prima in lingua e poi in italiano. very different, purtroppo..

    ^_-

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